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Dramma Haiti, tra colera e brogli elettorali

Autore: . Data: lunedì, 6 dicembre 2010Commenti (0)

Quasi 56mila casi, oltre 1.250 morti: sono i numeri drammatici dell’epidemia di colera che sta flagellando Haiti, diffusi dal locale ministero della Sanità. Se sono ben intuibili le cause della diffusione del virus – pensando alle terribili condizioni in cui versa il Paese ad undici mesi dal terremoto che ha causato oltre 220mila morti e più di un milione di sfollati che sopravvivono in condizioni igienico-sanitarie spesso disastrose – non è ancora affatto chiaro da dove provenga il vibrione (scomparso da decenni nel Paese).

Infatti, mentre l’ambasciatrice svedese ad Haiti ha riferito (sulla scia di quanto sostenuto dai manifestanti che hanno protestato recentemente a Port-au-Prince) che il colera sia stato portato dalle truppe nepalesi del contingente Minustah, i responsabili Onu di stanza nell’isola di Hispaniola hanno smentito quell’ipotesi in più di una circostanza.

Resta il fatto che nel Paese caraibico ad emergenza si somma emergenza, e pochi giorni fa un operatore umanitario, consultato telefonico dal giornalista Maurizio Chierici, ha raccontato  che il “commercio” di minori prospera più che mai: “Haiti esporta bambini destinati chissà dove e chissà a chi. Forse famiglie senza figli, ma il sospetto di una schiavitù impronunciabile accompagna le parole di chi non sa come fermare il traffico dell’infanzia”.

La rete dell’omertà e della corruzione è ben rodata in un microcosmo che – prima del sisma – conosceva soltanto malgoverno e povertà dilagante. “Bambini, uomini e ragazze – ha scritto Chierici – sono le ultime refurtive che i contrabbandieri trafugano dal deserto di Haiti. Compra-vendita che non è un mercato improvvisato dopo le tragedie; è il mercato collaudato dalla disperazione impossibile da consolare. Adesso, anche il colera. Quando l’Organizzazione   Mondiale dalla Sanità è tornata a Port au-Prince dopo essere stata espulsa da militari e uomini forti, chi dirigeva medici e infermieri non ha nascosto la disperazione. Da tempo immemorabile migliaia di baracche crescevano su immondizie mai raccolte. Impossibile stabilire quali virus erano all’origine di una mortalità che superava i numeri africani. Vita media sotto i 50 anni e il 70 per cento dei 10 milioni di abitanti vive con un euro al giorno”.

Il tutto mentre “le autorità fanno finta di non vedere, per non perdere i soldi che finiscono nelle loro tasche. Non vogliono rinunciare alla bella vita”, usando le parole del padre gesuita Regino Martinez, direttore della fondazione Solidarietà lungo la Frontiera.

E a qualche chilometro dalle ville dei milionari (protette da guardie armate di fucili a pompa) abbondano i miserabili, concentrati dovunque, a cominciare dalla “città del sole”, “Cite Soleil”, il sobborgo più povero (a discapito del nome) di Port-auPrince.

“L’Onu qualche anno fa lo definì uno dei quartieri più pericolosi del mondo – ricorda sul suo sito il giornalista Rai Andrea Riscassi, da poco rientrato dall’isola e autore di un reportage per la prima rete – fu forse anche per questo che tra il 2005 e il 2007 questo comune (staccatosi amministrativamente dalla capitale Port-au-Prince) fu messo a ferro e fuoco dai soldati – brasiliani – della missione militare delle Nazioni Unite (Minustah): i morti furono decine. Qui d’altronde spadroneggiavano le bande armate e c’era addirittura una pista d’atterraggio clandestina per l’arrivo di aerei dei narcos. Gli arresti furono 800″.

La ‘favela’ sorge tra l’aeroporto internazionale e il mare, “un mare bellissimo, che qui è un tappeto di immondizia. Tutta la baraccopoli è invasa dall’immondizia. Non c’è un vero e proprio sistema fognario, ma molti degli scarichi della capitale sfociano qui, dove vivono circa 100mila persone. Alcune, avendo avuto la baracca terremotata vivono ancora in tenda”.

Riscassi si sofferma anche sull’impegno dell’ong Avsi (presente massicciamente in questa zona devastata), che sta studiando come creare unità abitative “senza deludere quanti vivono in baracca, senza farli sentire ‘meno fortunati’ degli altri”.

Si lavora per costruire case e scuole, “alcune sono già funzionanti, ma qui sono crollate quasi tutte durante il terremoto”. Una delle tendopoli fuori dalla ‘Cite Soleil’ sorge sotto un campo da calcio, “che un ricco signore locale sta costruendo. Viene realizzato un po’ sopraelevato rispetto alle tende – racconta ancora Riscassi – quindi ad ogni pioggia (diluvia spesso qui), su queste persone arriverà ancora più acqua, saranno ancora più sommerse dal fango”.

Ed è in questo contesto che il 28 novembre si è svolto il primo turno delle elezioni presidenziali: file lunghissime davanti ai seggi (ovvero le pochissime scuole sopravvissute ai crolli o quelle improvvisate dove è ricominciata una surreale normalità) per esprimere la preferenza ad uno dei 18 candidati. Dodici di loro, ad urne chiuse, hanno chiesto l’annullamento del voto causa brogli, mentre nella capitale esplodeva la violenza della contestazione di piazza.

In una lettera, i 12 candidati hanno denunciato “un complotto del governo del Consiglio elettorale provvisorio per fa vincere le elezioni al candidato del partito al potere”, Jude Célestin, considerato la marionetta del presidente uscente, René Preval.

L’Onu e la comunità internazionale hanno dapprima espresso “la loro preoccupazione in seguito ai numerosi incidenti”, invitando la popolazione e i protagonisti della politica a “rimanere calmi”. In un secondo tempo, le stesse Nazioni Unite (già sotto accusa per la gestione dell’intervento post-terremoto, InviatoSpeciale ne ha già riferito nell’articolo leggibile qui) si sono dette pronte a lasciare l’isola di Haiti, per bocca da Edmond Mulet, capo missione dell’Onu sull’isola caraibica: “La comunità internazionale si ritirerà da Haiti e il Paese non beneficerà degli aiuti e delle risorse internazionali se la volontà popolare non sarà rispettata”.

I risultati del primo turno saranno diffusi a partire da domani e un eventuale secondo turno potrebbe aver luogo il 16 gennaio 2011.

Paolo Repetto

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