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Italia, Google e il Paese che fu

Autore: . Data: giovedì, 28 ottobre 2010Commenti (0)

Dilagano corruzione e degrado ambientale. La capitale è sempre più sporca e desolata ed i cittadini vedono peggiorare di ora in ora la qualità della vita. Ma la procura di Roma indaga su Street View: violerebbe la privacy.

In tutto il mondo l’azienda di Mountain View raccoglie cartine, immagini satellitari e fotografie. Servono per ‘orientarsi’ e sono diventate mappe gratuite e quasi indispensabili per chiunque voglia sapere dove andare, che strada fare, dov’è un luogo qualsiasi da trovare.

La procura di Roma, forse unica al mondo, ha però aperto un’inchiesta su Street View. Il fascicolo contempla l’ipotesi di reato di interferenza illecita nella vita privata ed è al momento contro ignoti. Il procuratore Giovanni Ferrara ha affidato al pm Eugenio Albamonte l’incarico di svolgere le indagini dopo le conclusioni dell’istruttoria eseguita nei mesi scorsi dal Garante della privacy.

I magistrati verificheranno se l’opzione presente sulle pagine internet del più diffuso motore di ricerca capti o meno informazioni sensibili e riservate durante il percorso fatto dalle auto di Google. Sembra che i macchinari installate sulle auto impiegate per la raccolta delle foto, per motivi ignoti, durante la loro attività registrassero anche i dati trasmessi da utenti che utilizzano reti wifi non protette. Ora, il problema di violazione sarebbe avvento se contemporaneamente al passaggio dei mezzi un navigatore effettuava un login su un sito che non in grado di accettare connessioni sicure. In quel caso i dati di accesso sono stati immagazzinati insieme alle immagini. Ma questo accade comunque per chiunque giri per strada con un pc portatile e dipende non da chi ‘intercetta’, ma dalla incapacità di chi disponendo di sistemi wifi non utilizza le protezioni necessarie.

I magistrati attendono che la società di Mountain View metta a disposizione, in tempi brevi, la prova che i dati raccolti sulle reti wi-fi non sono “completi” e non vengono mai utilizzati o comunicati a terzi, come però Google ha già spiegato più volte di aver fatto e di fare.

La legislazione italiana continua a non comprendere le trasformazioni indotte dalle tecnologie informatiche. Già in passato, sempre Google, aveva avuto problemi con la ‘giustizia’ del Belpaese. Il tribunale di Milano aveva condannato tre dirigenti dell’azienda per diffamazione e violazione della privacy.

Secondo i giudici gli imputati non avevano impedito nel 2006 la pubblicazione di un video che mostrava un minore affetto dalla sindrome di Down mentre alcuni ragazzi lo insultavano e lo picchiavano in un istituto tecnico di Torino. Agli incolpevoli manager erano stati comminati sei mesi di reclusione.

Quella vicenda aveva caratteristiche surreali. I bulli avevano scaricato su Google video il filmato della loro aggressione, clip che per altro – a testimoniare le criticità complessive che affliggono la società italiana – aveva avuto anche successo. I ‘responsabili’ individuati erano stati David Carl Drummond, all’epoca presidente del cda di Google Italy, George De Los Reyes, membro del cda di Google Italy, e Peter leischer, responsabile delle strategie per la privacy per l’Europa di Google Inc. Nessuno di loro, quasi certamente, aveva mai visto il filmato o ne conosceva l’esistenza.

Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo, che con il pm Francesco Cajani aveva sostenuto l’accusa, disse dopo la sentenza: “Finalmente si è detta una parola chiara. Al centro di questo procedimento era la tutela della persona attraverso, appunto, la tutela della privacy. Il resto è un fatto fenomenico. Sono certo che questa sentenza uscirà dall’aula del tribunale di Milano e farà finalmente discutere su un tema che è fondamentale”.

Secondo i giudici la logica stessa che governa Internet e che prevede la non selezione ‘preventiva’ dei materiali diffusi in rete dovrebbe essere modificata, introducendo il curioso filtro che, come disse allora il portavoce di Google, Marco Pancini, renderebbe i gestori di server “penalmente responsabili per attività illecite commesse da terzi”.

