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Pena di morte, Sakineh e le altre

Autore: . Data: martedì, 7 settembre 2010Commenti (1)

Insieme alla bagarre politica che sta attraversando i piani più alti della politica italiana, l’informazione nazionale sta seguendo con ansia la storia di Sakineh. Protagonista ormai di un vero e proprio ginepraio diplomatico dal quale sembra sempre più difficile venir fuori.

I quotidiani europei, le associazioni contro la pena di morte e Amnesty International si sono schierati a spada tratta contro la giustizia iraniana che sta per portare alla lapidazione la donna accusata di adulterio e accusata e assolta per complotto nell’omicidio del defunto marito.

Contemporaneamente, dall’altro lato dell’oceano, negli Stati Uniti d’America, in Virginia, una donna di nome Teresa Lewis, sta attendendo la sua condanna capitale fissata per il 23 settembre 2010. A Teresa però, nei nostri quotidiani, come nel resto di quelli europei, non è stato dedicato neanche un trafiletto.

Bisogna infatti rifarsi ai siti d’informazione americana, o a qualche blogger di buona volontà, per trovare notizie su quest’ennesima vittima (5679 solo nel 2009) della pena di morte. Il problema, infatti, sembra non albergare solo nei Paesi islamici, ma anche nelle più evolute democrazie occidentali.

Stando ai dati raccolti dalla lega internazionale “Nessuno tocchi Caino”, non v’è continente al mondo che si sia ancora liberato del tutto da questa terribile pratica. Neanche l’Europa. Visto che del tragico elenco fa parte anche la Bielorussia.

Il percorso da seguire è tutt’altro che semplice: i Paesi che mantengono ancora la pena di morte, pur riducendo il campo di azione, relegandola quindi solo a determinati crimini, sono ancora 43. In quest’elenco spiccano Stati come la Cina, gli Usa, l’Iran, l’Autorità Nazionale Palestinese, il Giappone, Cuba, l’India e la tanto stimata, dal nostro attuale governo, Libia.

I riflettori però, in questi giorni, sono puntati tutti sulla lapidazione di Sakineh, da fine luglio. Per quanto ci riguarda, dalla Farnesina le dichiarazioni sembrano avvertire la Repubblica Islamica dell’Iran, offrendole un improbabile riabilitazione della reputazione – crollata dopo il caso del nucleare e le dichiarazioni su Israele -  sul piano globale: “Salvarla da questa sofferenza offrirebbe un’opportunità all’Iran per creare un nuovo clima di fiducia con la comunità internazionale. Al di là del motivo umanitario, riteniamo che non sia interesse dell’Iran giocarsi la propria reputazione su un caso come questo”.

Mentre gran parte dei vertici europei si muovono pubblicamente, rilasciando dichiarazioni a destra e a manca, c’è chi, come il Vaticano, promette di agire mediante canali diplomatici, come ha assicurato padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede.

Intanto, mentre si disquisisce su come salvare Sakineh, aldilà dell’oceano atlantico un comitato dal nome “Save Teresa Lewis” prova a battersi a livello locale contro il governatore della Virginia affinché conceda la grazia alla malcapitata e commuti la pena in ergastolo.

L’ironia di questa storia è che nello stesso periodo, due donne, accusate entrambe di aver organizzato l’omicidio del proprio coniuge, assistono impotenti alla fine dei propri giorni per mano della propria nazione che, con attitudini demiurgiche, si erige a decidere della vita dei propri cittadini.

Non ci si può non interrogare in merito al livello di barbarie che uno Stato può perpetrare. Se gli iraniani lapidano e frustano le donne che commettono adulterio, gli americani uccidono e torturano i presunti terroristi.

Non si sta più discutendo di chi consuma questi delitti, ma del perché, in un mondo che guarda dall’alto verso il basso le tragedie del passato, come la Shoa, si continui a non rispettare in nessun modo il diritto alla vita. Sembra che l’equazione reato-uguale-correzione di un comportamento non esista ancora in alcun Paese. Perché, seppur tanti Stati non praticano più la pena di morte, molti non riabilitano in nessun modo i propri cittadini che si sono macchiati di questo o quel reato. Basta vedere la triste situazione che si vive nelle carceri italiane, spagnole o francesi, per capire che, seppur non ammazzando fisicamente, anche chi chiede l’abolizione della pena di morte fa sì che la vita dei propri detenuti abbia fine nelle carceri.

Il dibattito potrebbe proseguire per giorni. Il problema è che oggi si chiama Sakineh e Teresa Lewis, ma domani avrà altre migliaia di nomi e la soluzione sembra essere sempre più lontana. Resta da riflettere sull’articolo numero 3 della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” promulgata nel 1948: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”.

Fa per caso eccezione se un essere umano si macchia di un qualsivoglia reato?

Diego Ruggiano

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Commenti (1) »

  • Riccardo Noury ha detto:

    Veramente, sul sito http://www.amnesty.it c’è, in grande evidenza nella home page, un appello per salvare la vita di Teresa Lewis. Dispiace che non ve ne siate accorti prima di scrivere questo articolo. Ma potete segnalarlo e darci una mano a diffonderlo. Grazie
    Riccardo Noury, direttore dell’Ufficio Comunicazione, Amnesty International

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