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Gli strani ‘giornalisti partito’

Autore: . Data: giovedì, 23 dicembre 2010Commenti (0)

I reporter dovrebbero essere indipendenti. Per principio. Invece in Italia sono sempre di più i professionisti dell’informazione che trovano un posto al sole (non solo in Tv) perchè ‘interpretano’ le posizioni dei partiti.

La televisione nazionale non è un esempio di equidistanza, anche perchè direttamente o indirettamente il presidente del Consiglio ed i partiti di maggioranza controllano 5 canali su sei dei due principali network, ovvero Rai (pubblico) e Mediaset (privato). RaiTre e Tg3 sono di ‘competenza’ dell’opposizione. La7, infine, è una rete di proprietà Telecom ed ha un’anima sfumata. Se il Tg7 è stato affidato ad Enrico Mentana, un ex socialista ed ex direttore del Tg5 berlusconiano, oggi posizionato su un fronte non ostile al centro sinistra, ma anche neppure critico nei confronti del centro destra, la presidenza di un settore strategico dell’emittente, Telecom Italia Media Broadcasting (Timb), l’azienda che si occupa delle infrastrutture televisive del Gruppo, è di Piero Vigorelli, altro ex socialista e ricordato dalle cronache per aver festeggiato la vittoria del centrodestra alle elezioni politiche del marzo 1994 attraversando in giubilo i corridoi della Rai a Saxa Rubra avvolto in una bandiera di Forza Italia.

Le stanze dei bottoni, insomma, sono saldamente in mano a persone delle quali è indubitabile la fede partitica. A cascata i programmi di informazione politica sono organizzati sulla base di precise identità. Ballarò, AnnoZero, Matrix, L’ultima parola riscuotono le simpatie di pubblici ben identificabili. Anche l’intrattenimento del pomeriggio è stato coinvolto nel meccanismo dell’appartenenza, anche se in quest’ultimo caso è il sottotraccia culturale che indirizza i temi trattati durante le trasmissioni a mostrare le connessioni con i partiti o gli schieramenti.

Per i giornali, poi, anche il lettore meno avveduto sa che se ‘La Repubblica’ fiancheggia l’opposizione, ‘Il Giornale’ o ‘Libero’ sono di stretta fede governativa. Insomma, nel Monopoli dei media tutte le caselle sono ben ordinate ed affidate dai croupier dei piani alti del Palazzo a giocatori affidabili.

Tra i ‘fidati’ ci sono anche quelli ‘più fidati’. Solo per fare un esempio è interessante ricordare un ‘caso’ esploso (in sordina) in questi giorni. Vittorio Feltri, direttore del quotidiano berlusconiano ‘Il Giornale’, ha lasciato la testata per tornare a ‘Libero’ del quale nel frattempo è diventato azionista insieme a Maurizio Belpietro.

Alessandro Sallusti, che ha preso il posto di Feltri, ha subito cancellato una rubrica gestita da Mario Capanna, ex leader del ’68 milanese. Il capo di quello che fu il ‘Movimento studentesco’ più forte d’Italia ha reagito immediatamente: “Caro Direttore, ‘il Giornale’ – ha scritto – non ha pubblicato, lunedì 20 dicembre, la mia rubrica Sottosopra. Avresti potuto avvisarmi con una telefonata il giorno prima, come si usa fra persone civili (è evidente che uno di noi due non lo è) [...] Alla mia domanda circa la motivazione che ti aveva spinto alla soppressione della rubrica – continua Capanna – hai risposto ‘Nessuna’. Bravo! Così si comporta un autarca, degno emulo del suo padrone”. Capanna quindi ha concluso: “”Sottosopra era l’unica voce fuori dal coro: adesso canterete all’unisono. Non vorrei essere nei vostri panni” e si è rivolto ai suoi lettori ”molti dei quali mi hanno dimostrato che, a destra, non tutti hanno perso la trebisonda. Li ringrazio e li saluto con rispetto”.

Vicedirettore de ‘Il Giornale’ è Nicola Porro che ha raccontato una storiella sul suo blog “Zuppa di Pozzo’. “Ieri pomeriggio – ha ricordato il giornalista – mi chiama un gentile e professionale redattore della trasmissione che Oscar Giannino tiene ogni mattina su Radio24, la radio della Confindustria. Mi chiede se voglio partecipare questa mattina alle 9 al programma di Oscar che avrà come ospite Adolfo Urso. Accetto di buon grado [...] Questa mattina alle 7.12 Fabio Tamburini, il direttore della radio, mi manda un sms invitandomi a chiamarlo. Ho fatto tardi ieri sera. E quando alle 8.30 prendo in mano il telefonetto, mi becco 9 (nove) chiamate senza risposta del Diretur. Cari commensali immaginate bene la questione. Non appena Tamburini esterna i suoi dubbi amletici sulla mia partecipazione il sottoscritto scatta e gli dice papale papale: ma andate a quel paese voi e i vostri dubbi. Alla trasmissione di Oscar non mi sono presentato e con l’amico Giannino mi scuso. Se riterrà di rinvitarmi accetterò volentieri e sarà doppiamente piacevole poter dire ciò che penso e liberamente come è sempre stato nella sua trasmissione. Tamburini sarà pieno di dubbi, ma io di orgoglio: non mi presento dopo dieci minuti in onda su una radio il cui direttore ha dubbi, di qualsiasi genere, sul sottoscritto. E chi sono il bandito Giuliano?”.