Sempre l’azienda di Mountain View spiegò di ritenere la decisione dei magistrati italiani “sorprendente, dal momento che i nostri colleghi non hanno avuto nulla a che fare con il video in questione, poiché non lo hanno girato, non lo hanno caricato, non lo hanno visionato”.

Sempre Pancini aveva ribadito che ritenere responsabile la rete (o chi ne gestisce le aree di libero upload) di un reato e non chi lo compie  fa cadere “la possibilità di offrire servizi su internet”. Se la logica dei magistrati milanesi dovesse essere applicata non solo al mondo digitale ma anche a quello reale, si dovrebbe condannare un’azienda produttrice di automobili quando un guidatore investe un passante.

Ma l’arretratezza culturale italiana nel campo dell’innovazione porta con sé tante ‘stranezze’.

Nulla invece accade per altre aziende che potrebbero essere responsabili di possibili gravi violazioni della privacy. E’ il caso di Facebook, che quest’anno ha incassato ben tre premi dai Big Brother Award, concorso che ‘punisce’ chi si impegna nel trattamento non trasparente dei dati personali.

Queste sono le motivazioni che hanno decretato il ‘successone’ al Bba del social network: “Facebook non rappresenta una tecnologia realmente innovativa, utilizzando nella maggior parte dei casi tecnologie standard già disponibili. Quello che lo rende unico è il particolare mix che, come nella pozione del dott. Jeckyll induce e fa il possibile per amplificare il bisogno compulsivo di riversare i propri dati personali in Rete. Fa questo ben protetta da una policy che, per quanto molto discussa e parzialmente ritrattata in rete, permette qualsiasi tipo di utilizzo di tutti i dati, testuali, immagini relazioni e navigazione che vi vengano riversati. Il successo dell’azienda è una misura della sua ‘pericolosità’ in termini di profilazione e controllo dei suoi utenti. Il fatto di trattare non semplici ricerche o messaggi di posta, come Google, ma direttamente reti di relazioni, cioè la parte più intima dei dati personali, la rende potenzialmente ben più pericolosa”.

E la giuria del premio aveva concluso: “Le violazioni della privacy di Facebook non si sono attenuate. L’abilitazione automatica delle opzioni Friend of Friends, le variazioni unilaterali alle policy per la privacy, e l’atteggiamento candido ed infantile di Mark Zuckember la dicono lunga sulla possibilità che Facebook possa mai avere anche un minimo di rispetto della privacy dei suoi utenti”.

Sempre il Big Brother Award aveva indicato violazioni altrettanto serie. Il premio di ‘Peggior Ente Pubblico’ è stato assegnato collettivamente alle Aziende Sanitarie Locali, che si “sono invece sempre distinte per una informatizzazione spinta, non coordinata ed a macchia di leopardo, con scarsa attenzione alla sicurezza, che ha spesso portato in passato a clamorose violazione della privacy dei pazienti. Emblematico è il caso dei campioni di pannolini ed alimenti per bambini che da decenni arrivano alle puerpere appena tornate a casa, senza che le aziende produttrici debbano ricorre a veggenti per indovinare nomi ed indirizzi”.

Ed anche il premier è stato omaggiato dal Bba col premio ‘Neolingua e Bispensiero’. Divertente la motivazione: “Il presidente del Consiglio non ha certo da imparare da nessuno come manager della comunicazione. Quello che ha colpito sia il Popolo della Rete che la Giuria è come ha impostato la sua figura di comunicatore da quando è diventato anche uomo di governo. Tratto saliente del suo profilo comunicativo è stato il continuo esercizio del bispensiero nella maggior parte delle sue comunicazioni mediatiche. Il bispensiaro è la capacità che in 1984 il Grande Fratello instillava nella gente, quella cioè di poter credere contemporaneamente veri concetti opposti. Con questo strumento installato nella mente della popolazione diventava possibile riscrivere la storia ed operare qualsiasi cambiamento negandolo e proclamando continuità e stabilità. Il Grande Fratello aveva avuto bisogno di creare la Neolingua, mentre lui c’è riuscito impiegando solo l’italiano!”.

Insomma, con tutto il lavoro che ci sarebbe da fare a finire sotto indagine sono le fotografie di Google. A quando una inchiesta sulle cartoline turistiche del Colosseo?

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