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I precari e la scuola allo sfascio

Autore: . Data: mercoledì, 8 settembre 2010Commenti (0)

Tra insegnanti-fantasmi, ministri che tagliano e didattica impossibile. Diffusi ieri gli inquietanti dati registrati dall’Ocse.

Per alzare il polverone sulla scuola italiana si è rivelato necessario assistere alla protesta estrema dei docenti senza cattedra, dei fantasmi che mandano avanti interi settori dell’istruzione pubblica, dei precari devastati economicamente e moralmente a causa della loro condizione di invisibili.

Da giorni presidiano Piazza Montecitorio, urlano alla politica tutto quello che non va. Ancora ieri la professoressa Caterina Altamore, autodefinendosi “docente ‘affamata’ di cultura”, ha lanciato un grido di lotta e di dolore. A qualche giorno di distanza dalla decisione di interrompere lo sciopero della fame, proprio per ritrovare la voce e la forza per protestare insieme ai suoi colleghi.

“Ho sentito troppe volte questa frase – ha spiegato – accompagnata da espressioni sottomesse e rassegnate ma paradossalmente accendevano in me la voglia di dimostrare il contrario. Quanti pronti a scoraggiare i miei tentativi: ‘Non andare è tempo perso, chi ti ascolterà, non parleranno mai di noi, ormai la scuola è morta, ma a Roma non c’è nessuno, i giornalisti se ne fregano, ma due persone cosa volete ottenere’… Oggi sono sempre più convinta che invece le cose cambieranno perchè lo abbiamo deciso noi! La storia deve essere nostra maestra e la costituzione il nostro vangelo”.

Il pensiero di Caterina va “ai colleghi di ruolo che a Roma mi abbracciavano commossa, ad altri che andavano alla Caritas a mangiare, altri che dopo nottate con figli appena nati venivano a lottare con grinta, a genitori che ci incoraggiavano preoccupati per il futuro dei propri figli, ad un papà che con le lacrime agli occhi lamentava il fatto che suo figlio diversamente abile non aveva ottenuto l’insegnante di sostegno, Barbara, ricercatrice universitaria che, come me, è convinta che la lotta per la conoscenza è un dovere di tutti; Pietro, una barbone che la società rifiuta, ci incoraggiava dandoci degli ottimi consigli, Linda che con una frase di Dalla Chiesa mi ha dato la forza per continuare il mio digiuno, Anna e Beniamino che ci hanno adottati e preso cura di noi non reclamando nulla! Ho visto un ministro impaurito davanti ai giornalisti che la tempestavano di domande sui precari! Televisioni e giornali che ne volevano sapere di più! Lavoratori di altri comparti che chiedono di unirsi alla nostra lotta! Gente comune che monta video per sensibilizzare la società! Vescovi preoccupati del futuro dei bambini! Telegiornali che entrano finalmente nelle scuole e fanno vedere la realtà! Politici che mettono al primo punto la scuola pubblica statale o qualche complice ‘pentito’ che dice che ‘La protesta dei precari della scuola è ‘sacrosanta”! Precari invitati a delle trasmissioni televisive!”.

Nello stesso tempo, le notizie ufficiali riportano i proclami ottimistici del ministro Gelmini, che fanno a cazzotti con i numeri: in tre anni si sono persi otto miliardi di euro e oltre 120mila posti di lavoro. Soltanto in un secondo momento, dopo reiterate proteste della Cgil e dei sindacati di base, il ministero dell’Istruzione è riuscito a stanziare 70 milioni per la gestione ordinaria. Una cifra del tutto insufficiente.

Nella scuola elementare la riduzione del tempo pieno, già cominciata lo scorso anno con l’introduzione della riforma, prosegue inesorabile. Nella scuola media la frantumazione delle cattedre (alla luce della riduzione del tempo-scuola da 33 a 30 ore) sta costringendo tanti insegnanti a lavorare su più istituti, mentre sono state tagliate molte cattedre di insegnanti di sostegno, essendo stato ridotte le tipologie di disagio aventi diritto a quell’assistenza didattica specifica. Peraltro, la riduzione dei tempi di lavoro taglia le cosiddette “ore a disposizione” dei docenti per le sostituzioni temporanee. Va da sé che – assentandosi un docente per malattia – i suoi alunni verranno spalmati su altre classi, rendendo difficile la didattica a tutti.

I ‘sacrifici’ indurranno molte scuole a sopprimere i corsi serali, diverse sezioni di scuole carcerarie sono state già chiuse. E gli alunni con disabilità pagheranno un prezzo pesantissimo. In primo luogo perché in alcuni casi non sarà possibile mantenere il limite dei 20 alunni per classe (limite che andrebbe rispettato in presenza di un portatore di handicap), e poi perché ci sarà meno personale non docente disponibile ad assisterli nei bisogni non didattici.

I posti vacanti sono stimati in 100mila e la polemica del governo sulla presunta eccedenza di personale scolastico in Italia rispetto al resto d’Europa è pesantemente contestata dai sindacati. I quali sostengono che, altrove, il personale che a vario titolo è occupato nelle scuole non è sempre dipendente dallo Stato (come in Italia) bensì dei comuni o altre istituzioni.

E anche gli effetti della riforma sulle scuole superiori suscitano polemiche. L’ordinamento che le riguarda entra in vigore quest’anno e molte norme appaiono contraddette dalle scelte successive: ad esempio, le linee guida sugli istituti tecnici e professionali esaltano la centralità del laboratorio, ma poi nella definizione degli indirizzi le ore di laboratorio scendono da 12 a 8.

A questi dati eloquenti vanno aggiunti quelli forniti ieri dall’Ocse: l’Italia spende il 4,5% del Prodotto interno lordo nelle istituzioni scolastiche, contro una media Ocse del 5,7%. Soltanto la Repubblica Slovacca, ha reso noto l’organismo, spende meno tra i Paesi industrializzati. Nel suo insieme, la spesa pubblica nella scuola (inclusi i sussidi alle famiglie e prestiti agli studenti) è pari al 9% di quella pubblica totale, il livello più basso tra i Paesi industrializzati (13,3% la media Ocse) e l’80% della spesa corrente è assorbito dalle retribuzioni del personale, docente e non, contro il 70% medio nell’Ocse. La spesa media annua complessiva per studente, infine, è di 7.950 dollari, non molto lontana dalla media (8.200), ma focalizzata sulla scuola primaria e secondaria e a scapito dell’università, dove la spesa media per studente, inclusa l’attività di ricerca, è 8.600 dollari, contro i quasi 13mila della media Ocse.

Probabilmente la prima beffa di cui sono vittime gli insegnanti e i cittadini in generale (se non la si vuole chiamare ‘truffa’) consiste nel fatto che, a monte, è stata propagandata una riforma a costo zero. Come se si potessero organizzare le nozze con i fichi secchi.

Paolo Repetto

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