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Tsunami sulla Rai

Autore: . Data: giovedì, 28 ottobre 2010Commenti (0)

La situazione dell’azienda pubblica è vicina al collasso. Il Cda non riesce a riunirsi per decidere le ennesime nomine lottizzate e Bersani chiede a Masi di accomodarsi alla porta.

La giornata di ieri sembra aprire la campagna di inverno della Rai. Prima di tutto è stata rinviata alla prossima settimana la riunione del consiglio d’amministrazione dell’azienda prevista per oggi. All’ordine del giorno avrebbero dovuto esserci nuove nomine. Ma il presidente Paolo Garimberti questa volta sembra aver puntato i piedi, rifiutando le proposte del direttore generale, Mauro Masi, ed ha minacciato le dimissioni.

Pare che più di un consigliere aveva fatto sapere di non voler prendere parte alla riunione. “Io – ha detto Giorgio Van Straten (Pd) – non avrei partecipato al consiglio”. Eguale la posizione di Nino Rizzo Nervo (Pd): “Non avrei partecipato domani alla riunione sul punto delle nomine”.

Per la cronaca il direttore di Rainews, Corradino Mineo, di area centro sinistra, avrebbe dovuto essere sostituito con Franco Ferraro, caporedattore di Sky tg24, di area Lega Nord. Il direttore di RaiDue, Massimo Liofredi, ex An,  avrebbe lasciato la poltrona alla giornalista del Tg1 Susanna Petruni, sempre Pdl, ma berlusconiana di ferro.

Promozioni ed incarichi singolari, perchè in una azienda con centinaia di professionisti non si comprende il motivo che impone l’assunzione di un direttore dall’esterno e la collocazione di una giornalista senza alcuna esperienza di gestione di una rete televisiva alla direzione di RaiDue.

Liofredi, per la verità, già al momento di assumere l’incarico non aveva ricevuto la fiducia dei consiglieri Nino Rizzo Nervo, Marco Van Straten e di Giovanna Bianchi Clerici (Udc) e godeva di un poco gradevole commento di Garimberti: “Rispetto alle dichiarazioni critiche e alle valutazioni di inadeguatezza del candidato votato per RaiDue dico soltanto che, in questi due tormentati mesi di discussione, erano state proposte candidature professionalmente assai più inadeguate”. Insomma, viva il meno peggio.

Intanto Carlo Verna, segretario dell’Usigrai, nel corso del convegno dal titolo inequivocabile ‘No al baratro! Una svolta per la Rai’, ha detto: “Il contesto complessivo è difficile ma la gestione Masi è un po’ un incubo nell’incubo. Chi ha visto il film ‘Inception’ può avere meglio l’idea di questa sovrapposizione, che nella pellicola, di cui è protagonista Leonardo Di Caprio, è nell’intrecciarsi di sogni simili ad incubi come per noi è nel loro rapporto con la realtà”. Secondo il sindacalista, “nell’interesse dei cittadini e dei dipendenti per salvare la Rai ci si deve mettere a lavorare subito in sede legislativa, ma i tempi del cantiere non possono costituire ragione per non intervenire immediatamente laddove si deve. Niente palla in tribuna, la sfida per la salvezza del servizio pubblico si gioca a tutto campo e adesso”.

Il segretario dell’Usigrai ha quindi invocato una legge “urgente, condivisa, multipartisan che separi gestione e controllo, che allontani la morsa dei partiti in una sorta di disarmo multilaterale”. Verna, che forse vive su un altro pianeta, ha affermato che la ‘decontaminazione’ dell’azienda pubblica dalla partitocrazia “sarebbe possibile, anche in tempi brevi, ma c’è bisogno di una soluzione ponte, transitoria, che metta al vertice di viale Mazzini un direttore generale che conosca bene e da tempo la Rai, che la ami, che ami i principi costituzionali di autonomia e libertà”.

E l’esecutivo dell’Usigrai nel frattempo ha programmato per i giorni 9, 10 e 11 novembre un voto su Masi. Sulla base di una delibera dei Garanti del sindacato verrà chiesto ai giornalisti (in gran parte selezionati sulla base della loro collocazione di partito) di rispondere al quesito: “Alla luce delle politiche aziendali fin qui perseguite, esprimi fiducia nel direttore generale, Mauro Masi?”.

