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Adozioni in calo, tra crisi economica e burocrazia

Autore: . Data: venerdì, 1 ottobre 2010Commenti (0)

Brusco stop per le adozioni di minori in Italia. Dopo anni caratterizzati da una tendenza positiva, risultano in calo sia le domande presentate presso i Tribunali dei minorenni sia i conferimenti di mandato agli enti accreditati presso il ministero degli Esteri.

Si registra infatti un -20% nella presentazione delle disponibilità (tenendo conto che il picco massimo, superiore alle 8mila richieste, risale al 2004) mentre l’ultimo Rapporto statistico pubblicato sul sito della Commissione per le Adozioni Internazionali (Cai) offre ulteriori dettagli.

Il 2009 si è chiuso con 3.964 bambini adottati, 13 in meno rispetto al 2008, ma soprattutto sono stati rilasciati dai Tribunali molti meno decreti d’idoneità (passaggio necessario per potersi rivolgere ad un ente e intraprendere eventualmente la strada dell’adozione internazionale): da 6.237 nel 2006 a poco più di 5mila nel 2009.

E il dato sull’effettivo utilizzo dei decreti stessi – considerato che tutto l’iter adottivo estero può costare nel complesso tra i 17mila e i 25mila euro – la dice lunga sulle conseguenze della crisi economica o delle inefficienze in merito alla scelta solidale dei cittadini coinvolti in questo difficile percorso: nel triennio 2006-2009 circa il 35% dei decreti non è stato seguito dal conferimento d’incarico a un ente autorizzato. Le revoche degli incarichi agli enti stessi (ben 1.229 in tre anni) confermano in qualche modo il dato, anche se la rinuncia può derivare anche dalla nascita di un figlio naturale o dalla sopraggiunta adozione di un minore italiano.

Ad ogni modo, gli effetti del calo delle idoneità si percepiranno davvero soltanto nei prossimi anni, quando il numero delle adozioni delle coppie italiane sarà inevitabilmente più basso. E dire che l’evoluzione negativa del fenomeno adottivo in un Paese ‘ricco’ contrasta (almeno a prima vista) con la crescita esponenziale dei bambini poveri senza una famiglia, per effetto dell’aumento delle diseguaglianze tra Nord e Sud del pianeta: basti pensare che da 145 milioni di bambini abbandonati segnalati dall’Unicef nel 2004 siamo passati ai 163 milioni del 2009.

A tale proposito, verrebbe inoltre da interrogarsi sulle effettive capacità diplomatiche e relazionali dell’Italia con tanti Paesi in difficoltà, dai quali provengono i minori. Per quanto la nostra sia la prima nazione al mondo – tra quelle che hanno adottato i princìpi della convenzione internazionale dell’Aja – per numero di minori adottati, è pur vero che molti dei canali bilaterali con gli Stati interessati non sembrano funzionare al meglio.

Se il principio sancito all’Aja riguarda infatti il rispetto sostanziale ‘dell’interesse superiore del minore’ e dei ‘diritti fondamentali che gli sono riconosciuti’, salta agli occhi nel contempo la forbice tra la teoria e la realtà. Il primo diritto, infatti, dovrebbe essere quello alla vita (e successivamente all’accoglienza) ed è fino troppo evidente che quella tutela minima è misconosciuta in oltre metà del pianeta. Perciò i numeri degli effettivi abbinamenti tra le coppie italiane infertili desiderose di avere un figlio e i bambini stranieri stonano con l’enormità delle situazioni relative all’abbandono minorile.

Qualche esempio? Dalla sconfinata India, secondo lo stesso Rapporto della Cai, sono arrivati l’anno scorso 132 bambini. Con tutti i Paesi africani sono stati abbinati in Italia, nel 2009, soltanto 500 bambini (di cui 348 solo dall’Etiopia). Dalla Cambogia ne sono giunti 50, dal Perù 72, per citare numeri significativi provenienti da altri continenti. Davvero poche gocce in un mare di miseria, se si pensa alle tragedie quotidiane nelle periferie del mondo e anche considerando che presso il solo Tribunale dei minorenni di Roma giacciono inevase 4mila domande di adozione.

Fatto sta che il trend del settore sta iniziando a preoccupare quegli stessi enti a cui la normativa italiana ha delegato il ruolo di intermediazione tra le coppie e l’universo adottivo: “Desta preoccupazione il dato del calo delle domande e quello relativo alle rinunce – ha affermato Marco Griffini, presidente di Ai.Bi., una delle associazioni numericamente più significative – occorre mettere a fuoco i motivi per i quali si è assistito, per la prima volta in maniera così evidente, a una diminuzione delle richieste da parte delle coppie di diventare genitori con l’adozione internazionale. Riteniamo che tra i motivi vi sia anche una sfiducia generalizzata nei confronti dell’adozione internazionale. Pensiamo – ha aggiunto Griffini – sia quindi fondamentale lavorare insieme agli altri enti, alla Commissione per le Adozioni Internazionali e alle autorità straniere per recuperare credibilità e garantire così una famiglia a migliaia di minori in attesa di essere adottati”.

La preoccupazione è stata confermata anche dal presidente della stessa Cai, e sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia, Carlo Giovanardi, che non ha negato l’evidenza: “Purtroppo è vero, molti non se la sentono di caricarsi di responsabilità e sacrifici. Questo anno di crisi ha influito sulle scelte a monte, ma fortunatamente il numero di minori entrati in Italia non è diminuito perchè le coppie in attesa dagli anni precedenti sono diverse migliaia”.

Stupisce però l’ottimismo di fondo manifestato da Giovanardi, in primo luogo perchè la crisi economica che assilla il Paese non è affatto una meteora passeggera visto che le conseguenze degli aumenti del 500% delle cassintegrazioni devono ancora abbattersi pienamente sul mondo delle adozioni; inoltre, non è affatto chiaro il ruolo giocato dal governo in un microcosmo che si nutre di business (spesso sulla pelle delle coppie e della loro ‘disponibilità’) senza che le istituzioni sappiano esercitare un efficace ruolo di controllo.

I costi da sopportare nel tentativo di condurre in porto una pratica adottiva sono infatti notevolissimi, come si accennava in precedenza: occorre pagare i servizi dell’ente italiano cui si dà mandato, quelli del referente e dell’avvocato all’estero, oltre ai viaggi (spesso non ne basta uno) e il soggiorno prolungato in loco. Ne derivano cifre proibitive per moltissimi italiani, i quali possono rivalersi su un parzialissimo recupero delle spese attraverso lo stesso beneficio fiscale concesso per le visite mediche specialistiche o l’acquisto di farmaci. Una magra consolazione a fronte della crescente sfiducia nel ‘sistema’ nel suo complesso.

Paolo Repetto

(Foto di Davide Falcioni)

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