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Il Governo, la famiglia e il trionfo della retorica

Autore: . Data: martedì, 9 novembre 2010Commenti (0)

La seconda Conferenza nazionale sulla famiglia non è stata solo una noia mortale, ma è stata anche il trionfo della retorica anti-laica, un revival dei meeting democristiani anni Settanta, allorquando il tema caldo era il divorzio prima e l’aborto poi, e il nemico numero uno, con un Pci sonnecchiante, erano i Radicali. Che, poi, portarono il partito di Moro e Andreotti alla prima, vera, sconfitta della sua storia.

Per fortuna, a rendere la conferenza un po’ più pepata, ci hanno pensato proprio i Radicali che, assieme ad Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno e Agedo, hanno presidiato con un sit-in l’ingresso della sede dove si teneva il meeting, al grido di “Basta la famiglia del bunga-bunga”, per poi spostarsi alla Statale per una contro-Conferenza sulla famiglia, più vicina ai temi e ai bisogni reali dei nuclei italiani.

La prima notizia importante, comunque, è stato il forfait di Berlusconi, che avrebbe dovuto aprire l’incontro, sbandierando ai quattro venti ciò che il governo ha fatto – o sostiene d’aver fatto – per la tutela della famiglia. Il premier, date le innumerevoli vicissitudini di cui è stato protagonista – dalla famosa lettera di Veronica Lario a ‘Repubblica’, passando per Noemi Letizia, i sospetti sulle sue relazioni con ragazze minorenni, i presunti festini a luci rosse a Palazzo Grazioli e a Villa San Martino, gli “aiutini” a Ruby, la nipote farlocca di Mubarak, le battute infelici sugli omosessuali e le prediche da parte di ‘Avvenire’ e ‘Famiglia Cristiana’ – è stato neanche tanto segretamente invitato dalle associazioni cattoliche che hanno organizzato l’evento a non presenziarlo, ritenendo la sua presenza “imbarazzante”.

Mancando Berlusconi, ad aprire la Conferenza è stato chiamato Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega alla Famiglia. Il suo intervento è servito a togliere le castagne dal fuoco e a indirizzare la seduta sul binario prefisso. Giovanardi ha criticato la Scienze e le biotecnologie, che rischiano di minare il diritto dei neonati “di nascere all’interno di una comunità d’amore, con una identità certa paterna e materna”. Ha, poi, accennato alla Legge 40 in materia di procreazione assistita, che rappresenterebbe, a suo dire, un argine contro l’apertura di “inquietanti scenari”, di un “Far West della provetta”, un po’ come sta accadendo, dice, negli Stati Uniti, dove “si moltiplicano i casi in cui qualcuno si è sentito citare in giudizio per il mantenimento del figlio”.

Peccato, davvero peccato, perché proprio Giovanardi aveva da poco firmato la revisione della normativa in materia di filiazione, per cui a tutti i figli, nati all’interno o all’esterno del matrimonio, è riconosciuto lo stesso stato giuridico. Evidentemente, però, la tentazione – o il bisogno o, ancora, l’ossessione – di addomesticare le folle cattoliche presenti all’evento, ha avuto il sopravvento. Con Berlusconi ormai poco credibile, un governo conservatore come quello italiano ha bisogno come il pane di riconquistarsi, in qualche modo, le simpatie dei cattolici.

A coadiuvare il suo compagno di governo ci ha pensato, allora, il Ministro del Welfare Sacconi che, intervenuto in mattinata, si è subito lanciato nello sport preferito degli esponenti del suo partito: l’attacco all’arma bianca contro Gianfranco Fini, reo, questa volta, d’aver messo in discussione il primato della famiglia “naturale” (che vuol dire, secondo questa interpretazione, quella basata sul matrimonio).

“Ho sentito ieri dai cosiddetti futuristi – ha detto Sacconi – mettere in discussione il primato pubblico della famiglia naturale. Senza nulla togliere al rispetto che meritano tutte le relazioni affettive che però riguardano una dimensione privatistica, le politiche pubbliche che si realizzano con benefici fiscali sono tarate sulla famiglia naturale”.

Avanti, quindi, puntando – dal punto di vista del sostegno statale – solo sulla famiglia fondata sul matrimonio e orientata alla procreazione, al diavolo il resto. Evidentemente redarguito, il ministro ha precisato qualche ora dopo dicendo che le politiche pubbliche debbano orientarsi alla famiglia tradizionale, ma anche a quella fuori dal matrimonio. “Non sono un nazista”, ha tenuto a precisare, tanto per chiarire ogni dubbio.

Dopo di loro hanno preso la parola altri esponenti della maggioranza di governo, ma l’impressione generale è stata quella della presentazione e dell’espressione di concetti vecchi, inattuali, dettati dalla necessità d’addolcire le folle cattoliche inviperite col premier; una sorta di revival degli anni Settanta e del proibizionismo in materia di diritti civili. A tratti sembrava, come ha detto Livia Turco del Pd, che i loro discorsi fossero impregnati da una “violenza da campagna elettorale”.

Sarà stata un’impressione ma tra le parole dei governanti e quelle di Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, intervenuto in seguito, quelle di quest’ultimo hanno avuto un’impronta decisamente più laica. “Non basta una semplice proclamazione di valori, impegni e mete – ha affermato l’altro il cardinale – è necessario il lavoro quotidiano sulle condizioni concrete perché i valori che tutti proclamano siano resi concreti sulla rete della famiglia. E’ necessario un coinvolgimento generale, una grande alleanza fra tutte le forze, politiche, culturali e associative che possano occuparsi della famiglia, soprattutto le più fragili”. Insomma, meno retorica, più fatti.

Tra tutti, però, il più pragmatico è parso Napolitano che, pur non intervenuto, ha mandato un messaggio, precisando che è compito di tutti i soggetti istituzionali “affrontare con determinazione e lungimiranza i problemi principali che ostacolano il formarsi delle famiglie: la precarietà, l’instabilità dell’occupazione, la difficoltà di accesso ai servizi e sostegni pubblici e la loro disomogenea distribuzione sul territorio”. Vale a poco, infatti, arrovellarsi su quale sia il prototipo di famiglia che meriti maggiori aiuti dallo Stato, occorre, piuttosto, far sì che la precarietà del mondo del lavoro di oggi non uccida il concetto stesso di relazione, di progetto a lungo termine, di maternità e paternità e, perché no, se desiderato, di matrimonio.

Piuttosto che parlare di soluzioni per la famiglia italiana, per lunghi frangenti l’incontro è parso l’ennesimo tentativo di contrapporre, come in un incontro sportivo, la famiglia ritenuta tradizionale a quella ritenuta eretica e, per questo, depositaria di meno diritti. Come se il matrimonio costituisse una pregiudiziale per giudicare la condotta, la moralità e persino il sostegno economico da parte dello Stato. Ma non è roba nuova, e non ci si attendeva tanto di meglio.

L’incontro è scivolato via, presentando, tra l’altro, eloquenti statistiche che parlano – come d’altronde accade nel resto d’Europa – di un calo vigoroso dei matrimoni e delle gravidanze (questo problema legato a doppio filo alla precarietà del mondo del lavoro, come si diceva prima), e di un’impennata di divorzi e separazioni. A confermare il poco radicamento dei concetti espressi, all’interno della società civile, quella vera.

Giuseppe Colucci

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