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Il regno della paura genera mostri

Autore: . Data: lunedì, 29 novembre 2010Commenti (0)

Avetrana, Cogne, Perugia, Erba. E poi gli immigrati, l’emergenza romanì, gli africani di Rosarno in rivolta, i quartieri cinesi. Quale potrebbe essere il comune denominatore tra questi elementi? Con molte probabilità la paura, che si radica nella coscienza dei cittadini ogni volta che i mezzi di comunicazione si occupano di cronaca.

La tesi è stata valutata a Capodarco di Fermo, durante un seminario per giornalisti organizzato dall’agenzia stampa Redattore Sociale inaugurato da Ilvo Diamanti, sociologo e docente di Scienza Politica all’Università di Urbino.

Nel meeting è stato anche presentato una ricerca condotta in collaborazione con Demos. Introducendo i lavori, Roberto Natale, presidente della Fnsi, ha parlato di “imprenditori della paura”, facendo riferimento a politici e media: “Consapevolmente qualcuno di noi ha fatto campagne mediatiche – ha affermato Natale -. Qualcuno inconsapevolmente. Ma l’inconsapevolezza non è una attenuante”.

Nel suo intervento Antonio Nizzoli dell’Osservatorio di Pavia, un centro che si occupa di ricerca e analisi della comunicazione, ha detto: “Se voi togliete ai Tg le immagini, vi accorgerete che la povertà di quello che viene detto è incredibile. La notizia è spesso emergenziale. Essa può essere reale, condivisibile, oppure essere il frutto di una rappresentazione fittizia. Le emergenze non esistono in natura in modo immediato. Esistono in relazione alla modalità che la determinano. Realtà, mediazione, rappresentazione mediatica: questo l’iter corretto. Ma per comunicare un’emergenza bisogna mettere in relazione diversi elementi. Se questa serie di elementi si sfrangia, è più difficile delineare l’emergenza. Essa è una costruzione di senso narrativa e la messa in forma è il risultato di una selezione, che fa il mediatore, ovvero il giornalista”. Lo studioso ha quindi svelato come si producono le spinte razziste o xenofobe: si costruisce un’emergenza e si diffonde il senso di paura che serve, poi, a giustificare la “discriminazione istituzionalizzata”, ovvero i sistemi di esclusione sociale che coinvolgono gli stranieri e, di nuovo come in passato, anche i meridionali.

Ma a cosa serve e come avviene la costruzione della paura? Secondo Ilvo Diamanti è innanzi tutto importante stabilire le tre diverse dimensioni attraverso cui parlare di sicurezza: la rappresentazione, la percezione e la realtà. “E’ importante incrociare questi criteri – ha affermato – perché dovremmo rispondere a un problema di fondo: se in questa società conta molto l’insicurezza, perché essa è così importante e così diffusa? In realtà – ha spiegato – l’Italia è un Paese specializzato nella comunicazione dell’insicurezza e nella trasmissione della paura. Prevale la criminalità comune nei Tg, perché questo ci rende più insicuri, e dunque più contenti. Dovendo essere rassicurati, abbiamo bisogno di insicurezza. Per questo la criminalità la fa da padrona nei palinsesti e a livello comparato”.

Molto interessanti i dati della ricerca che individuano in certi mezzi di informazione i principali responsabili di questa situazione: “Le notizie ansiogene – ha detto il sociologo – sono nei due Tg maggiori, Tg1 e Tg5, poi viene Studio Aperto. Poi c’è il TG2 e ultimi TG4 e TG3, quelli politicamente più orientati. Ma perché è così numerosa l’informazione ansiogena? Non è così dappertutto. Se vedete i Tg di prima serata in Europa, si noterà che i Tg italiani hanno molte più notizie di crimini rispetto ad altri, il doppio di quelli francesi. L’unico Tg che compete è la prima rete privata spagnola, Telecinco”.

Insomma, la costruzione della paura nei telespettatori sarebbe una caratteristica prevalentemente italiana. I crimini in tv diventano reality e spesso vengono sceneggiati, Nel caso di Avetrana, l’ultimo exploit in ordine di tempo di tv spazzatura legato alla cronaca nera, i personaggi sulla scena sono i più disparati: gli imputati, ma sedicenti esperti, avvocati, criminologi, sacerdoti, giornalisti e cittadini alla ricerca di protagonismo. La tragedia di un omicidio viene trasformata in fiction, in una specie di teleromanzo giallo, e poco importa se notizie offerte al pubblico prive di fondamento, manipolate, in molte occasioni assolutamente balzane.

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