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Iraq, terra di barbarie

Autore: . Data: mercoledì, 27 ottobre 2010Commenti (0)

Dopo la ‘guerra umanitaria per esportare la democrazia’, un tribunale ha condannato a morte, dopo sette anni, Tarek Aziz, stretto collaboratore di Saddam Hussein. E così non solo si applica l’omicidio di Stato, ma si elimina un pericoloso testimone.

Ieri un tribunale iracheno ha emesso la condanna a morte per l’ex vice primo ministro iracheno. Dopo la provvidenziale eliminazione di Saddam Hussein, l’Alta corte penale di Baghdad ha deciso che la pena capitale alla quale è stato condannato Tareq Aziz sarà eseguita mediante impiccagione.

Il sito locale ‘al-Sumaria News’ ha spiegato che l’ex governante iracheno è stato condannato nell’ambito del processo relativo alla soppressione dei partiti religiosi. Insieme a Tareq Aziz sono stati condannati alla pena capitale anche l’ex ministro dell’Interno, Saadun Shaker, e l’ex segretario personale di Saddam Hussein, Abdel Hamid Hamud.

Attualmente Aziz è imputato in sette diversi processi e quello in questione riguardava la repressione avviata dal regime di Saddam contro alcuni partiti politici sciiti filo-iraniani, accusati di complottare contro il governo. In quell’occasione furono eseguiti numerosi arresti ed alcuni degli accusati furono giustiziati.

Il mondo politico italiano è quasi silente sulla vicenda. A protestare con la necessaria forza contro la condanna è stato solo il radicale Marco Pannella. “Come con Saddam, vogliono strozzarlo per impedirgli di parlare. Passo immediatamente allo sciopero totale della fame e della sete perchè non si passi all’esecuzione di Tarek Aziz”, ha detto l’anziano leader che ha aggiunto: “Chiedo a Silvio Berlusconi, che quasi ossessivamente afferma di avere per amici, e non solo complici, i potenti della Terra e in particolare Bush, Blair, Putin e Gheddafi, di dimostrarcelo in questa occasione, ne ha il dovere essendo stato fra i principali responsabili della guerra in Iraq scoppiata per impedire l’esilio di Saddam e la pace, in quel caso ingannando il Parlamento e il popolo italiano”.

Pannella si riferiva, parlando di “esilio di Saddam”, ai tentativi che furono fatti per consentire l’espatrio del sanguinario dittatore di Baghdad e prevenire così l’intervento militare della Coalizione, che come si è visto in seguito ha portato in Iraq miseria, terrorismo e causato decine di migliaia di vittime civili. E, come si vede, nessuna affermazione della democrazia perchè, dalla lettura degli ultimi dossier ‘top secret’ pubblicati di recente, gli eccidi di Stato sono continuati e la giustizia viene applicata in modo approssimativo e prevede la pena capitale, nonostante gran parte dei Paesi civili stiano cercando di farla cancellare dai codici penali.

In visita in Cina, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, informato dall’ambasciatore a Pechino Riccardo Sessa, ha commentato: “Ho sempre qualche difficoltà a prendere posizione in tempo reale. So soltanto che l’alto rappresentante per la politica estera dell’Europa, signora Aston, chiederà all’Iraq di bloccare l’esecuzione. Suppongo che l’Italia corrisponderà alla posizione dell’Unione Europea”. Il ministro degli Esteri, Frattini, ha detto: “Ovviamente sì”.

Per il Pd solo Pietro Marcenaro, presidente della commissione Diritti umani del Senato, ha protestato per la sentenza: “La condanna a morte di Tareq Aziz a quasi dieci anni dalla caduta del regime di Saddam Hussein è un nuovo delitto che si aggiunge ai troppi che sono gia stati commessi. E’ necessario che attraverso tutti i canali possibili sia esercitata la massima pressione affinché questa decisione sia fermata. Chiedo ai presidenti delle Camere e al governo di prendere posizione e di compiere tutti i passi necessari per manifestare al governo iracheno la più ferma opposizione dell’Italia a questa nuova condanna morte” ha detto l’esponente del centro sinistra. Eguale condanna è arrivata dal governatore della Lombardia, Roberto Formigoni.

Più decisi i deputati socialisti al Parlamento europeo, che hanno protestato per la condanna chiedendo di commutare la pena: “La tirannia del cappio del boia getta un’ombra inaccettabile sul presente dell’Iraq – ha denunciato il leader dell’Alleanza dei socialisti e dei democratici al Parlamento europeo, Martin Schulz – chiediamo alle autorità irachene di commutare la condanna a morte contro Tareq Aziz e di mandare un segnale chiaro che il ricorso ad ogni forma di pena capitale dovrà cessare immediatamente”.

L’Unione europea e l’Alto rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Ashton, hanno definito “non accettabile” la condanna di Aziz. Il portavoce di Ashton ha ricordato che la posizione dell’Ue sulla pena di morte “è ben nota: per l’Ue la pena di morte non è accettabile” ed ha anticipato che “l’alto rappresentante Ashton chiederà in modo molto chiaro alle autorità irachene di bloccarne l’esecuzione”.

In agitazione il mondo cattolico. il Custode del Sacro Convento di Assisi, padre Giuseppe Piemontese, ha affermato: “Siamo da sempre contrari in modo assoluto alla pena di morte. Non ridarà la vita a chi l’ha persa anzi ne toglie un’altra. Tareq Aziz ci è sembrato il volto più ragionevole che ha limitato, probabilmente, decisioni più gravi da parte del regime di Saddam Hussein”.

