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Cari lavoratori… globalizzati, ricattati, impoveriti

Autore: . Data: lunedì, 18 ottobre 2010Commenti (0)

Intervista a Luciano Gallino, uno dei più autorevoli sociologi italiani, tra i maggiori esperti delle trasformazioni del mercato del lavoro. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

Il professore è considerato uno dei maggiori esperti italiani del rapporto tra nuove tecnologie e formazione ed un acuto analista delle trasformazioni del mercato del lavoro.

Solo per ricordare gli ultimi libri da lui pubblicati: ‘Globalizzazione e disuguaglianze’, ‘La scomparsa dell’Italia industriale’, ‘Il lavoro non è una merce: contro la flessibilità. Lo abbiamo interpellato su alcune delle questioni che assillano maggiormente i lavoratori colpiti dagli effetti della crisi economica.

Con l’accordo separato su Pomigliano, con l’intesa raggiunta sulle deroghe al contratto nazionale dei metalmeccanici e con i concomitanti provvedimenti in materia di arbitrato, ritiene che siamo ad una svolta nel mondo del lavoro italiano?
Si deve parlare di un rafforzamento, di un’accentuazione della svolta perché essa, in realtà, è in atto da molti anni, non soltanto dalla legge 30 del 2003 (quella che ha istituito in Italia una cinquantina di forme diverse di precariato, ndr) ma da parecchi anni prima. Sicuramente nell’ultimo anno si è concentrata o annunciata una serie di interventi che paiono imprimere una forte accelerazione verso l’erosione dei diritti del lavoro e l’inasprimento delle condizioni dei lavoratori dipendenti.

In questo senso, lei ha parlato di una globalizzazione “senza veli” (riferendosi in particolare alla vicenda di Pomigliano); gli entusiasti della globalizzazione sostenevano che la sua precondizione sarebbe stata la diffusione dei diritti dai Paesi benestanti mentre, invece, stiamo assistendo ad un processo che è esattamente l’opposto…
La novità pare essere proprio questa: finora le imprese andavano in Paesi dove i diritti del lavoro, le condizioni, i vincoli ambientali, la presenza di sindacati erano particolarmente carenti; si lasciava un Paese con salari relativamente elevati e con diritti del lavoro molto avanzati per andare in Paesi dove questi non c’erano: adesso sembra che siamo di fronte ad una sorta di  rovesciamento della situazione. Questa inversione di tendenza è ancora più deprecabile perché, se prima si perdevano comunque posti di lavoro e si sfruttavano maggiormente i lavoratori dei Paesi in cui l’azienda andava a collocarsi, in questo caso si attua il processo di “trasportare” qui l’India, la Cina, la Polonia o altri paesi in cui le condizioni del lavoro sono state e sono tuttora molto al di sotto di quelle italiane.

Se ci concentriamo sul settore dell’Auto, possiamo vedere come questo settore soffra, prima di tutto, di un enorme eccesso di produzione (valutabile attorno al 40%, a livello mondiale): non sarebbe allora auspicabile un drastico cambiamento di politica industriale che si incontri con un rinnovato e diverso modello di sviluppo? E la crisi stessa non potrebbe essere “sfruttata” per fare un balzo in questo senso?

Sì, certo…un mutamento sarebbe auspicabile ma non mi sembra né prossimo né agevole. L’eccesso di capacità produttiva significa in sostanza che, dato che l’investimento in capitale fisso rende pochissimo o è addirittura passivo (il 30-40% di esso non viene utilizzato), si cerca di fare la massima autonomia sul costo del lavoro, anche attraverso i fornitori di componenti (non bisogna dimenticare che l’auto è prodotta, per più di 2/3, al di fuori degli stabilimenti da cui alla fine esce). E’ quella che è stata chiamata la “strada bassa” della produttività, delle relazioni industriali etc.. Ci vorrebbero almeno due mutamenti: uno è in direzione di forme diverse di mobilità sostenibile, con mezzi di trasporto che le stesse imprese potrebbero produrre (dagli autobus alle metropolitane); accanto a questo, o in mancanza di questo, ci vorrebbe una sorta di politica europea dell’automobile che, anziché vedere i produttori europei tagliarsi la gola a vicenda, in un’accanita guerra sui prezzi e sui salari (perché è lì che va a finire), cooperino per mettere insieme tecnologie, magari capacità produttive, riportando in tal modo la concorrenza dalla distruzione alla cooperazione (uso i termini che usava Schumpeter sessant’anni fa).

Quello che da più parti si avverte è l’impotenza della politica: ad esempio, il fatto che il debito pubblico degli Stati sia soggetto alla speculazione finanziaria non finisce per togliere qualsiasi margine a politiche pubbliche che vadano nella direzione dell’investimento e dello sviluppo?
Le politiche dell’austerità sono una forma diversa di lotta di classe condotta prevalentemente dai vincitori verso coloro che sono stati sconfitti, ossia coloro che hanno perso il posto di lavoro, che hanno visto contrarre il proprio salario, hanno visto tagliare le loro pensioni, vedranno tagliare i loro servizi sanitari, hanno visto tagliare la scuola (nel nostro paese in modo marcato ma anche in altri paesi), e che adesso devono pagare un altro conto per contribuire al risanamento dei bilanci pubblici. Queste politiche, oltretutto, sono particolarmente miopi perché pongono le basi per una recessione, una forma di sottosviluppo dei Paesi sviluppati che potrebbe durare decine di anni.

La Fiom, con l’iniziativa di sabato, ha inteso aprire un percorso di opposizione sociale: quali ritiene siano le prospettive in questo senso?
Per costruire un’opposizione ci vogliono parecchi elementi e non so se tutti sono presenti. In primo luogo, i lavoratori sono in una condizione di sostanziale debolezza, data la crisi e la legislazione sul lavoro degli ultimi decenni: questo vuol dire che, anche se idealmente sono contrari ad un piano come quello Fiat di Pomigliano (per fare un esempio), sono stritolati dall’alternativa tra il rimanere disoccupati e, dunque, senza prospettive per i figli e per l’intera famiglia e l’accettare un lavoro duro e sgradito ma che comunque assicura un reddito; questo è un fattore di debolezza per tutto il sindacato e lo è anche per la Fiom. Oltre a questo c’è un’arretratezza di elaborazione culturale, di critica, di comprensione dell’economia globalizzata che fa da velo, per molti, a capire in che direzione si sta andando: su questo terreno siamo molto indietro e recuperare sarà davvero difficile.

Enrico Sbaffoni

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