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Tra precarietà e diritto alla speranza

Autore: . Data: mercoledì, 27 ottobre 2010Commenti (0)

In questi ultimi anni – è sotto gli occhi di chiunque abbia occhi per vedere – la società si è degradata moltissimo in ogni suo aspetto. E tutti ne risultiamo impoveriti. Si tratta di una crisi che ha colpito tutti, alcuni in modo più grave, altri più lieve, ma ha comunque minato le certezze dei cittadini.

Ognuno di noi è consapevole oggi di un fatto assai poco rassicurante: dopo aver faticato per costruire un ambiente confortevole per sé e per i propri cari, può perdere tutto da un momento all’altro. Il dipendente sa di poter essere licenziato, il libero professionista sa che se i suoi clienti si sono impoveriti i suoi affari ne risentiranno, il negoziante sa che le persone si possono permettere sempre meno la qualità, lo stesso piccolo imprenditore si trova sempre più strozzato nella poca possibilità di liquidità che le banche possono accordargli. Ognuno deve rivedere i confini del proprio ‘potere’, diciamo così. Ed è questo il senso di precarietà contro cui combattiamo tutti i giorni.

La generazione prima della nostra partiva da una povertà maggiore, ma aveva tutte le speranze che gli concedeva una società ‘in crescita’. La nostra generazione partiva da una ricchezza maggiore, ma più andiamo avanti, meno è palpabile la speranza. Ed è proprio la speranza, crediamo, la parola-chiave dei nostri tempi cupi.

Perché si è notato che, in passato, di fronte alle difficoltà, le persone si univano, facevano fronte comune. Al giorno d’oggi, invece, la parcellizzazione sociale ha prodotto un gravissimo risultato: i cittadini in difficoltà si dividono e sono diffidenti l’uno nei confronti dell’altro. Ciò accade sia perché quasi tutti noi abbiamo qualcosa da perdere, sia perché nella povertà che avanza inesorabile riusciamo a renderci disponibili solo verso i nostri cari e abbiamo paura del resto del mondo che ci circonda.

I media, in questo dramma, fanno egregiamente la loro parte: in tv abbondano notizie di cronaca nera, tra chi uccide i propri famigliari e quelli che si ammazzano per la strada. Non ci si sente più al sicuro da nessuna parte o, almeno, così le notizie ci vengono presentate. Mentre cresce la paura.

Dunque diviene ‘normale’ diffidare sempre più da tutte quelle persone che si incontrano per strada, e ognuno cammina sui marciapiedi immerso nei suoi pensieri e nelle sue preoccupazioni. Ognuno è solo, sempre di più.

Qualche volta ci si ferma magari a guardare i bambini che giocano, sopraggiunge il rimpianto di quell’innocenza e ingenuità, e si sente addosso tutta la fatica del vivere quotidiano, la ‘non libertà’ nella quale siamo immersi, presi ormai sempre più non da ‘obiettivi da raggiungere’, ma da ‘problemi da risolvere’.

Ecco perché è necessario non aver paura di andare controcorrente, per affrontare ‘insieme’ anni così duri. Cercando anche di mantenere la fiducia nelle persone, nei compagni di strada vittime della precarietà in tutte le sue forme. Cercando, insomma, di restituire alle nuove generazioni quella speranza che non può mancare. Anche perché è un diritto umano irrinunciabile.

Maria Cristina Manfredi

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