Intervenendo nello stesso convegno, Italo Bocchino, capogruppo di finiano alla Camera, ha sostenuto: “Non possiamo arrivare al baratro facendo finta di non vedere: così com’è, la Rai tra qualche anno rischia di fare la fine di Alitalia. E saremo costretti a venderla”. “Sappiamo bene – ha insistito – che le nostre proposte non coincidono con le vostre (rivolto all’Usigrai, ndr). Ma possiamo dialogare insieme per arrivare ad una soluzione comune: la privatizzazione della Rai diventa un’ipotesi finale, sulla quale ragionare”. Bocchino, che forse non guarda la tv, ha rilevato come la Rai sia oggi, “dal punto di vista della qualità, uno dei migliori servizi pubblici del mondo: non mi pare ci siano altre tv” alle quali ispirarsi.

Per Bocchino la dirigenza di viale Mazzini ha problemi evidenti: “I costi, con i conti che non tornano, e i contenuti, con la questione del pluralismo. Ma è inutile negare che la Rai è destinata a fare la fine di Alitalia, nonostante il miliardo e mezzo circa che arriva dal pagamento del canone. I dati sono negativi e i ricavi rimangono fermi al palo”. Il capogruppo di Fli ha invitato a scelte “gestionali ragionate e di rilievo. Se non faremo qualcosa, infatti, ci ritroveremo tra qualche anno a dover vendere. Allora, tanto varrebbe vendere l’azienda e valorizzarla”.

Insomma, il rappresentante di un sindacato che per anni ed anni ha tollerato la lottizzazione e qualche volta la anche assecondata, adesso crede che l’esercito di giornalisti, dirigenti e quadri intermedi nominati ‘per tessera di partito’ debbano essere lasciati liberi da “una morsa” che ne ha garantito e ne garantisce la carriera, mentre l’esponente di una maggioranza che insieme all’opposizione ha portato la Rai in questa situazione adesso afferma tranquillamente che la soluzione è nella vendita di un bene pubblico ai privati e non una profonda riforma che impedisca al Palazzo di razziare a proprio piacimento.

Masi, forse libero dopo il rinvio del Cda, nelle stesse ore rilasciava un comunicato nel quale affermava che “atteso che le notizie contenute in un articolo apparso oggi (ieri per chi legge, ndr) sul quotidiano ‘Il Fatto’ relative ad un possibile programma di economia nei palinsesti Rai sono false e diffamatorie”, aveva incaricato i suoi legali di procedere immediatamente “in tutte le sedi contro l’autore dell’articolo medesimo”.

A scatenare le ire del dg una anticipazione del quotidiano diretto da Padellaro e secondo la quale sarebbe in cantiere un programma di economia in dieci puntate, da mandare in onda dal prossimo 3 gennaio, affidato alla sua compagna Ingrid Muccitelli ed a Barbara Carfagna, conduttrice del Tg1. Che con tutto quello che accade in Rai non sembra neppure una notizia sconvolgente.

Se Masi si occupava di querele, tre consiglieri di amministrazione, Nino Rizzo Nervo, Giorgio Van Straten e Rodolfo De Laurentiis (Udc) hanno inviato una lettera al presidente della Commissione di Vigilanza, Sergio Zavoli: “Siamo molto preoccupati per lo stato di salute della Rai e la situazione è arrivata ad un punto tale che non possiamo limitare solo alla nostra attività in consiglio di amministrazione l’azione di controllo, vigilanza e di denuncia. Il servizio pubblico è un patrimonio dell’intero paese e per difenderlo è venuto il tempo di rendere tutti consapevoli che rischia una crisi irreversibile” hanno scritto. “Se da un lato – hanno aggiunto – assistiamo ad un’invadenza impropria per condizionare i contenuti della programmazione che non ha precedenti, dall’altro gli indicatori economici mettono a forte rischio la stessa continuità aziendale, mentre sul tema delle nomine confusione e dilettantismo regnano sovrani determinando a tutti i livelli aziendali incertezza e sconcerto. La rottura delle trattative con i sindacati, l’inedito referendum sul direttore generale deciso dall’Usigrai oltre ad essere un sintomo delle difficoltà del momento sono il segno della inadeguatezza nel saper gestire anche le relazioni industriali”. “E’ vero la Rai ha bisogno di una riforma – hanno proseguito i consiglieri – affinchè la politica resti fuori dalla gestione e l’azienda possa operare come una normale società per azioni regolata soltanto dalle norme del codice civile, ma ha soprattutto bisogno da subito di risposte da parte delle istituzioni competenti sui temi più volte sollevati e, conseguentemente, di una guida in grado di lavorare nell’interesse esclusivo dell’azienda e per rafforzare il suo ruolo di servizio pubblico”.

