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La Valle degli Orti e il lavoro consumato

Autore: . Data: venerdì, 2 luglio 2010Commenti (0)

A San Benedetto del Tronto: da 200 a 30 dipendenti

Ci si può innamorare di una fabbrica? Si può, per un luogo pieno di uomini e macchine, provare un sentimento che prescinde dalla pura necessità di guadagnarsi un salario necessario a vivere dignitosamente? Un sentimento puro, di amore vero, come di una cosa cara, di una cosa propria. Come di una donna o di un uomo.

Si può ed accade più spesso di quanto si possa immaginare. Accade nonostante imprenditori disonesti e voraci, politici superficiali, sindacalisti svenduti. E talvolta lavoratori svogliati. Accade, ad esempio, a San Benedetto del Tronto, cittadina marinara sulla costa marchigiana. E questa è la storia della Foodinvest, fabbrica di alimenti surgelati (la “Valle degli Orti”) dove lavoravano più di 200 persone.

Fabbrica chiusa prima dell’avvento della crisi quindi riaperta, ma solo a condizioni altamente sfavorevoli per i lavoratori. Prima dell’avvento di Pomigliano, qui i “padroni” hanno già umiliato gli operai, e l’hanno fatto nel silenzio di tutti.

Gabriele, ex dipendente, sta costruendo una collana di perline nel negozio di pietre della moglie. Racconta: “Le nostre peripezie non sono iniziate ieri. Nel 1985 ci chiamavamo Italgel, eravamo statali del gruppo Sme. C’era di tutto: raccomandati politici, sindacali, ma almeno si lavorava dignitosamente. Poi Craxi, durante un discorso, dichiarò che lo Stato non poteva fabbricare panettoni. E venimmo svenduti alla Nestlè, la quale a sua volta ci cedette all’imprenditore Malavolta che chiamò lo stabilimento ‘Foodinvest’”.

La produzione è altissima. La qualità garantita prima che dalle analisi scientifiche dall’occhio dei lavoratori. Racconta un altro operaio, che preferisce rimanere nell’anonimato, che quando vedevano arrivare patate o fagioli poco belli esteticamente mettevano in allarme la fabbrica. Perché erano così brutti? E perché avrebbero dovuto fare un minestrone surgelato con fagioli tanto sgradevoli persino alla vista?

“Il nostro ritmo di produzione era altissimo – racconta l’operaio – non meno di 2.200 quintali di minestrone al giorno, non meno di 1.100 di spinaci. Tutti gli operai erano motivati: sapevamo tutti di essere i migliori d’Italia, non a caso certe nostre macchine vennero copiate dalla Findus e dall’Orogel, oggi leader del settore. E sapevamo bene di avere commissioni sufficiente e un attivo di 18 milioni di euro”.

Tuttavia, nonostante i 18 milioni di euro di attivo, l’imprenditore Malavolta ha deciso di chiudere la Foodinvest: si è recato in tribunale e ha iniziato le pratiche per la cessione della fabbrica. Oltre 200 lavoratori di punto in bianco non hanno più saputo se avrebbero avuto ancora un lavoro. Ha consultato i sindacati, cercando di trovare un interlocutore politico che, però, non ha potuto fare assolutamente nulla contro la decisione di Malavolta.

Chi manderebbe in mezzo alla strada centinaia di dipendenti (più il famoso indotto) con un utile netto di 18 milioni di euro e le commissioni assicurate per almeno un anno da distributori leader come la Lidl? Un folle, si direbbe: invece no, perché l’imprenditore ha proseguito con il suo piano nonostante le proteste dei lavoratori e il tentativo dei sindacati di sistemare la situazione.

La Foodinvest è passata nelle mani dell’imprenditore Ciulla, che ha cambia nuovamente nome chiamandola Ortofrost. E qui il paradosso, l’anteprima di quanto accaduto a Pomigliano: Ciulla ha dettato ai sindacati condizioni pessime. Cisl e Uil hanno accettato, i dipendenti sono scesi a 30, e devono rinunciare a tutti i diritti acquisiti ripartendo da uno stipendio di soli 900 euro. In sostanza, sono saltate le condizioni sindacali di “base” per l’apertura di un contratto di lavoro: carichi di famiglia, anzianità e mansioni svolte. Non solo: per una stranissima coincidenza non sono stati assunti dipendenti con una tessera sindacale. Tutto questo molto prima di Pomigliano.

Davide Falcioni

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