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Audience, cultura e polemiche: cala il sipario su “Vieni via con me”

Autore: . Data: mercoledì, 1 dicembre 2010Commenti (1)

“Vieni via con me” è finito, lunedì sera, con la sua quarta e ultima puntata, ma forse va bene così. La volontà di produttori e conduttori di andare in onda per altre quattro settimane, per via degli ascolti da capogiro, è stata rigettata dai vertici Rai, che avranno stappato bottiglie di spumante quando sul programma di Raitre è calato il sipario. Dopo un mese e passa di apnea, con la trasmissione che ogni lunedì superava il record d’ascolti della settimana precedente, con l’eco – fortissima – che il programma ha creato attorno a sé, il direttore generale e la sua cricca avranno tirato un bel sospiro di sollievo.

“Vieni via con me” è stato l’evento mediatico dell’anno; è stato un detonatore culturale, che ha diffuso nello stivale un sentimento di rivincita da parte di una cultura in ginocchio. Ha offerto alle milioni di persone che lo hanno seguito uno sguardo profondo, sull’Italia e sul mondo. Peccando spesso, come già accennato, di eccesso di retorica, cadendo in vittimismi e autocelebrazioni, ma trasmettendo, quasi sempre, un sentimento di coesione sociale, civica, di cui gli italiani hanno bisogno; commuovendoli con storie ordinarie o straordinarie, strappando sorrisi, vere e proprie risate, e facendoli riflettere con gli interventi di Roberto Saviano, che per quattro settimane ha raccontato l’Italia ai bambini, ai ragazzi, attraverso storie di gente comune, attraverso la quotidianità della gente.

A volte ha ricoperto po’ troppo il ruolo dell’agnello sacrificale, del Cristo in croce (come lo ha definito non del tutto erroneamente Aldo Grasso in una critica sul “Corriere” della scorsa settimana), con Fazio a tesserne l’orazione, però c’è poco da fare: il suo modo di raccontare le storie ha funzionato.

La sensazione che si è avuta, guardando la quarta e ultima puntata, è stata quella di un po’ di stanchezza, subentrata, com’è fisiologico, nei conduttori; ma un po’ di stanchezza intravista anche nei monologhi di alcuni ospiti, come Dario Fo, meno energico che in altre circostanze.

Un evento mediatico come questo resta tale nell’immaginario collettivo quando non stanca: probabilmente andare avanti avrebbe invece stancato il telespettatore, sarebbe risultato ripetitivo nei temi, avrebbe abbassato il livello degli ospiti, di pari passo con quello dell’audience. In questo modo, invece, “Vieni via con me” sarà forse ricordato come un crocevia, un evento simbolico di un cambiamento che, attraverso una scelta culturale, la società civile italiana mostra di volere.  Al di là delle critiche, sempre più mitigate (forse perché più passano le settimane più si abbassa l’eco?Allora, se è così, meglio fermarsi in tempo), “Vieni via con me” ha aperto un cunicolo, ha cavalcato un’onda, ha mostrato una faccia differente di un Paese stanco e sconfitto, culturalmente umiliato.

La Gabanelli che elenca le sue citazioni in giudizio (per un totale di 250 milioni di euro), la figlia di Tobagi che parla del padre, don Ciotti e il procuratore antimafia Grasso che parlano di legalità e degli strumenti (per i cittadini e per la classe politica) da utilizzare per difenderla, sono stati tra i protagonisti dell’ultima puntata, oltre al già citato Fo. C’è stato anche Enzo Biagi, nel ricordo delle sue parole, pronunciate dai conduttori, del suo grido d’amore per un’Italia dove i cittadini “campano soprattutto per le cose che non dipendono da loro”, o dove “uno ogni ottocento è presidente di qualcosa”. E, soprattutto, c’è stato Mario Monicelli. La notizia della sua scomparsa è giunta durante la diretta ed è stata data da Fazio ai telespettatori.

Monicelli, fino a pochi giorni fa, si era impegnato, a novantacinque anni, al fianco degli studenti in protesta per i tagli alla cultura. Appena poche ore prima di morire, poi, aveva chiesto a Michele Placido, uno dei protagonisti del suo ultimo film, “Le rose del deserto”, di scrivere un film-documentario sulla tragedia dell’Aquila. Era ancora impegnato nelle sue battaglie, lucido, disincantato e laico. Non si è fatto portar via dalla senilità che cancella i ricordi e annebbia le menti, ma quando ha deciso che era arrivato il momento di andarsene, se n’è andato da sé, “in modo teatrale, inequivocabile, definitivo, tirando un altro schiaffo, l’ultimo, sul volto protervo del potere, che vorrebbe imporci non solo come vivere, ma anche come morire”. Così scrive Alessandra Maiorino su ‘Cronache Italiche’.

Una delle parti più toccanti della trasmissione, per finire, è stata quella intitolata “per le strade del mondo”, in cui alcune persone, impegnate in progetti di sviluppo e organizzazioni non governative hanno elencato ciò che, con i loro occhi, hanno visto in giro per il mondo: in Africa, in Asia, nell’Europa dell’Est e persino in Italia, nella Torino un tempo meta principale dell’immigrazione del Sud e dall’estero, che oramai è satura socialmente e lavorativamente, e non è più in grado di accogliere nessuno.

C’è stato Francesco Aureli, ex direttore generale di Amref Italia (ong per lo sviluppo dell’Africa), che ha elencato ciò che ha visto per le strade dell’Angola; c’è stato Ernesto Oliviero, scrittore e fondatore di Sermig (l’Arsenale della Pace), che ha parlato della Torino della sua gioventù e della stessa città in cui vive oggi e dove ha costruito il suo progetto; è stato il turno, poi, di Franco Aloisio, di Parada, l’organizzazione rumena che utilizza l’arte come strumento di reinserimento sociale per i bambini, che ha elencato ciò che si è trovato di fronte sotto le strade di Bucarest; e, infine, è toccato a Cecilia Strada, di Emergency, figlia del fondatore Gino, che ha raccontato, in forma d’elenco, le atrocità che ha visto per le strade di Kabul. Sono stati tanti piccoli pezzetti di vita messi insieme, fonte di riflessione per alcuni, d’ispirazione per altri: “una finestra sul mondo”.

E’ arrivato, poi, il consueto finale, con un ottimo Stefano Bollani al piano e i due conduttori e creatori di questo programma impegnati nel solito ping pong vado via/resto qui. E’ stato un finale disincantato, a tratti emozionante, a tratti comico, con l’intervento estemporaneo di Paolo Rossi, soprattutto. E non ha stonato nemmeno l’eccesso di celebrazione personale nei confronti di Saviano.

Giuseppe Colucci

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Commenti (1) »

  • tonia ha detto:

    molto bello e sicuramente abbastanza oggettivo il commento e la descrizione dell’andamento del programma.Unico neo, permettetemi,”il Dario Fo meno energico che in altre circostanze”, come ha scritto qualcuno, resta comunque un pensiero soggettivo. Ringrazio con il cuore Saviano e Fazio che con umiltà e con linguaggio semplic hanno, mi auguro e spero vivamente, smosso le coscienze di coloro i quali vendono il loro voto a persone che non lo meritano, consegnando , per poche lire ,oltre al voto anche il futuro della propria vita

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