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Il governo e i colpevoli dell’insicurezza sul lavoro

Autore: . Data: lunedì, 18 ottobre 2010Commenti (1)

Aspre polemiche in seguito alla campagna pubblicitaria del ministero del Lavoro a proposito degli infortuni nelle fabbriche e nei cantieri. Ma la Fillea-Cgil, categoria degli edili, è andata oltre e ha deciso di avviare una ‘contro-campagna’.

L’approccio del governo per arginare il tragico fenomeno sarebbe infatti “del tutto sbagliato”, proprio a cominciare dagli spot trasmessi in televisione, sui giornali e attraverso le affissioni con lo slogan ‘Sicurezza sul lavoro: la pretende chi si vuole bene”. Davvero le cose stanno così? “Magari”, è la risposta dei manifesti Fillea, perché “la realtà è tutta un’altra cosa”.

“Quella campagna – spiega Walter Schiavella, segretario generale Fillea – non è frutto del caso, ma di un’impostazione sbagliata che il governo pratica con coerenza: il messaggio lanciato negli spot ai lavoratori tende a scaricare l’onere e la responsabilità della sicurezza dallo Stato ai soggetti sociali e dalle imprese ai lavoratori”.

Che l’andazzo sia quello lo si evince, secondo il sindacato, dagli indirizzi scelti dal governo per affrontare il dramma degli omicidi bianchi: dall’alleggerimento delle sanzioni per chi viola le norme in materia di salute e sicurezza alle nuove indicazioni date ai servizi ispettivi, fino al tentativo di caricare di compiti impropri in materia di certificazione gli organismi bilaterali e al dimagrimento degli organici preposti ai controlli. Da qui la decisione della Fillea di affiggere i suoi manifesti, diffondendo messaggi sarcastici e preoccupati per lo stato di insicurezza che si respira in larghe fasce del microcosmo produttivo.

E come la categoria della Cgil sembrerebbero pensarla anche alcuni lavoratori sovraesposti sul tema dei cosiddetti ‘incidenti’ sul lavoro. Come ad esempio Marco Bazzoni, operaio fiorentino e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls) nella sua azienda. “Infatti sembrano morti dovute alla fatalità, mentre sono causate dal mancato rispetto delle regole sulla sicurezza”. Perciò Bazzoni ha messo in piedi una campagna di denuncia delle difformità della nuova legge sulla sicurezza, voluta dal governo Berlusconi, rispetto alla normativa europea e alla stessa Costituzione.

Ha stilato un fitto documento, il lavoratore toscano, per evidenziare le discrepanze della legge 106 del 2009 (il nuovo ‘testo unico sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro’) di fronte alla direttiva europea, ad alcune norme costituzionali e allo stesso Statuto dei lavoratori. E dopo quattro mesi il Parlamento europeo ha risposto ai rilievi dell’operaio, annunciando l’apertura di un’inchiesta i cui esiti potrebbero giungere già alla fine di ottobre.

Nel dettaglio, Bazzoni critica ad esempio l’articolo 16, che ha messo a punto “una sorta di deresponsabilizzazione del datore di lavoro ed istituito un meccanismo di delega, attraverso la quale è possibile trasferire ad altri gli obblighi inerenti alla sicurezza”. E, ancora, l’articolo 26, che ha previsto la possibilità di visite mediche sia prima dell’assunzione, sia in seguito ad un’assenza prolungata. Bazzoni scorge nella normativa un intento vessatorio ei discriminatorio, tanto più che la direttiva europea prevede la possibilità di controlli sanitari esclusivamente per chi è già a libro-paga e in circostanze meno sospette.

Inoltre, la legge 106 prevede una riduzione delle sanzioni e delle multe per il datore di lavoro, “le uniche – argomenta Bazzoni – che possono produrre un reale effetto deterrente al mancato rispetto delle regole sulla sicurezza”. Non solo: le stesse multe, “dimezzate per il datore di lavoro, sono state invece aumentate per il lavoratore”.

Il tutto accade mentre la strage sul lavoro continua senza tregua. Davide Cacchione, 29 anni, è morto tre giorni fa mentre lavorava in un cantiere edile, colpito a morte dal braccio meccanico di una autopompa per il calcestruzzo. Lo stesso giorno erano avvenuti altri due ‘incidenti’: il primo nelle cave di Carrara, dove due lavoratori sono rimasti feriti seriamente in una esplosione, il secondo a Bergamo, dove un operaio è precipitato da oltre otto metri di altezza mentre riparava le coperture di un capannone.

Una settimana prima, il 6 ottobre, quattro infortuni gravissimi, di cui due mortali, avevano riacceso la flebilissima fiammella dell’attenzione su un tema che, decisamente, non fa notizia: il primo fatto è accaduto a Livorno, coinvolto un operaio albanese caduto da un capannone, che ha riportato numerose fratture ed è in coma; il secondo ad Olbia, con un operaio di 37 anni, Pino Murru, che versa in gravi condizioni a seguito di una caduta dal tetto di una stalla. Non ce l’hanno fatta invece Vincenzo Squillace, edile di 45 anni, morto a seguito delle ferite riportate nella caduta da un tetto di una casa in ristrutturazione nel savonese, e Carlino Amedeo, muratore di 58 anni, caduto dal terzo piano di un palazzo in costruzione ad Alba, in provincia di Cuneo.

