cronaca

I fatti senza distorsioni, opinioni o interpretazioni. Spesso la realtà è differente da come viene raccontata dai media.

esteri

Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

politica

In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

tu inviato

Gli articoli scritti dai cittadini e pubblicati dal nostro giornale. La libera informazione è libertà di espressione.

vivere

Diritti civili, convivenza pacifica, cultura, arte, spettacolo, salute, ambiente, sport, tecnologie, cucina: sono il cuore del millennio.

Home » in evidenza, politica
Regola la dimensione del carattere: A A

Marchionne e l’Italia da rottamare

Autore: . Data: martedì, 26 ottobre 2010Commenti (0)

Il capo della Fiat ha scatenato un putiferio. In un’Italia senza prospettive, una intervista condotta male (da Fabio Fazio) può aprire un dibattito tristemente superficiale. Eppure alcune affermazioni del manager italo-canadese dovrebbero far riflettere.

Per chiunque abbia una esperienza del mondo, di quello sviluppato, ritardi e inefficienze del sistema italiano sono non solo fatti evidenti, ma anche profondi motivi mi malessere. L’amministratore delegato, conversando con Fazio su RaiTre, ha messo in evidenza alcuni dati importanti: “Siamo al 118/mo posto su 139 per efficienza del lavoro e al 48/mo posto per la competitività del sistema industriale. Siamo fuori dall’Europa e dai Paesi a noi vicini, il sistema italiano ha perso competitività anno per anno da parecchi anni e negli ultimi 10 anni l’Italia non ha saputo reggere il passo con gli altri Paesi. Non per colpa dei lavoratori”. Quindi ha aggiunto: “Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo previsto per il 2010 arriva dal nostro Paese”.

Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ha subito commentato: “La verità è che Marchionne vorrebbe andarsene dall’Italia”. “Non a caso – ha insistito – sostiene di non avere più debiti con il nostro Paese. E’ come se si sentisse obbligato a stare qui da noi, mentre il gruppo è sempre più americano, forte in Brasile e negli Stati Uniti”. Per il leader della Cgil è impensabile che possano provenire utili dagli stabilimenti italiani se “sono praticamente fermi”. “Si fa cassa integrazione dappertutto – ha proseguito -. E si ricorre alla cassa integrazione perchè il mercato europeo non va bene in particolare per i marchi Fiat. Sulle fasce medio alte, quelle che fanno guadagnare, la Fiat è praticamente assente, e su quelle medio piccole la concorrenza è agguerritissima. Non ci sono i modelli: questa è la realtà”.

Epifani ha spiegato che da tempo era convinto che Marchionne “fosse molto scettico sul futuro della Fiat in Italia” e di averlo compreso con chiarezza “dopo la decisione di chiudere lo stabilimento siciliano di Termini Imerese e poi dall’ipotesi per molto tempo in ballo di chiudere anche Pomigliano d’Arco. E ancora dal fatto che a Mirafiori non sono arrivati nuovi modelli mentre a Torino continua ad esserci un problema di sovraccapacità produttiva”.

Altri, come l’ex presidente della commissione Lavoro della Camera, Gianni Pagliarini, della Federazione della sinistra, ha sottolineato: “Chi, consapevolmente o no, ha fatto il gioco di Marchionne è servito! Quanto detto dall’a.d. della Fiat conferma che la Fiat vuole scappar via dall’Italia e delocalizzare laddove gli è più conveniente, passando sopra i diritti dei lavoratori e l’interesse generale del Paese”.

Insomma, la sinistra ha imbracciato gli scudi ed è partita per le crociate. Ma è lucida?

Il ragionamento del ‘metalmeccanico’ Marchionne, come lui stesso si è definito, ha un senso molto più profondo di quanto non abbiano saputo capire molti esponenti ‘progressisti’ del nostro Paese. L’Italia, sempre più arretrata rispetto al resto d’Europa, è un luogo nel quale si continua a vivere senza progetto. Il berlusconismo da anni indica modelli demagogici provinciali, spesso ispirati dagli interessi personali del Cavaliere, mentre l’opposizione è totalmente priva di identità e non di rado mostra componenti corporative e conservatrici al suo interno. Da noi invece di ‘inventare’ soluzioni per colmare l’abissale gap che ci separa da Francia, Germania o altri partner Ocse, ci si ostina nel produrre un dibattito sterile e senza costrutto.

Da almeno un decennio, comparti industriali come la chimica, l’elettronica, la ricerca sulle tecnologie ed in ambito scientifico, il riciclaggio delle materie prime, l’innovazione sono in coma. Siamo in fondo alla classifica per competitività delle nostre scuole superiori ed universitarie, le infrastrutture sono fatiscenti, lo Stato non ha alcuna capacità di indirizzo e di sostegno per chi vuole intraprendere attività d’avanguardia, mentre il sistema bancario è costruito in modo tale da scoraggiare gli investimenti di nuovi soggetti produttivi, sempre privi di capitali, ma qualche volta ricchi di idee.

