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Corruzione e crimine: arresti in Calabria

Autore: . Data: mercoledì, 22 dicembre 2010Commenti (0)

Retata di 12 presunti malviventi aderenti alla ‘ndrangheta. Tra loro alcuni politici. L’accusa è di corruzione elettorale aggravata da finalità mafiose.

Ieri sono state tutte arrestate 12 persone destinatarie di ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip di Reggio Calabria, Roberto Carrelli Palombi, su richiesta della Dda. I presunti reati commessi dagli indagati e rientrano nell’inchiesta sulla cosca Pelle della ’ndrangheta e sul condizionamento avvenuto in occasione delle elezioni regionali del marzo scorso.

Tra gli arrestati ci sono Santi Zappalà, consigliere regionale del Pdl, Antonio Manti, Pietro Nucera e Francesco Iaria di Melito Porto Salvo, Liliana Aiello nata a Catanzaro e residente a Reggio Calabria, tutti candidati non eletti al Consiglio regionale della Calabria.

I carabinieri del ros e del comando provinciale di Reggio Calabria hanno spiegato che accertato il condizionamento esercitato dalla cosca ’Pelle’ di San Luca in occasione delle elezioni amministrative del 29 e 30 marzo 2010 per il rinnovo del consiglio regionale le indagini hanno osservato gli incontri tra il boss Giuseppe Pelle ed alcuni candidati, i quali in cambio di voti assicurati alla ’ndrangheta avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l’aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici ed altre utilità.

Il più noto dei catturati è Zappalà. L’uomo, medico fisiatra è consigliere regionale ed anche sindaco di Bagnara Calabra, al suo secondo mandato dopo avere vinto le elezioni comunali nel 2001 e nel 2006. In Consiglio regionale è stato eletto, nella circoscrizione di Reggio Calabria con la lista del Pdl con 11.052 preferenze ed è presidente della VI Commissione ‘Affari dell’Unione europea e relazioni con l’estero’ e componente della Consulta regionale delle cooperazione. Nel 2006 era stato eletto anche consigliere provinciale nel collegio di Bagnara-Scilla risultando uno dei primi eletti dell’intera provincia. E’ stato Presidente del Pit “Area dello Stretto”. Nel 2003 era uno dei promotori del “Consorzio Costa Viola”. Nel gennaio 2006 era stato infine nominato componente del Consiglio di amministrazione dell’Agecontrol, struttura per le erogazioni in agricoltura.

La cosca Pelle, organizzatrice dell’affaire, è considerata una delle più potenti della ’ndrangheta calabrese. La famiglia ha come quartier generale San Luca, una cittadina in provincia di Reggio Calabria ed è attiva soprattutto nel traffico internazionale di stupefacenti, ma, come hanno dimostrato molte operazioni di polizia degli ultimi anni, ha interessi criminali su diversi settori.

La ’ndrina opera anche fuori dell’Italia ed è finita sulle prime pagine dei giornali esteri dopo la strage di Duisburg avvenuta il 15 agosto 2007, quando vennero uccise sei persone, riconducibili allo stesso clan Pelle, per mano della cosca Strangio.

Il boss dell’organizzazione in una intercettazione ha involontariamente spiegato agli inquirenti la sua strategia: “La politica nostra è sbagliata – ha detto -. Se noi eravamo una cosa più compatta dovevamo fare una cosa, quanti possono andare? Diciamo qua dalla ionica, quando raccogliete tutti i voti che avete, vanno tre persone. Altre tre vanno alla Piana e vanno già sei per il Consiglio regionale. La prossima volta quei sei, se si portavano bene andavano a Roma e andavano altri sei al posto di quelli”.

L’obiettivo di Pelle era puntare anche alle elezioni politiche e selezionare i propri candidati su base territoriale, sostenendoli evitando la dispersione di voti. Una linea operativa, ha scritto il gip nell’ordinanza di custodia cautelare, da collegare con gli esiti dell’operazione ’Crimine’ effettuata nel luglio scorso, e dalla quale emerse la configurazione della ’ndrangheta come organizzazione unitaria, suddivisa in tre mandamenti (ionico, della ’piana’ cioè tirrenico e di Reggio Calabria centro), tutti facenti capo ad un organismo di vertice denominato ’La Provincia’.

Il 27 marzo 2010, alla vigilia dalle regionali, Pelle aveva parlato con due affiliati della candidatura di Pietro Nucera, arrestato ieri, che poi non fu eletto. Parlando del pericolo di disperdere i voti, il boss aveva detto al suo interlocutore: “Ci perdiamo, e questa è una pecca che hanno tutte le famiglie, tutte”. Un altro, intervenendo nella conversazione aveva fatto notare che “il candidato nostro è stato sempre il primo eletto. Però io uscivo per raccogliere i voti, parlavo io, i miei fratelli parlavano”. “Ma con grande opportunismo – ha scritto ancora il gip – la strategia concretamente seguita da Giuseppe Pelle prevedeva di ricevere tutti i candidati che chiedevano di incontrarlo e di promettere a tutti il sostegno dell’organizzazione, salvo poi riservarsi di decidere su quali candidati fare convergere i voti controllati dalle cosche facenti capo all’organizzazione”.

I rapporti che emergono sempre più spesso tra crimine organizzato e politici locali e nazionali smentiscono la propaganda del governo sui successi della lotta alle mafie, ma peggio aprono dubbi sulla trasparenza dei processi di selezione dei candidati, e poi degli eletti, da parte dei partiti.

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