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All’ipermercato il carrello è stressato

Autore: . Data: mercoledì, 22 settembre 2010Commenti (0)

Seconda puntata del nostro viaggio nella grande distribuzione. “Lavoro all’Auchan, a Bergamo, da più di trent’anni: posso dire di aver visto nascere gli ipermercati, per la mia città rappresentavano un’assoluta novità”.

Luisella è commessa di un grande punto vendita tra i più conosciuti dalla popolazione locale e vive in duplice veste i problemi concreti legati alla sua esperienza professionale: come lavoratrice e in qualità di delegata sindacale della Filcams-Cgil.

“Occorre dire innanzitutto – spiega Luisella – che l’ipermercato in quanto tale ha cambiato le abitudini dei cittadini di una piccola provincia come Bergamo. Stiamo parlando di una città provinciale, e quando io fui assunta si trattava del terzo grande supermarket della zona, senza ancora che fosse chiaro quale nicchia di mercato si sarebbe conquistato. Poi, invece, abbiamo scoperto che l’impatto nella vita delle persone sarebbe stato più che positivo”.

Il fattore-prezzo influì moltissimo sulle scelte ‘dal basso’: “Proponevamo prezzi più economici – racconta Luisella – in un grande spazio dove si trovava di tutto e veniva soddisfatto ogni tipo di bisogno. Diciamo pure che si trattava di una sorta di gallina dalle uova d’oro, fino alla fine degli anni 80 senza concorrenza, con un forte impatto negativo per i piccoli negozi. Eppure siamo riusciti a mantenere il rapporto con una certa clientela ‘di una volta’, con gli anziani, gli abitanti del quartiere, con tutti i vantaggi economici del supermercato”.

Negli ultimi anni la situazione è cambiata: non soltanto per la forte ripercussione della crisi economica sugli acquisti non strettamente necessari, ma anche per la concorrenza spietata tra ipermercati. “Ora siamo in difficoltà, come Auchan – osserva Luisella – ma l’azienda conosce il valore aggiunto del nostro punto-vendita, che è meno anonimo di altri. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che siamo considerati obsoleti, perchè non siamo collocati dentro ad un centro commerciale col cinema e decine di negozi…”. Oggi, infatti, quelle enormi strutture rappresentano un polo attrattivo per le famiglie, mentre l’ipermercato che dà lavoro a Luisella “è rimasto il luogo di chi veniva appositamente a comprare da noi”.

Se ci si sposta dall’altra parte della “barricata”, passando dalle esigenze dei clienti ai problemi quotidiani dei lavoratori, ci si interroga innanzitutto sulle prospettive del mestiere di commesse e cassiere al cospetto della progressiva automatizzazione di molti servizi e, soprattutto, della razionalizzazione dei tempi di lavoro.

Da delegata sindacale, Luisella è chiamata direttamente in causa: “La professione della cassiera ha subìto un ridimensionamento professionale – spiega – perchè il rapporto con il cliente è stato ridotto nel corso degli anni e assomiglia alla catena di montaggio. Alle cassiere, oggi, si chiede quanti carrelli fa in un’ora, quanto impiega ad incassare, mentre una volta il cliente era messo in condizione di cercare il rapporto con il lavoratore. E’ chiaro, dunque, quanto può incidere un simile cambiamento nell’organizzazione del lavoro nel contesto della professionalità di una ragazza neoassunta: il suo ruolo si è ridotto a quanto è in grado di produrre”.

Ne deriva un’ulteriore domanda: quanto la ricerca ossessiva della produttività limita la stessa qualità del lavoro? “Se prima potevamo ‘accompagnare’ i clienti all’acquisto – replica la commessa bergamasca – oggi non è più possibile, come accennavo prima, perchè i carichi di lavoro sono aumentati e il lasso di tempo per potersi occupare del problemi dell’acquirente si è ristretto. Ci vengono richieste molte più competenze, dall’uso del computer alla conoscenza delle variazioni dei prezzi, è come se fossimo risucchiati in un vortice di mansioni che aumentano”.

I cambiamenti strutturali del ‘modo di lavorare’ non hanno neanche inciso positivamente sul rapporto tra dipendenti, segnala Luisella: “Anche rispetto alle colleghe è privilegiato l’individualismo: se io riesco a svolgere il mio lavoro al meglio, così come chiede l’azienda, ho risolto il ‘mio’ problema a scapito del principio di solidarietà. Ma qui non vedo niente di strano: siamo semplicemente lo specchio della società che si muove fuori dal supermercato”.

Luisella ha una figlia adulta, ed è passata nel corso della sua carriera lavorativa dal tempo pieno al part time, per meglio rispondere alle sue esigenze in seguito ad un problema di salute. “Quasi tutte le commesse che scelgono il tempo parziale – afferma la delegata sindacale – lo fanno per rispondere ad una scelta, alla quale in qualche modo si sentono costrette: perchè la maggior parte di loro ha in carico il lavoro di cura familiare, che resta prettamente femminile, e dunque fa da supporto ad uno stipendio maschile”. Un supporto sempre più necessario, ben sapendo quanto può risultare indispensabile mettere assieme due magri salari ai fini di far quadrare il bilancio familiare e arrivare indenni alla quarta settimana del mese.

Paolo Repetto
(2. continua)

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