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Se avanza il populismo leghista

Autore: . Data: lunedì, 13 settembre 2010Commenti (0)

Tra identità inventate e crisi di rappresentanza della società civile. Un articolo per ‘Tu inviato’

La Lega avanza anche nel centro Italia e Bossi invoca un ritorno immediato alle urne. Un fenomeno politico sottovalutato? Si potrebbe dire di sì. Alla fine degli anni Novanta, neppure tanto tempo fa, in un’intervista rilasciata a Paolo Rumiz, Carlo Tullio Altan considerava improbabile che l’idea di Padania attecchisse nell’immaginario italiano in maniera tale da influenzarne la vita sociale e politica.

Dopo dodici anni, nel 150° anniversario dell’unità d’Italia, il peso elettorale della Lega e la capacità di influenzare attraverso discorsi retorici e populistici moltissimi italiani lascia emergere il volto di un Paese che ripensa le sue stesse categorie identitarie.

Non c’è mai stato il tempo di “fare gli italiani” o forse gli avvenimenti storici hanno finito per indebolire l’idea stessa di Nazione. Costruita in maniera labile e in continua oscillazione tra nostalgie e invenzione di tradizioni, l’Italia è sempre più frantumata in un mare di spinte localistiche, dalla politica “urlata” della Lega, la degenerazione più evidente della crisi culturale italiana, a un Mezzogiorno che volge lo sguardo a un idilliaco passato.

Un Paese fragile, a due marce, sempre più rannicchiato in patine nostalgiche, dove la globalizzazione finisce per marcare localismi e rimpianti. E proprio nella fase in cui si chiedeva al sistema partitico italiano uno sforzo per combattere la crisi, per accettare la sfida dell’Europa, per imprimere coesione al Paese, si sono smarriti i ruoli di mediazione. La società civile non si sente più rappresentata; in una spirale vertiginosa, partiti, sindacati e istituzioni socioculturali hanno perso credibilità.

Ci stiamo abituando a vedere lavoratori inventare nuove forme di protesta, nella completa indifferenza delle istituzioni; ai giornalisti e agli intellettuali si chiedono alternative valide, quelle che dovrebbero far parte di un programma politico, alla gente comune il contenimento della rabbia o l’improvvisazione di soluzioni. In questo quadro sconcertante, l’Italia “inventa” le sue tradizioni, per dirla con Hobsbawm e Gellner, o riesuma nostalgici richiami a un passato perduto, fatto di glorie e successi, utilizzandolo in chiave fortemente emotiva.

Un magma confuso di sentimenti e inquietudini, su cui la Lega Nord ha saputo costruire una demagogia fatta di demonizzazione di un “nemico” generico e/o specifico verso cui far confluire le paure e i dubbi spesso generate dalla necessità di ripensare la società. Ora gli immigrati irregolari, ora i comunitari, prima Roma ladrona, poi le moschee, il cous cous, i meridionali, altrove i gay.

Un movimento, la Lega, in realtà senza tradizione con un programma in cui si mescolano il richiamo a riti pagani celtici, come quello dell’acqua del Po raccolta in un’ampolla e versata nella Laguna di Venezia, la costruzione di un’area geografica caratterizzata da un idioma gallo-italiano, riti attinti dal passato come il giuramento di Pontida.

Alla fine, vince sempre chi fa leva sulle paure della gente, perché ognuno preferisce chiamare verità le cose che gli fanno comodo. Ri-pensare la storia d’Italia partendo dai localismi e dalle nostalgie?

Matvejevic direbbe che “il ritorno al passato è soltanto una chimera, il ritorno del passato è una vera tragedia”. Figurarsi un passato “inventato”.

Olga Tamburini

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