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L’agonia della stampa di sinistra

Autore: . Data: giovedì, 4 novembre 2010Commenti (0)

‘Il Manifesto’ in difficoltà serie, ‘Liberazione’ in crisi, ‘la Rinascita della sinistra’ chiusa, ‘l’Unità’ in apnea. Il lento declino di giornali che non riescono più a confrontarsi col presente è un segnale preoccupante sullo stato di salute dell’opposizione.

Ha scritto qualche giorno fa Gabriele Polo su ‘Il Manifesto’: “Da alcuni mesi il governo ha azzerato il finanziamento pubblico dell’informazione cooperativa e politica, cancellando la legge sul diritto soggettivo, sostituendolo con un ‘fondo’ per l’editoria, ancor oggi del tutto indefinito. La conseguenza, per quel che ci riguarda, è il dissolversi del 25 per cento delle entrate. Da alcuni anni le nostre vendite sono in costante flessione e – per dare qualche cifra – nei primi nove mesi del 2010 le copie diffuse in edicola sono scese quasi del 20 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009, mentre gli abbonati sono il 10 per cento in meno dell’anno precedente. Tra finanziamenti dissolti e copie perse stiamo soffocando: se non riusciremo a invertirne il corso ‘naturale’, questi due fatti – soprattutto il primo, per rilevanza quantitativa – porteranno in pochi mesi alla chiusura del manifesto”.

Le parole dell’ex direttore del quotidiano ‘sofisticato’ della sinistra italiana dovrebbero far riflettere. Il giornalista parte nel suo ragionamento dall’assunto che il taglio dei finanziamenti pubblici è una delle cause che potrebbero portare alla cessione delle pubblicazioni ed ammette poi una crisi del ‘prodotto’. Sulla perdita di lettori Polo ha aggiunto: “Se il giornale ‘perde copie’ e appare meno utile di un tempo è perché il nostro ‘media’ funziona male e il nostro mestiere ha perso in vivacità e curiosità; perché siamo diventati politicamente pigri, rischiando il conformismo. Siamo parte (in causa) di una crisi generale, la cui risoluzione è tutta da costruire. Cosa che non avverrà dall’oggi al domani, che non dipende solo da noi, ma che non possiamo attendere ci cada dal cielo”.

La “crisi generale” citata dal giornalista è indubbia e tuttavia colpisce alcuni e non altri. Osservando la situazione dei ‘grandi gruppi’ editoriali si scopre che a fronte di una caduta del 2 per cento del mercato pubblicitario nazionale nel primo semestre del 2010, Rcs registra una perdita netta di 9,8 milioni di euro, in miglioramento rispetto alla perdita di 65,1 milioni registrata nello stesso periodo del 2009, il gruppo Cir ha chiuso invece con ricavi e margine operativo lordo in crescita, Caltagirone Editore (Il Messaggero, Il Mattino ed Il Gazzettino, Il Corriere Adriatico ed Il Nuovo Quotidiano di Puglia, Leggo) cresce da 15,3 a 17,1 milioni ed il ‘rosso’ di 8,1 passa ad un utile di 2,5 milioni.

Mediaset, l’azienda Berlusconi, fa caso a sé.  Nel primo semestre ha registrato un utile netto di gruppo di 241,6 milioni di euro, in crescita del 33,7 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I ricavi netti consolidati aumentano del 16,7 per cento a 2.277,8 milioni e l’indebitamento netto passa da 1.552 milioni di fine 2009 a 1.476,3 milioni di euro al 30 giugno 2010. La generazione netta di cassa è stata pari a 373,3 milioni di euro, in netta crescita rispetto ai 121,5 milioni di euro dello stesso periodo dell’anno precedente. In Italia i ricavi pubblicitari televisivi lordi di Publitalia hanno  raggiunto i 1.442,5 milioni (5,3 per cento, contro il 2,1 segnato dal mercato tra gennaio e maggio secondo i dati Nielsen). Includendo anche i canali digitali la crescita dei ricavi pubblicitari complessivi sale al più 6,8 per cento. I ricavi Pay tv Mediaset Premium da vendita di carte, ricariche e abbonamenti Easy Pay sono stati di 229,7 milioni (più 55). Le carte attive al 30 giugno 2010 sono pari a circa 4,4 milioni rispetto ai circa 3,7 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. La sostenuta crescita dei ricavi complessivamente generati dalle attività di Mediaset Premium ha consentito il raggiungimento nel secondo trimestre 2010 del break-even operativo. Quanto agli ascolti, Canale 5 è la rete italiana più vista nel target commerciale sia in prima serata (21,5 per cento) che nelle 24 ore (21,1 per cento).

