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Il Pd, la sindrome jugoslava e il ‘sociale’ scomparso

Autore: . Data: lunedì, 20 settembre 2010Commenti (0)

Per capire in quale stato versi lo schieramento progressista del Paese è sufficiente leggere (nemmeno tra le righe) i commenti giornalistici pubblicati sui quotidiani di ‘area’, a cominciare da ‘Repubblica’ e ‘Il Riformista’.

Ha scritto Goffredo De Marchis sul quotidiano diretto da Ezio Mauro: “Il partito leggero di massa, così light da non contemplare nemmeno gli iscritti, adesso è diviso in quattro correnti: la maggioranza di Bersani-D’Alema, Area democratica di Franceschini, il movimento di Veltroni, la componente di Ignazio Marino. Più i piombini di Renzi e Civati, più i ‘giovani turchi’ che criticano il bipolarismo, più un gruppo di parlamentari (e di elettori forse) che si getterebbero tra le braccia di Vendola domani mattina. Il Pd è rotto in molti pezzi, assomiglia alla Jugoslavia dopo la guerra, rischia una balcanizzazione a pochi mesi da probabili elezioni anticipate. Già ieri Veltroni si è mosso da capo della nuova corrente di deputati e senatori (un quarto della squadra complessiva) inviando in anteprima la stesura definitiva del documento a Pier Luigi Bersani. Gesto diplomatico accompagnato da un messaggio personale. La richiesta di un incontro a quattr’occhi per chiarire il senso, il modo e i tempi. Da fare prima della direzione”.

E mentre nel caos – ben riassunto da De Marchis – il fu sindaco di Roma lancia le sue frecce avvelenate, si legge ancora, “Bersani non ha ancora risposto, ma il suo umore nei confronti dell’ex segretario è pessimo. Veltroni costringe il partito a schiacciarsi in un dibattito tutto intestino ‘proprio quando cerchiamo una mobilitazione collettiva, lanciamo una campagna di comunicazione, organizziamo l’assemblea nazionale al Nord’, spiega il leader. Insomma, siamo di fronte a un atto ostile. Dicono che è un contributo positivo, uno stimolo. Ah sì? Non me ne ero accorto e non se ne sono accorti neanche i nostri militanti. Mi sembra una mossa deprimente, altro che stimolante’, si è sfogato il segretario con i suoi collaboratori”.

La sindrome jugoslava, insomma, sta minando un corpaccione politico già sufficientemente debilitato da sconfitte e deficit di credibilità pregressi. Ha aggiunto Stefano Cappellini, vicedirettore del ‘Riformista’: “Difficile scansare, agli occhi del proprio elettorato, l’accusa di aver riaperto la guerra a sinistra proprio ora che la crisi della maggioranza ha toccato lo zenit. Ancora più difficile è rilanciare la necessità di una nuova leadership, come ha fatto l’ex sindaco di Roma a ‘Repubblica tv’, rimuovendo con eccessiva disinvoltura di essersi dimesso dalla segreteria col rammarico che alla sinistra ‘piace cambiare leader come le canottiere’. Evidentemente, c’è canotta e canotta”.

Come tornare al Pd delle origini, ripetendo il refrain di Veltroni? E, soprattutto, “quali origini?”, si è chiesto opportunamente il giornalista, che ha aggiunto: “Ricordavamo un Veltroni capace di ingaggiare una furiosa battaglia ideologica per far sì che lo statuto del Pd prevedesse la coincidenza tra la figura del segretario e quella del candidato premier: era uno dei capisaldi della ‘vocazione maggioritaria’ e fu messo nero su bianco. Ci ritroviamo ora un Veltroni che, mentre il capo del partito Bersani si prepara a candidarsi, invoca per la premiership un ‘nuovo Prodi’, il famoso papa straniero. E chissà cosa pensa di questa svolta lo stesso Prodi, il cui governo non cadde certo per l’inchiesta di Santa Maria Capua Vetere sulla famiglia Mastella, bensì anche e soprattutto per la fretta dell’allora segretario democratico, convinto che ogni giorno in più con l’esecutivo del Professore in carica avrebbe logorato le sue chance di successo elettorale”.

Se del logoramento di Prodi targato Veltroni ci siamo occupati qualche giorno fa anche noi di InviatoSpeciale (nell’articolo leggibile qui), è proprio il caso di dire che i problemi veri restano drammaticamente sullo sfondo. E a quanto pare i ‘grandi elettori’ del centrosinistra provenienti dal territorio e dal sociale non ne possono più di balletti attorno a formule incomprensibili e inutili ad affrontare i nodi cruciali che assillano i più deboli.

“Che cosa si aspetta dal centrosinistra milanese?”, ha chiesto pochi giorni fa ‘Affaritaliani’ a don Virginio Colmegna, direttore della Casa della Carità meneghina. La risposta è stata alquanto diretta: “Devono pensare ai problemi delle città: puntando soprattutto sul sociale che non vuol dire solo sicurezza. E’ necessario che si guardi in alto puntando sugli investimenti sociali e culturali e non solo su quelli produttivi. E’ ora che si vada nelle periferie per parlare con la gente e che si agisca. Non è più il tempo delle parole”. E di fronte ad un centrosinistra assai timido (quando non addirittura connivente) al cospetto degli sgomberi dei Romanì, Colmegna ha replicato che “non deve essere un argomento solo da campagna elettorale. Quello dei nomadi è un tema che va affrontato seriamente: gli sgomberi non servono, bisogna lavorare per realizzare progetti graduali”.

Manco a farlo apposta, la puntualizzazione di Colmegna è capitata a fagiolo, visto che due giorni fa il leader del Pd Bersani, nel goffo tentativo di difendere i Romanì dagli attacchi del leader leghista Bossi, ne ha amplificato indirettamente la nomea di ‘delinquenti’: “Bossi si preoccupi di qualche ladrone un po’ più grosso a cui sono state fatte autostrade grazie a norme approvate in Parlamento”, ha affermato Bersani che ha così proseguito: “Anche dalle mie parti si diceva ‘arrivano gli zingari, chiudete le porte’. Si chiudevano le porte, ma nessuno li ha mai trattati male”.

Dichiarazioni piuttosto superficiali, oltreché discutibili, che non appaiono certo in sintonia con il primato del “sociale” chiesto a gran voce dalla periferia ‘progressista’. Non a caso, in merito agli auspici di un’ipotetica vittoria elettorale del centrosinistra, lo stesso don Colmegna ha tagliato corto: “Mi interessa che vincano i contenuti. Sono stufo di una politica urlata che tende ad accaparrare il consenso ma che non risolve i problemi”. Ci sarebbe di che meditare, all’interno della cosiddetta ‘sinistra’.

Paolo Repetto

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