Il portavoce della Comunità di Sant’Egidio Mario Marazziti ha dichiarato: “La pena di morte contro Tarek Aziz è una punizione postuma, l’Iraq in tal modo dimostra di essere un Paese che non trova pace e rischia di allontanarsi dal sentire della gran parte degli Stati del mondo, tuttavia si può sperare in un atto di clemenza del governo iracheno all’interno del quale si trovano diverse personalità contrarie alla pena capitale”.

L’ex vice primo ministro iracheno, un uomo di 74 anni, è stato un abile diplomatico e fu l’unico esponente iracheno accettato come interlocutore internazionale durante la dittatura di Saddam. Cristiano caldeo, il suo vero nome è Michael Yuhanna e si è laureato in lingua e letteratura inglese. Giornalista, poi ministro dell’Informazione, è stato a ministro degli Esteri per otto anni, in particolare durante la prima Guerra del Golfo del 1991.

Divenuto in seguito vice premier, membro del Consiglio del Comando della Rivoluzione (Ccr), il 14 febbraio del 2003, poco prima dello scoppio della guerra in Iraq, fu ricevuto per un colloquio da Papa Giovanni Paolo II.

Durante l’invasione del 2003 sparì nel nulla, mentre a Baghdad circolavano voci che sostenevano come alcuni generali e leader politici avessero trovato un accordo con gli americani per far cessare al più presto i combattimenti ed infatti Aziz invece di scomparire definitivamente si consegnò alle forze americane nell’aprile del 2003.

L’Iraq del dopo dittatura non ha nulla di meglio del periodo precedente. L’avvocato Giovanni Di Stefano, legale del condannato a morte, ha dichiarato: “La sentenza è stata emessa senza la salvaguardia degli interessi della giustizia e senza gli strumenti normalmente disponibili in appello. Per questo abbiamo presentato un’istanza urgente all’Inter-American Commission on Human Rights per chiedere l’interruzione dell’esecuzione di condanna a morte di Tariq Aziz”.

Il legale ha aggiunto: “Avevo già presentato istanza quando Aziz è stato trasferito dal carcere americano di Camp Cropper al carcere di Baghdad, passando sotto la giurisdizione irachena. Ma il 6 ottobre scorso l’Iahrc ci aveva risposto che erano necessarie ulteriori prove per garantire le misure cautelari. Quale momento migliore di questo, considerato che il nostro cliente sta affrontando la pena di morte, affinchè vengano garantite queste misure oggi?”.

Quindi l’avvocato ha ribadito la tesi dell’eliminazione di un testimone scomodo: “Aziz avrebbe dovuto essere rilasciato il 24 ottobre, dopo aver scontato metà della pena, e cioè 7 anni e 6 mesi, essendosi comportato bene durante il periodo di detenzione. Questa sentenza fasulla arrivata oggi è stata emessa per impedire il suo rilascio, che avrebbe dovuto essere automatico”.

Il fatto strano, ha insistito il legale, è che “due settimane fa Aziz era stato assolto per il reato di aver perseguitato la comunità sciita. Forse Aziz è stato accomunato con altri due imputati eccellenti, l’ex ministro degli interni e il capo della segreteria di Saddam Hussein, che con tutta probabilità sono responsabili di questo crimine”. Il fatto di aver accomunato Aziz a questi due personaggi “è sicuramente un errore – ha spiegato Lana – Aziz è accusato di persecuzione nei confronti del partito Dawa, partito dell’attuale premier Al Maliki. E la persecuzione nei confronti di questo partito era stata avviata a seguito di un attentato nei confronti dello stesso Aziz. Per questo forse i fatti sono stati collegati dai giudici. Ma qui, più che di giustizia, si tratta di vendetta, come dice anche il figlio. Da anni chiediamo una operazione verità sulle vicende irachene. Se verrà eseguita questa sentenza di condanna a morte, sarebbe il modo classico di tappar la bocca e di impedire che le verità scomode vengano fuori. Sia da parte irachena che da parte americana questa preoccupazione che qualcuno parli è troppo evidente”.

Si noti che la fine della reclusione sarebbe stata contemporanea alla pubblicazione dei documenti ‘segreti’ che svelano gli eccidi e le torture del dopoguerra commessi dalle truppe americane, inglesi, dalle forze armate irachene addestrate da personale della Coalizione e dalle ‘brigate della morte’ guidate proprio da Al Maliki. Se libero, l’ex vice primo ministro avrebbe potuto parlare anche delle relazioni segrete tra il governo americano e altri Paesi occidentali con Saddam Hussein.

Ziyad Aziz, il figlio dell’ex vice premier, ha detto alla stampa: “La condanna a morte di mio padre da parte del tribunale di Baghdad conferma come i documenti pubblicati dal sito Wikileaks dicano il vero su quanto avvenuto negli ultimi anni in Iraq. Si tratta di una vendetta per quanto avvenuto in passato nel Paese – ha continuato – e conferma la veridicità delle informazione fornite da Wikileaks sull’Iraq”.

Secondo Ziyad, il padre “non ha nulla a che fare con l’attività repressiva svolta negli anni Ottanta nei confronti dei partiti religiosi. Al contrario lui è stato una vittima del partito sciita al-Dawa”. Il figlio del condannato ha ricordato che il gruppo politico aveva eseguito un attentato nel 1980 nel quale Aziz era rimasto ferito ed ha concluso: “Mio padre è stato condannato senza che potesse avvalersi della difesa di un legale”.

Dietro questa condanna a morte, oltre all’orrore per gli omicidi di Stato, si nasconde lo scenario segreto che ha prodotto la prima e seconda guerra del Golfo e la verità sulle relazioni Washington-Baghdad. Per qualcuno è meglio che tutto rimanga nel silenzio.

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