Oltre la fredda logica dei numeri un dato è chiaro: se alcuni soffrono ed altri reagiscono, il presidente del Consiglio per quanto riguarda le sue attività industriali trionfa. Ma cosa ha generato questa situazione ‘anomala’. Non solo il ‘conflitto di interessi’, che oggettivamente fornisce a Mediaset opportunità maggiori, ma anche l’esito di anni ed anni di bombardamento di modelli e contenuti ‘berlusconiani’ che sono passati non attraverso telegiornali o programmi ‘politici’, ma per le strade subliminali seguite dalle trasmissioni ‘leggere’, quelle di spettacolo o intrattenimento, e dalle numerosissime pubblicazioni di gossip o pettegolezzi che Mondadori stampa con assiduità.

E questa strategia del ‘trash’ ha coinvolto anche altri gruppi editoriali. Persino il ‘Corriere della Sera’ oggi offre generose cronache del nulla su vallette, veline e presunti vip della tv. Foto ammiccanti comprese.

La sinistra italiana, in passato in grado di interpretare profondamente i sentimenti della società, era riferimento per poeti, pittori, giornalisti, musicisti o registi. E quegli ‘intellettuali’ producevano idee, nutrivano la politica con la profondità della cultura.

La combinazione tra l’imbarbarimento prodotto dal berlusconismo e la sconfitta dell’intellettualità progressista ha modificato il ‘mercato’, inducendo nei cittadini bisogni elementari o persino volgari. ‘Must’ del ‘popolo di sinistra’, come per esempio ‘l’Unità’ o ‘la Repubblica’, si sono omologati al pensiero debole, diventando contenitori senz’anima, mentre nella tv non c’è alcun esempio di produzione di qualità, perchè anche i premiatissimi ‘Ballarò’ o ‘AnnoZero’ neppure si avvicinano agli standard minimi di qualità ed innovazione indispensabili per offire una alternativa al modello rozzo di Rai e Mediaset.

Polo ha proposto una cura per ‘Il Manifesto’: “Dovremo ripensare il nostro lavoro (il quotidiano che facciamo, il sito, i supplementi e gli speciali), il suo senso, la sua utilità, la nostra relazione con i lettori e con il ‘nostro mondo’: cioè il come esserci e fare politica nella particolare forma di un giornale. Coscienti che l’esito non è scontato. E, contemporaneamente, tenerci in vita facendo quadrare almeno un po’ i conti. Questo è lo stato dell’arte. La cosa più urgente, dopo il taglio dei finanziamenti pubblici, è sostituire l’editore pubblico che si defila – lo stato – con l’unico altro editore pubblico possibile – i lettori. Per questo ‘riapriamo’ una sottoscrizione che non dovrebbe finire mai e anticipiamo la campagna abbonamenti 2011, chiedendo a tutti di partecipare e di promuoverla. Entro i prossimi tre mesi, per evitare che con la fine del 2010 arrivi anche la fine del manifesto”.

Rimedi in larga misura destinati prima o poi a fallire. Perchè come era sbagliato supporre di avere un ‘editore pubblico’ che non si curava delle venite, così oggi appare velleitario cercarne uno ‘comunitario’ rappresentato dai lettori.

Il nodo irrisolto dell’editoria ‘di sinistra’ è nella totale assenza di un progetto per la società dell’informazione, di una visione di insieme che non si concentri nella ricerca di nicchie di mercato che assicurino la ‘sopravvivenza’ alle singole testate. Solo la costruzione, ambiziosa e difficilissima, di un polo editoriale multimediale, capace di raccogliere le energie intelligenti del Paese (non quelle ‘alla moda’) per parlare a tutti i cittadini e non solo a quelli schierati potrà non solo rompere il monopolio del trash che ha invaso molte redazioni italiane. Una convergenza di media e piattaforme digitali sulla quale costruire un linguaggio nuovo, per smantellare l’impero del nulla inventato dal Cavaliere.

Ipotesi, tuttavia, del tutto velleitaria, perchè partiti e sindacati legati all’opposizione da anni non mettono in condizione la società civile di selezionare le professionalità necessarie per vincere la scommessa. E non si nota neppure l’ombra di un ravvedimento. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

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