Efficienza e competitività sono fondamentali per contrastare i contraccolpi della crisi mondiale ed infatti, nonostante la propaganda governativa, l’Italia non cresce o cresce pochissimo, mentre il debito pubblico lievita costantemente e rischia di travolgere il Paese, trascinandolo verso la bancarotta. E crescono disoccupazione e malessere, mentre la ricchezza complessiva sta diminuendo sensibilmente.

In questo scenario drammatico le organizzazioni sindacali non hanno fatto nulla per difendere i diritti dei più deboli. Lasciando da parte le divergenze recenti, quando si è raso al suolo il meccanismo delle tutele contrattuali e si è concessa mano libera a chi in nome della competitività varava cococo, cocopro o peggio lavoro nero senza spendere un euro in ricerca, le organizzazioni dei lavoratori si sono occupate quasi esclusivamente della protezione  degli interessi di chi già era occupato. Oggi l’esplosione del precariato, l’astronomica percentuale di giovani disoccupati, la quasi certa espulsione dal mercato del lavoro di moltissimi cassintegrati non sono fenomeni facilmente risolvibili. Ma questi fantasmi erano annunciati e sono stati nascosti.

Oltre dieci anni fa, una parte della sinistra promuoveva la ‘flessibilità’, ed un’altra, per motivi tutti ideologici, costruiva improbabili barricate per proteggere figure professionali del tutto superate dall’evoluzione dei metodi produttivi. Il risultato è stata la ‘stagnazione’ del progressismo, diventato una palude che oggi nessuna bonifica sembra in grado di rendere meno insalubre.

Due esempi concreti della crisi del sistema Italia possono essere individuati in Puglia, anzi in quel Salento che sembra interessare le cronache nazionali solo per omicidi come quello della povera adolescente di Avetrana, Sara Scazzi.

I dipendenti di una azienda leccese, lo scorso 22 ottobre, hanno scritto una lettera aperta al Palazzo: “Il 31 dicembre 2010 la sede di Melissano del Gruppo Italgest di Paride De Masi chiuderà i battenti e con essa tutti noi, dipendenti e collaboratori, saremo costretti a cercare altrove un nuovo posto di lavoro. Noi tutti siamo ancora scossi dalla notizia del nostro presidente, e mai avremmo immaginato che avrebbe potuto gettare la spugna in questo modo. Uno dei pochi imprenditori che avevano deciso di investire sul proprio territorio, avvalendosi di risorse e professionalità locali, ora è costretto, suo malgrado, a lasciare la Puglia alla ricerca di altri luoghi in cui investire, in cui creare nuove opportunità, benessere ed occupazione”.

I lavoratori cassintegrati hanno continuato: “Come mai i procedimenti autorizzativi, che dovrebbero avere ex lege una durata complessiva massima di 180 giorni, nella nostra Regione hanno una durata minima di 3 anni? Come mai nessuno interviene? Ad oggi, le Amministrazioni Pubbliche hanno bloccato e/o negato l’iter autorizzativo per iniziative eoliche e a biomassa da noi presentate nel lontano 2007, avallando anche strumentalizzazioni di puro terrorismo mediatico, con dichiarazioni e/o manifesti pubblicitari di dubbio gusto”.

Senza entrare nel merito della complicata vicenda, 250 persone torneranno a casa e si tratta di operai e tecnici che, come loro stessi hanno spiegato, si sono impegnati nella “realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile (eolico, fotovoltaico e biomasse)”. E tutto perchè intorno ai loro progetti “s’è creato un clima di ostilità e ostruzionismo che ha di fatto paralizzato l’attività della nostra azienda, per i motivi più disparati. Come, ad esempio, la lentezza burocratica”.

Per un settore a forte contenuto di innovazione che boccheggia, un altro muore. Due imprese del cluster Filanto, chiuderanno i battenti il prossimo 31 dicembre. Si tratta delle aziende Zodiaco e Tecnosuole, entrambe operanti a Casarano nel settore calzaturiero. Ed il quotidiano locale ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’ ha commentato in questo modo la notizia: “Sono gli ultimi rintocchi di una marcia funebre che dura ormai da oltre un decennio: la crisi del Tac, oggi pomposamente definito ‘Sistema moda Salento”, è alle battute finali”. In questo caso a perdere il posto di lavoro saranno 350 dipendenti.

Il paradosso salentino si compie con una ultima osservazione: la Fiat Cnh di Lecce, specializzata nella produzione di mezzi per il movimento terra, sta cercando di rilanciare il proprio stabilimento. Insomma, mentre Marchionne sembra volersi espandere altri se ne vanno. Buffo, ma incontrovertibile.

