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Eaton, scattato il licenziamento per 304 cassintegrati

Autore: . Data: venerdì, 17 dicembre 2010Commenti (0)

Continua l’occupazione dello stabilimento, a Massa: dieci ex dipendenti dell’azienda di componentistica per auto sono in sciopero della fame. Ma la preoccupazione dei lavoratori assume contorni disperati, dopo mesi di trattative (con l’appoggio della giunta comunale e della Regione Toscana) legate a progetti di riutilizzo produttivo dell’area e alla concessione della cassintegrazione in deroga, negata (poi concessa e poi nuovamente negata) dalla Eaton, multinazionale proprietaria della fabbrica (InviatoSpeciale ne ha scritto più volte, ad esempio nell’articolo leggibile qui).

Le brutte notizie sono giunte ancora una volta da Roma, dove la delegazione trattante aveva partecipato senza esiti apprezzabili all’ennesimo incontro presso il ministero dello Sviluppo economico. Un tavolo di confronto al fotofinish per evitare la messa in mobilità, dal momento che è noto da due anni che le lettere di licenziamento sarebbero partite (qualora non si fosse trovato un accordo di altra natura) proprio il 15 dicembre 2010.

Si era capito che la trattativa si stava incamminando su un binario morto dopo che la Eaton aveva avanzato l’irricevibile proposta di richiedere la cassintegrazione in deroga (per soli quattro mesi) in cambio della firma compiacente su un protocollo di intesa che sancisse il successivo “nulla a pretendere” da parte dei lavoratori. Come se la concessione di una boccata d’ossigeno, lunga la bellezza di 120 giorni, avesse potuto chiudere in modo soddisfacente la terribile partita. Alla richiesta di ampliare la “cassa” almeno fino ad un anno, la multinazionale ha risposto seccamente di “no”.

Sull’edizione massese del ‘Tirreno’ online hanno trovato voce gli ex dipendenti, che esprimono tutta la loro rabbia. Ad esempio Maurizio Niccolini, 50 anni, operaio, padre di una bambina di tre: “La Eaton ha preso in giro tutti. Avevano promesso di aspettare la reindustrializzazione, di essere disponibili a vendere l’azienda. Ci sono state anche delle offerte, ma non le hanno neppure prese in considerazione. Due anni fa, il 14 dicembre 2008, volevano semplicemente arrivare a questa scadenza. Per gente come me non c’è speranza di un altro lavoro, troppo vecchio per lavorare, troppo giovane per andare in pensione. Dovrebbe consolarmi il fatto che, in ragione della mia età, avrò diritto a tre anni di mobilità, circa 800 euro al mese”.

Un terzo dei licenziati Eaton ha meno di 40 anni: un dato che rende l’idea della consistenza del dramma sociale per un’intera città. Cristian Zurlin, 34 anni, è padre di due gemelline di quattro mesi – Viola e Rebecca – e racconta al ‘Tirreno’ che “gli 800 euro della mobilità li riscuoterà solo per un anno, in cassa integrazione prendevo circa 1300 euro al mese, adesso come farò a vivere, con la moglie, due bambine piccole e il mutuo della casa da pagare? Altri mi hanno offerto solo lavori stagionali come cameriere o come bagnino”.

Il sottosegretario allo Sviluppo Economico Saglia ha convocato un’altra riunione per lunedì prossimo, ma tra i lavoratori prevale lo scetticismo: “La Eaton non ha più voglia di discutere – ha osservato ancora Cristian – pensa solo a chiudere. Il sindaco ha messo sul tavolo nove milioni di euro per comprare l’area della fabbrica e i manufatti. Era la cifra che avevano indicato loro per passare la mano. Ma adesso non prendono in considerazione neppure questi denari”.

La Rappresentanza sindacale unitaria, per bocca di Domenico Bianchini, aveva auspicato l’altro ieri (all’immediata vigilia della partenza delle lettere di licenziamento) che le lancette si fermassero “prima della mezzanotte, bloccando il provvedimento”, in concomitanza con il ‘contatto diretto’ tra il ministro Romani e l’ambasciatore americano, “che si è impegnato a sensibilizzare la multinazionale”.

Peraltro, nei giorni scorsi i lavoratori avevano anche presidiato lo stesso consolato statunitense a Firenze, consegnando a un funzionario diplomatico un appello per il presidente Obama. Ora ecco lo sciopero della fame che, come ha sottolineato ieri Bianchini, “è l’ultima, ennesima, protesta forte per vedere se la multinazionale scende un po’ a patti”.

Ieri pomeriggio un’assemblea in fabbrica ha preso atto della situazione e ipotizzato ulteriori forme di lotta. Il sindaco di Massa, Roberto Pucci, ha fatto sapere che incontrerà i lavoratori ma è davvero arduo intravedere l’uscita dal tunnel. Mentre la politica italiana sta mostrando per l’ennesima volta tutta la sua incapacità ad affrontare le conseguenze dello strapotere delle multinazionali, abituate a fare il bello e il cattivo tempo sulla pelle dei lavoratori.

Paolo Repetto

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