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Istat, è allarme-consumi

Autore: . Data: martedì, 6 luglio 2010Commenti (3)

Calano anche gli acquisti dei beni di prima necessità

Per capire la portata dei dati Istat sui consumi delle famiglie diffusi ieri sarebbe sufficiente riportare la “sintesi” operata dalla Cia, la Confederazione italiana agricoltori: “Nel 2009 sei famiglie su dieci sono state costrette a cambiare gli acquisti dei prodotti alimentari; mentre oltre il 35% ha ridotto la spesa. Il 40% ha optato per prodotti di qualità inferiore e il 30% ha comprato soltanto ‘promozioni’. Poco meno del 14% ha, invece, rinunciato a pranzi e cene fuori dalle mura domestiche (ristoranti, trattorie, tavole calde, fast food, pizzerie). E così il carrello della spesa continua a modificarsi. In netto calo soprattutto gli acquisti di pane (-12% negli ultimi due anni)”.

Insomma, i consumi sono calati nel 2009, in controtendenza con il dato dell’anno precedente (drogato dall’inflazione). E non si comprende come l’economia potrà riprendersi dalla crisi se gli stipendi dei cittadini sono talmente insufficienti da rendere inaccessibili acquisti essenziali. I dati Istat non ammettono repliche: la spesa media mensile per famiglia è stata pari, in valori correnti, a 2.442 euro, con un calo dell’1,7% rispetto all’anno precedente. E considerando che tale variazione incorpora sia la dinamica inflazionistica sia la diminuzione del valore del cosiddetto ‘fitto figurativo’ (-1,1%), la riduzione della spesa media mensile per consumi in termini reali, a detta dello stesso Istituto di ricerca, “appare alquanto significativa”.

Il valore medio della spesa mensile per famiglia, cioè quello al di sotto del quale si colloca la spesa della metà delle famiglie residenti, è pari a 2.020 euro (-2,9% rispetto al 2008 in termini nominali) e accentua la flessione osservata in termini di valore medio. Mentre la contrazione della spesa per consumi appare particolarmente evidente tra le famiglie con livelli di spesa medio-alti.

La diminuzione, come segnalava la Cia, riguarda in primo luogo i generi alimentari e le bevande (461 euro al mese), a fronte di un incremento registrato invece nel 2008 ma imputabile soprattutto alla sostenuta dinamica inflazionistica che aveva caratterizzato questi beni. La percentuale di famiglie che dichiara di aver diminuito nel 2009 la quantità e/o la qualità dei prodotti alimentari acquistati rispetto all’anno precedente è pari al 35,6%: “Tra queste – segnala l’Istat – il 63% dichiara di aver diminuito solo la quantità, mentre il 15% dice di aver fatto rinunce anche sulla qualità”. Meno spese, dunque, per pane e cereali, olii e grassi, patate, frutta, ortaggi, zucchero, caffè e le altre bevande.

La spesa non alimentare risulta più o meno invariata a livello nazionale (1.981 euro mensili). Cala invece quella destinata a servizi sanitari, tabacchi, comunicazioni. E non stupisce che, al contrario, aumentino i costi sostenuti per combustibili ed energia, considerati gli aumenti della benzina e la necessità di riscaldare gli appartamenti nell’inverno piovoso e freddo.

In sede di commento, la preoccupazione accomuna le parti sociali e la politica. “Il crollo della spesa media mensile delle famiglie italiane – osserva la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, a margine dell’assemblea di Confindustria a Reggio Emilia – è un gravissimo problema: la crisi colpisce sempre i più deboli”. Secondo Marcegaglia, “ritornare a crescere, ricreare nuova occupazione, evitare che si perdano nuovi posti di lavoro è il tema fondamentale sul quale imprese e lavoratori sono dalla stessa parte”.

Le rilevazioni Istat rappresentano invece per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro della segreteria del Pd, “l’ennesimo indicatore dei profondi danni economici e sociali determinati dalla crisi e dalle risposte sbagliate della politica economica del governo”. Il dato medio, aggiunge Fassina, “nasconde una pesantissima contrazione nei consumi, in particolari alimentari, dei nuclei a reddito più basso, di quelli da tanti mesi in cassa integrazione”. Mentre “la manovra di finanza pubblica in discussione al Senato peggiora le condizioni delle famiglie, in particolare a causa dei tagli ai servizi pubblici e ai servizi sociali imposti a Regioni, Province e Comuni”. Il Pd invoca infine “interventi correttivi, a cominciare dal fisco, per ridurre il peso delle tasse sui redditi più bassi, spostando il carico sulle rendite finanziarie”.

Molto più duro il giudizio dei Comunisti italiani-Federazione della sinistra che, per bocca del responsabile Lavoro Gianni Pagliarini, attaccano: “Niente lavoro, scarsi consumi e tanta fame, il dato Istat sui consumi delle famiglie dimostra che gli italiani sono allo stremo e che l’orrenda manovra partorita dal governo non serve a niente, se non ad ingrassare la pancia dei ricchi. Si deve cambiare rotta – continua l’esponente del Pdci -  occorre incrementare i salari, bloccare i licenziamenti e potenziare i servizi sociali. L’assoluta incapacità di Tremonti e soci ad interpretare e a contrastare la crisi non fa che peggiorare la situazione”.

Sul fronte sindacale, infine, la Cisl – con il segretario confederale Maurizio Petriccioli – chiede di “sostenere la domanda interna per consumi ed investimenti al fine di superare la crisi. E’ giusto essere ripetitivi, il problema è ormai maturo e richiede al Governo di avviare il grande capitolo della riforma fiscale per sostenere il reddito netto delle famiglie italiane e per questa via rilanciare la nostra economia. Non bastano interventi parziali – conclude Petriccioli – ma una risposta strutturale che attraverso un nuovo patto fra fisco e contribuenti disegni un sistema tributario più equo ed efficiente”.

Paolo Repetto

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Commenti (3) »

  • marco ha detto:

    Non vedo cosa ci sia di bello nel tassare le rendite finanziarie. Alla fine abbiamo che si tassano i risparmi delle persone. E di sicuro gli speculatori e i ricchi se ne sbattono di queste tasse, potendo usare paradisi fiscali e società offshore. Col tassare le rendite finanziarie si finisce solo per tassare chi lavora e risparmia. Ai comunisti di Bersani e Di Pietro va il mio sonoro PRRRRRRR.

  • redazione ha detto:

    Infatti è noto che in Italia operai, impiegati, cassintegrati, artigiani e lavoratori precari dispongono di rendite finanziarie, mentre il presidente del Consiglio, le cui aziende hanno aumentato (secondo la rivista americana Forbes) di 2,5 milardi di dollari il proprio capitale solo nell’ultimo anno è solo un tranquillo risparmiatore. Marco, qui i comunisti non c’entrano, ma basta solo il bon senso. Per chi lo possiede, naturalmente.

  • Francesco ha detto:

    Stiamo vivendo una crisi argentina. In termini tecnici si chiama stagflazione (stagnazione+deflazione). In pratica la ricchezza sta andando sempre di più verso le rendite finanziarie e monopolistiche che distribuirsi sul ceto medio.

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