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Salute mentale, tra diritti e buone pratiche

Autore: . Data: giovedì, 10 giugno 2010Commenti (0)

Intervento della Presidente Unasam. Un articolo per ‘Tu Inviato’

“Cosa non serve oggi alla salute mentale”: così si intitola l’incontro che si svolgerà oggi a Roma, presso il Senato, in occasione della riedizione del volume “Fuori come va?” di Peppe Dell’Acqua (edito da Feltrinelli). InviatoSpeciale ne ha già dato conto nell’articolo leggibile qui. Gisella Trincas, tra le relatrici del convegno, entra nel merito dei temi nel seguente articolo, scritto per noi.

Forse è più semplice dire cosa non serve o cosa è dannoso alla salute mentale piuttosto che analizzare bisogni e criticità. O forse oggi è più che mai necessario partire da cosa – assolutamente – non si dovrebbe fare. Molti anni fa pensavo che bastasse “un passaggio” in una casa-famiglia per “ritornare come prima”. Che il principale problema fosse allontanarsi dalla famiglia che non reggeva il peso, la fatica, lo scontro. Lo pensavo quando ancora c’erano i manicomi aperti.

E’ solo dopo aver aperto la comunità in cui ospitare mia sorella che ho capito che la questione era molto, ma molto, più complessa. E ho capito, giorno dopo giorno, che la questione era legata alla vita, alla qualità della vita e delle relazioni, alla fragilità umana e alla difficoltà di vivere le relazioni umane. E non era quindi solo questione di servizi e case famiglia.

Perché i servizi devono essere di un certo tipo e gli operatori devono operare in un certo modo. Le case-famiglia devono essere case normali in cui le persone “si scelgono” in una convivenza non facile tutta da costruire, giorno dopo giorno.

Quindi cosa non serve? Agire senza conoscere; costruire percorsi senza il coinvolgimento attivo della persona interessata; costringere le persone che stanno male ad una convivenza impossibile (in famiglia o fuori); far perdere alla persona che sta male le sue abilità, le sue risorse personali, gli amici, gli affetti; indirizzarla verso un percorso di cronicizzazione e istituzionalizzazione; toglierle i diritti civili, i diritti di cittadinanza.

Per evitare questo occorre principalmente che la società sia migliore, più inclusiva, più giusta, più solidale e che la famiglia, come la società più in generale, abbia cura di tutti i suoi componenti. Di questo la politica e le istituzioni di devono occupare. Ma poiché la società non è giusta e la famiglia è fragile, occorre che ognuno di noi agisca perché si vada in quella direzione.

Oggi ci troviamo in una situazione assurda. Abbiamo delle buone leggi che hanno permesso a questo Paese un grande salto di civiltà facendo a meno dei manicomi, ma non siamo stati capaci di andare fino in fondo. Ci troviamo quindi in una situazione in cui convivono buone pratiche e pessime pratiche. Luoghi in cui le persone possono percorrere, anche se con fatica,  la strada della ripresa e luoghi che invece danneggiano gravemente le persone. Luoghi dove le persone possono morire legate in un letto mani e piedi.

Cosa fare quindi. Occorre far conoscere e diffondere il più possibile le buone esperienze e le norme e procedure che hanno reso possibile la loro realizzazione; occorre combattere in quelle regioni, asl e territori in cui invece i diritti delle persone non sono appieno riconosciuti.

Quindi non solo Piani regionali per la salute mentale che rispettino i contenuti dei Progetti obiettivo nazionali, delle linee-guida nazionali e delle disposizioni europee, ma strumenti che consentano la concretezza. Primo fra tutti le risorse finanziarie ai Dipartimenti di salute mentale perché possano programmare gli interventi e garantire il funzionamento dei centri di salute mentale sulle 24 ore e 7 giorni su 7.

E’ dal centro di salute mentale, ben organizzato, con tutte le figure professionali necessarie, che parte l’intervento personalizzato per le persone colpite dalla sofferenza mentale e la tutela della salute mentale del territorio di competenza. Ed è dal centro di salute mentale che parte la programmazione, la gestione e la verifica della molteplicità di luoghi e azioni necessari a rispondere ai bisogni delle persone: le case, i luoghi di incontro e di socializzazione, il lavoro, l’integrazione con gli altri servizi del territorio, il sostegno alle famiglie, la formazione, la prevenzione, l’incontro con la scuola e quindi le azioni di prevenzione attraverso la diffusione della cultura dell’inclusione, ecc.ecc.

Per fare questo occorre che le istituzioni abbiano a cuore gli interessi della collettività e non coltivino interessi di parte o peggio ancora del malaffare. Se tutti riconosciamo il diritto delle persone tutte (anche quelle che apparentemente possono sembrare gravissime e senza speranza) a stare meglio,  abbiamo già fatto un passo importante verso il pieno riconoscimento dei diritti di cittadinanza e quindi verso la costruzione di percorsi possibili di ripresa.

Questo è l’impegno che le Associazioni dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale stanno assumendo con azioni dirette, contribuendo notevolmente ad innalzare la qualità della vita delle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale anche attraverso una maggiore consapevolezza del ruolo e della responsabilità delle famiglie. Ma anche con azioni politiche verso le istituzioni per contrastare proposte di legge improponibili (come quella elaborata dall’onorevole Ciccioli e da altri suoi colleghi) che cancellerebbe di fatto le conquiste fin qui raggiunte e per sollecitare ovunque piani di intervento adeguati ai bisogni delle persone e del territorio. Nel pieno rispetto del dettato Costituzionale e della nostra ambizione di voler vivere in una società giusta.

Gisella Trincas
Presidente nazionale dell’Unasam (Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale) e della “Associazione sarda per l’attuazione della Riforma psichiatrica”

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