Sia Italgest che Filanto operano in altri Paesi e stanno trasferendo la produzione all’estero. E qui si arriva al tema delle esternalizzazioni. Il pianeta è sempre più diviso tra immense aree povere e concentrazione di ricchezza nel cosiddetto Nord del mondo. La globalizzazione dei mercati, fenomeno indubbiamente preoccupante, dovrebbe essere ‘condizionato’ dalle cosiddette forze ‘progressiste’ e non osteggiato ‘per principio’. Perchè trasferire alcune produzioni in luoghi nei quali è necessario lo sviluppo vuol dire favorire il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini più deboli del pianeta. Quindi non è di per sè un fatto negativo.

Della globalizzazione è indispensabile frenare il colonialismo industriale o lo sfruttamento, non il trasferimento della produzione. I Paesi sviluppati debbono impegnarsi promuovendo al loro interno l’innovazione, investendo in ricerca, realizzando nuovi prodotti ad alto tasso tecnologico e formando personale altamente specializzato. Solo ‘gestendo’ la complessità delle nuove strategie economiche si potrà riuscire a mantenere stabile l’occupazione e lo stato sociale al Nord, non certo difendendo settori o categorie produttive che mai potranno sopravvivere alla concorrenza di Cina, India, Paesi dell’ex Est Europa.

E forse l’innovazione è il punto debole del ragionamento di Marchionne. Perchè Fiat non riesce a competere, con la sua linea italiana (differente è la situazione in Usa), con le produzioni medio alte e supertecnologiche, quelle a maggior redditività, e subisce la concorrenza, in particolare quella tedesca. Quale ‘potente’ italiano rifiuta una Bmw, un’Audi o una Mercedes?

Nessuno è in grado di sapere se i piani dell’amministratore delegato della Fiat saranno in grado di ‘depurare’ il sistema Italia dal politicismo ideologico e Fazio, nell’intervista di domenica sera, non è stato in grado di far emergere questo particolare, perchè la tv italiana non affida le interviste a specialisti, ma consente a chiunque di affrontare temi conosciuti solo parzialmente. D’altra parte la ‘teoria della leggerezza’ impone la superficialità in chi fa le domande, ma non si cura affatto di chi ascolta. L’Auditel è padrone.

Infatti, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, su problemi di enorme portata come la capacità competitiva del ‘sistema Italia’ è arrivato a sostenere di Marchionne che “pur essendo italo-canadese” sembra “più canadese che italiano”. Frase del tutto priva di senso logico, ma densa di ideologia nazionalista.

Riformare il Paese dovrebbe imporre il ritorno al primato degli ideali e favorire lo smantellamento di quelle rendite di posizione che negli anni hanno paralizzato il nostro sviluppo. E, responsabili del ritardo, sono le forze politiche, sindacali e del mondo imprenditoriale, che non hanno saputo comprendere i mutamenti, ma si sono ostinate nel proteggere aree per loro utili al mantenimento del potere. E’ il motivo per il quale i ‘precari’ sono stati abbandonati a se stessi e considerati i soggetti portanti della nuova ‘flessibilità’, ovvero i nuovi schiavi. Perchè privi di forza contrattuale e socialmente deboli non ‘servivano’ a nessuno, se non a chi poteva giovarsi della economicità del loro salario.

Le critiche piovute sul Capo della Fiat, insomma, appaiono demagogiche e pretestuose. Il suo lavoro è quello di produrre reddito per gli azionisti di Fiat e lo sta facendo egregiamente.

Ci sono anche altri attori in scena e non vanno dimenticati.  Il governo, che deve costruire strategie di indirizzo per l’economia del Paese, i partiti incaricati di rappresentare le istanze dei diversi settori sociali all’interno della gestione dello Stato, i sindacati e le associazioni degli imprenditori ai quali è affidato il compito di garantire i diritti delle categorie che rappresentano. Sono costoro altrettanto abili nel recitare il proprio ruolo?

Crediamo di no. Nel Belpaese i ruoli sono saltati e l’assalto alla diligenza è diventato lo sport preferito per chi ha la responsabilità di costruire il futuro. Così sembra che la responsabilità della crisi sia della Fiat e non di chi non ha saputo mantenere, ma anzi ha affossato in Italia gli standard del passato.

Una confusione intollerabile, sempre più simile al chiacchiericcio che alla programmazione economica. Ed allora chiedersi se un giorno la Fiat abbandonerà il Paese è legittimo. Eppure, in queste condizioni chi vorrebbe investire in una Italia senza qualità?  Coi ‘padroni’ di partiti e sindacati  ‘di sinistra’  il progressimo non ha nulla a che fare e Marchionne, decisamente, è certamente più sincero di una leadership di innovatori senza idee. Ma questo in Italia non si può dire, perchè la demagogia della ‘destra’ e della ‘presunta sinistra’ è la linea Maginot per chi non vuole cambiare nulla.

Roberto Barbera

Stampa articolo (o crea PDF)
Fai una donazione a InviatoSpeciale
Condividi o invia per e-mail


Informativa

Commenti disabilitati.

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008