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Il Pd ‘fuori di testa’

Autore: . Data: venerdì, 24 settembre 2010Commenti (0)

Si è riunita la direzione del principale partito di opposizione. Il centro destra maneggia dossier, il Paese è al collasso, la disoccupazione vola ai massimi storici, il debito esploso e le imprese sono in agonia. Ma i democratici si trastullano.

Aprendo la riunione delle ‘teste d’uovo’ del partito il segretario Bersani ha detto: “La mia narrazione è un sogno, ma con le gambe per camminare. Noi siamo l’unica speranza credibile di un’alternativa per il Paese”. Poi ha aggiunto: “L’Italia può avere giorni migliori, può tornare a parlare di futuro. Dobbiamo farci percepire come un partito capace di avanzare proposte, capace di cambiamento e di governare. Archiviamo chiacchiere politiciste e parliamo del nostro progetto per l’Italia che considero il clou della nostra iniziativa”.

Parlando del documento dei 75 (diventati 76 dopo la firma di Cinzia Capano, parlamentare pugliese senza particolari qualità) il segretario lo ha giudicato “un errore” ed ha avvertito: “No al gioco dell’oca, non possiamo ricominciare sempre dall’inizio. Io sono per un partito dove il dibattito sia sincero e libero nei nostri organismi e nelle diverse iniziative promosse, ma il documento dei 75 è stato un errore. E’ stato un atto, un gesto che ha avuto effetti al di là degli obiettivi e dei contenuti. Presentato a organismi già convocati, si è prestato a immaginarci come un partito senza bussola in un momento in cui le difficoltà sono nella destra. I nostri elettori ci vogliono combattivi e chiedono di lavorare per evidenziare la crisi del berlusconismo”. Quindi ha reso noto per l’ennesima volta che il suo partito non ha una strategia: “Sono per un Pd che non deleghi a nessuno e che abbia la responsabilità del progetto. Tocca a noi avanzare il progetto e da lì vengono le alleanze, ma non a tutti i costi”.

Sintesi per i comuni mortali: il gelato è cibo freddo, gli spaghetti alla carbonara è meglio mangiarli caldi e prima di ordinare al ristorante conviene leggere il menù. Se non c’è bisogna chiedere al cameriere. Dove sono menù e cameriere nel Pd? Mistero.

Quindi è stata la volta di Dario Franceschini, capo della maggioranza della minoranza, che ha lanciato un grido disperato: “Dobbiamo scegliere la stessa strada, ma se ciò non fosse possibile noi comunque dovremo andare avanti”. L’ex segretario ha scoperto l’esistenza di “tensioni sociali” e che i sindacati “sono divisi”.

Il leader della maggioranza della minoranza, ovviamente, si è interessato al partito, affermando come “lo schema maggioranza-minoranza non funziona, la gestione plurale non ha funzionato. Serve collegialità delle scelte, senza rinunciare alle idee che rappresento e che sono state sostenute da un milione di voti. Le metto a disposizione del partito perché unità non significa sottomissione a tutte le scelte, ma significa scegliere insieme”.

Per Franceschini la crisi del Paese “impone scelte di emergenza, non rinuncio alle idee che rappresento ma metto a disposizione il partito il milione di voti raccolto alle primarie sulla mia candidatura”. Ma esistono alcuni distinguo: “Unità non significa sottomissione dal segretario – ha precisato – ci aspettiamo disponibilità e un luogo collegiale”. A Veltroni ha Indirizzato un auspicio: “Spero che oggi scegliamo tutti insieme la stessa strada, ma se non fosse possibile, noi la dovremo comunque percorrere”.

Dopo di lui è intervenuto Gentiloni, veltroniano e tra i firmatari del documento che ha avviato l’ennesima lite interna nel Pd. L’esponente della minoranza della minoranza ha esternato: “Ci vuole uno choc perchè finora non abbiamo cavato fuori nemmeno due o tre idee importanti. A me non fa paura la discussione, mi farebbe paura il silenzio del Pd, sia al suo interno sia verso la società”.

L’esponente della minoranza della minoranza ha quindi spiegato che è necessario “un nuovo posizionamento del nostro partito” e, rispetto alla sua corrente ha sentenziato: “Noi siamo minoranza e la minoranza… non sta in maggioranza”.

Dopo questa storica serie di intuizioni ha parlato Marco Minniti, neo veltroniano ed ex dalemiano. L’esperto di servizi segreti ha reso noto ai presenti ed ai posteri: “Tolte dal tavolo le discussioni, metodi e forme, mi ha fatto piacere rilevare, sia dagli interventi di Bersani che da quelli di Franceschini, che i contenuti del famoso documento sono evidentemente oggetto delle preoccupazioni anche di chi non l’ha firmato. Questo era lo scopo di chi come me quel documento lo ha firmato. Se i toni usati fossero stati sempre questi, molte tensioni non ci sarebbero state”.

Durante la riunione hanno parlato anche altri leader del Pd, ma i loro interventi non hanno aggiunto alcun altro elemento degno di nota.

Nel tardo pomeriggio si infine è votato sulla ‘relazione’ di Bersani. Nessun contrario tra i 206 partecipanti, ma in 32 si sono astenuti, ovvero i veltroniani, gli uomini di Fioroni e i 22 membri dell’area che si collega a Ignazio Marino.

Il risultato del meeting è semplice da definire: tutto come prima. A questo punto l’intero partito dovrebbe aprire la sola riflessione utile: qual’è l’effettivo Q.I. (quoziente di intelligenza) dei suoi dirigenti? Chissà se lo statuto del Pd prevede l’organizzazione di un referendum del genere, ma il partito che ha inventato le primarie dovrebbe considerare l’ipotesi. Almeno su qualcosa si riuscirebbe a far luce.

Per la cronaca il ‘machiavellico’ D’Alema non c’era, è negli Usa per l’assemblea Onu. Meglio per lui.

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