L’indomani, un operaio di 45 anni, Giancarlo Marzo, è caduto a Lecce da un muretto di due metri mentre era impegnato in lavori di sistemazione di un impianto sportivo parrocchiale: ora è ricoverato in prognosi riservata. Mentre l’8 ottobre i drammi sono stati ben tre: il primo nel modenese, dove un operaio di 26 anni è caduto dal tetto di un capannone e versa in gravi condizioni; il secondo in una zona impervia della provincia di Genova, e qui un operaio è stato travolto da alcuni tubi di acciaio che hanno provocato gravi traumi da schiacciamento ed un trauma cranico; il terzo è avvenuto a Bergamo, dove è morto un operaio edile di 67 anni, a seguito di una caduta da circa 6 metri.

Tre giorni dopo, altri due casi, entrambi mortali: un operaio di 33 anni, Daniele Cappella, esperto di rimozione di coperture in eternit, stava lavorando sul tetto dell’azienda Scavolini a Pesaro. E’ caduto da un’altezza di otto metri. La seconda vittima è invece un imprenditore di Treviso, Oliviero Piovesana, ruzzolato dal tetto di un capannone della sua impresa di mobili.

Un vero e proprio bollettino di guerra, anche se ai caduti sul lavoro non è riservato un pensiero alla memoria. Non si meritano nemmeno un pensiero inzuppato nell’ipocrisia.

Paolo Repetto

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Commenti (1) »

  • PIPPO ha detto:

    PREMESSO CHE LA 106 DI BERLUSCONI E UNA RIVISITAZIONE DELL’81 DI PRODI PENSO CHE LA SICUREZZA NON DEBBA ESSERE COME AL SOLITO RICONDOTTA AD UNA QUESTIONE POLITICA, MA RITENGO CHE LA SICUREZZA SIA UNA CULTURA TRASVERSALE AD OGNI LIVELLO, CHE NON LA SI IMPONE CON LE SANZIONI (ALTRIMENTI SI VA DOVE QUESTE NON CI SONO), CHE NON LA SI ATTUA INCOLPANDO IL PRIMO PER LE NEGLIGENZE DELL’ULTIMO NE L’ULTIMO PER QUELLE DEL PRIMO (ALTRIMENTI TUTTI CERCHERANNO SOLO DI DERESPONSABILIZZARSI IN QUALCHE MODO). FORSE DI SICUREZZA SI PARLA TROPPO E MALE SENZA COGNIZIONE DI CAUSA, PRATICANDONE MOLTO POCA E PEGGIO INSEGNANDONE ANCORA MENO, FORSE LA SICUREZZA OGGI E’ SOLO UNA SICUREZZA DI CARTA E UN BUSINESS PER MOLTI SENZA I RISULTATI SPERATI.
    NON C’E’ UNA SCUOLA CHE PARLI DI SICUREZZA SUL LAVORO, SI LEGGONO LE POESIE DI LEOPARDI E CI SI LAMENTA DEI TAGLI PERCHE’ TUTTO RIMANGA COSI COME E’. I LAVORI SI AGGIUDICANO AL MASSIMO RIBASSO E ALLA SICUREZZA E’ DESTINATA UNA PICCOLISSIMA PERCENTUALE DI POCHI EURO, SE ACCADE UN INFORTUNIO, I MEDIA, I POLITICI, I SINDACATI, GLI ENTI PREPOSTI E VIA VIA TUTTI GLI ALTRI NE TRAGGONO VANTAGGIO (MEDIATICO E NON SOLO), TRANNE LE IMPRESE E LE VITTIME. DOCUMENTI, CORSI, CONVEGNI E FIUMI DI DISCORSI, DI PROCLAMI E DI EDITTI MA DI SICUREZZA MOLTO POCA.
    POI DUE PAROLE AL NOSTRO CARO RLS, NON SO IN QUALE AZIENDA LAVORI NE SU QUALE SETTORE QUESTA SIA IMPEGNATA, TANTOMENO IN QUALE SITUAZIONE DI SICUREZZA QUESTA SI TROVI, MA SE PENSI CHE LE SANZIONI SIANO IL DETERRENTE PER FAR SI CHE L’AZIENDA SIA PIU’ SICURA, CREDO CHE DI STRADA DOBBIATE FARNE TANTA, INOLTRE NON CAPISCO PERCHE’ IL DATORE DI LAVORO DEBBA ESSERE SANZIONATO E IL LAVORATORE NO? SE QUESTA DEVE ESSERE LA RICETTA PER FARE LA SICUREZZA E’ MOLTO FACILE, SANZIONI PER TUTTI E “CASSE PIENE”.

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