Feltri, Porro, Belpietro sono abitualmente ospiti di programmi di ogni genere, nei quali espongono fatti ‘valutati’ in base alla loro ‘impostazione’ politica. Ma nello stesso tempo applicano o subiscono piccole o grandi esclusioni. Dal fenomeno non sono immuni neppure i ‘rappresentanti’ della stampa di centro sinistra. La direttrice dell’Unità, Concita De Gregorio, ha ‘tagliato’ dopo sette anni ‘Sagome’, rubrica che tutti i mercoledì curava lo scrittore Fulvio Abbate, mentre Piero Sansonetti, direttore di ‘Calabria Ora’, ha licenziato in tronco Lucio Musolino, che ha spiegato così gli accadimenti. “Dopo le dimissioni di Pollichieni io sono rimasto a lavorare a ‘Calabria Ora’. Ho continuato a scrivere allo stesso modo. Ma il giornale è cambiato radicalmente da subito nonostante le garanzie degli editori i quali mi avevano garantito che la linea editoriale non sarebbe mutata con l’arrivo del nuovo direttore Piero Sansonetti. [...] Sono iniziate le censure di pezzi in cui compariva il nome del governatore della Calabria. Pezzi che la redazione centrale mi aveva chiesto e che non ha pubblicato senza motivazione. E quando la giustificazione c’era era sempre la stessa: ‘E’ un attacco violento a Scopelliti. Il direttore mi ha detto che il pezzo non passa. Lo stabilisce lui quando attaccare il governatore’, mi veniva risposto dai colleghi. A volte, inoltre, i pezzi venivano modificati senza preavviso e, soprattutto, senza che nessuno abbia avuto l’accortezza di ritirare la mia firma. Le richieste di spiegazioni formulate al direttore sono rimaste inevase. Solo al primo incontro con lui sono riuscito a chiedere il motivo delle censure che Sansonetti ha giustificato in nome di un garantismo più simile al ‘bavaglio’ che a un modo di pensare”.

Il giornalista, dopo complicate vicende e la pubblicazione di un nuovo articolo critico nei confronti del solito Scopelliti, ha raccontato ancora: “Nel frattempo, all’indomani dall’annuncio maldestro del governatore di adire alle vie legali, un editoriale del mio nuovo direttore Piero Sansonetti mi ha affibbiato l’appellativo di ‘forcaiolo’. Una campagna ‘pro-garantismo’ con cui il mio giornale si è schierato dalla parte di Scopelliti isolando me senza, naturalmente, alcuna telefonata. A ventiquattr’ore dalla puntata di ‘AnnoZero’ viene diffusa la nuova piattaforma della redazione con cui Sansonetti ha disposto il mio trasferimento. Questa volta, però, alla redazione di Catanzaro. La notizia trapela a causa della solidarietà del segretario cittadino del Pdci Ivan Tripodi. Io la confermo all’Ansa e Sansonetti mi querela. Decido di andare in ferie e arriva il licenziamento immediato. Non prima che qualcuno, senza alcuna autorizzazione, dal server centrale di ‘Calabria Ora’, si introducesse, sabato mattina, nella mia casella e-mail personale, cambiando la password ed impedendomi tutt’ora l’accesso. Il tecnico responsabile del sito mi ha candidamente riferito che l’editore avrebbe disposto di cancellare il contenuto della mia posta e di impedirmene l’accesso. Inutile sottolineare che si tratta di un fatto gravissimo e penalmente rilevante ed è per questo che su tale ultimo episodio indagano i carabinieri di Reggio ai quali, ancor prima di apprendere del mio maldestro ‘licenziamento’ (via fax), ho presentato regolare querela e dai quali sono stato già lungamente sentito come parte offesa”.

Questo scenario di ‘controllo’ è molto più esteso di quanto non si possa immaginare. La pratica della querela di giornalisti nei confronti di altri giornalisti quando qualche articolo non viene considerato ‘gradevole’ è in espansione, mentre sul fronte delle assunzioni, delle promozioni, degli incarichi le ‘regole’ dell’omogeneità con la ‘linea partitica’ del medium sono diventate ineludibili.

I ‘giornalisti partito’ quindi sono diventati una nuova anomalia nazionale, relegando la libertà di informazione nel retrobottega di qualche sgangherata agenzia di pubbliche relazioni.

La questione ha una rilevanza enorme, perchè in assenza di obiettività è impossibile che un Paese democratico si possa evolvere. I cittadini, allora, dovrebbero cominciare a riconoscere chi preferisce essere zelante piuttosto che trasparente e sarebbe auspicabile che sappiano anche ‘punire’ (non leggendo e non ascoltando) quei giornali, quelle rubriche, quei programmi o quei telegiornali nei quali impazzano ‘opinionisti’ con opinioni predeterminate. Ovvero tutti, nessuno escluso.

L’Italia ha bisogno di pensare a se stessa, di ritrovare il bandolo di una matassa tragicamente ingarbugliata. E l’informazione non deve avere padroni. E neppure servi.

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