Rizzo Nervo, Van Straten e De Laurentiis hanno spiegato che “La crisi dei mercati internazionali ha solo rivelato più drammaticamente che nel passato la debolezza strutturale dell’Azienda, che in molte sue attività continua ad operare come se agisse ancora in regime di monopolio. La necessità e l’urgenza di un piano industriale serio e rigoroso che consentisse di azzerare l’indebitamento finanziario e di tornare al pareggio di bilancio in tre anni, attraverso un improcrastinabile recupero di efficienza e concentrando investimenti, uomini e idee sul core business cioè il prodotto, erano state sollecitate dal Consiglio di amministrazione sin da prima dell’estate dello scorso anno. Dopo alcuni mesi di inutili e vaghe esercitazioni interne che hanno portato alla non condivisione da parte del Cda delle linee guida di risanamento proposte perchè troppo conservative, la direzione generale accolse il suggerimento di avvalersi di un advisor esterno. La nuova ipotesi di piano industriale con i correttivi apportati dal Consiglio di amministrazione è stata approvata il 20 maggio di quest’anno”.

Quindi i consiglieri hanno dato il colpo finale a Masi: “La direzione generale invece di rendere partecipe il management delle difficoltà e delle decisioni adottate per superarle, invece di aprire subito i tavoli di contrattazione sindacale per mesi ha di fatto sottaciuto la realtà alle varie componenti aziendali minimizzando nelle rare occasioni di incontro la situazione reale. È stata necessaria una nuova presa di posizione del Cda nella seduta del 20 ottobre scorso per indurre la direzione generale ad assumersi le sue responsabilità e ad avviare finalmente le procedure di attuazione del piano attraverso un confronto anche aspro ma ineludibile con tutte le componenti aziendali. Nel frattempo, però – hanno concluso -, sono stati vanificati gli effetti del piano sul 2010, mentre il ritardo determinerà inevitabilmente azioni molto più severe, perchè non più scaglionabili nel tempo, per poter raggiungere l’obiettivo del risanamento con il bilancio 2010″.

A quel punto è arrivato il diktat del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, secondo il quale Masi deve “prendere atto che la sua esperienza è finita”. Il leader del principale partito di opposizione, pur con un ritardo di alcuni anni si è reso conto che la situazione della Rai è arrivata “a un punto di una gravità inaudita. Siamo davvero al capolinea. Per ripartire è necessario che l’attuale direttore generale, Mauro Masi, prenda atto che la sua esperienza è finita. E il Parlamento si faccia carico da subito di un provvedimento di riforma della governance del servizio pubblico. Non è più il momento -  ha aggiunto – di temporeggiare. Qualsiasi ulteriore ritardo rischia di far precipitare la Rai in una crisi irreversibile. Non vogliamo che un bene collettivo come il servizio pubblico radiotelevisivo sia lasciato andare fuori controllo. La vicenda della Rai è l’ennesima dimostrazione – ha concluso Bersani – che questo governo lascia marcire i problemi anziché affrontarli e risolverli”.

Giornata di fuoco, quindi, ma un po’ strana. Sia i censori che i censurati sono complici del disastro, ma senza pudore omettono il particolare, mentre il senatore Gasparri, probabilmente appena rientrato da Marte, ha affermato: “Il segretario del Pd continua con tutto il suo seguito a lanciare minacce verso il servizio pubblico che nascono dalla concezione proprietaria della Rai tipica della sinistra. Tra l’altro queste sortite sono il frutto delle sollecitazioni dei rappresentanti interni alla Rai del Pd, intenti a operazioni di bassa cucina con volontà discriminatorie contro chi non risponde alle loro logiche. Non si pensi poi di usare la commissione di Vigilanza come tribuna solo di alcuni”.

Il caos regna sovrano.

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