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Roberto Saviano e il mito (in)discutibile

Autore: . Data: lunedì, 7 giugno 2010Commenti (3)

Un libro del sociologo Dal Lago sta suscitando forti polemiche

Partiamo dalla notizia. Il sociologo Alessandro Dal Lago ha recentemente pubblicato “Eroi di carta” (per i tipi della ‘Manifestolibri’), un agile saggio sull’impatto delle denunce dello scrittore Roberto Saviano (pubblicate sul bestseller “Gomorra”) ovvero sul fenomeno mediatico-culturale e sulla possibilità che l’analisi critica contenuta in quei pensieri possa essere fortemente compromessa dall’“alone di eroismo che si riverbera sul libro”.

L’iniziativa editoriale ha suscitato critiche durissime, tra le quali si possono citare quelle di Adriano Sofri, Luciano Violante e Paolo Flores D’Arcais. Dal Lago è stato accusato di snobismo intellettuale, di interpretare al peggio la deriva “iconoclasta” della sinistra salottiera o semplicemente di aver messo per iscritto argomentazioni non interessanti, che dovrebbero consigliare al potenziale lettore di lasciar perdere in partenza la lettura di “Eroi di carta”, scegliendo piuttosto una gita all’aria aperta o l’attività sessuale con il proprio partner.

Quest’ultima critica (mossa inelegantemente da Flores) è un buon punto di partenza. A noi sembra invece interessante accettare il terreno di confronto proposto dal sociologo, partendo da una domanda di un certo spessore: al di là dell’indubbio valore della denuncia di Roberto Saviano e della cancrena sociale contro cui si è esposto a rischio della sua stessa vita, supplendo alle mostruose debolezze e connivenze della politica e di tutte le istituzioni chiamate a difendere i cittadini onesti e a combattere la criminalità organizzata e i suoi intrecci ad ogni livello… può essere utile comprendere il rapporto tra gli ‘spettatori impegnati’ e le figure sovraesposte mediaticamente?

Quanto è forte il meccanismo della “delega” ad un soggetto “alto”, diventato via via un “mito”? Quanto è funzionale quella “mitizzazione” eventuale ad affrontare un grave problema politico-sociale? Quanto è funzionale essa stessa alla riproposizione di un “blocco sociale” progressista, che renda più consapevoli e più forti quegli stessi cittadini onesti?

Dal Lago ha provato a parare i colpi della critica e a spiegare le sue motivazioni: “Ho analizzato la ‘verità’ di Gomorra in base al testo e a nient’altro – ha scritto il sociologo sul sito del ‘manifesto’ -  ignorando qualsiasi pettegolezzo sulle sue fonti, ma portando alla luce il carattere tecnicamente auto-referenziale della narrazione (‘ci sono stato e ho visto, e quindi dico la verità’); ho discusso la costruzione, in buona parte dei media, dell’eroismo di Saviano, mostrando anche come lo scrittore, nei suoi interventi successivi a Gomorra, abbia in qualche modo fatto proprio il ruolo che gli veniva cucito addosso; infine, che significa il processo di iconizzazione dello scrittore nella sfera pubblica del nostro Paese?”.

Da qui deriva una tesi: “La trasformazione di Saviano, a sinistra, in icona del bene contro il male (rappresentato dal crimine organizzato) sposta il conflitto politico in una dimensione morale e moralistica fondamentalmente diversiva e consolatoria. Una dimensione illusoria, in cui – ma questa è solo un’ipotesi – molti scaricano le frustrazioni di una sinistra che in buona parte non è più rappresentata, oppure è impotente di fronte al trionfo della destra. Il fatto interessante è che la categoria dell’eroismo è storicamente appannaggio della destra romantica (penso a Evola), e questo spiega la fortuna di Saviano tra i seguaci di Fini”.

Come si converrebbe a qualcuno che, volente o nolente, è stato trasformato in icona dell’eroismo, “molto spesso – ha aggiunto Dal Lago – le posizioni di Saviano su questioni di interesse pubblico sono unanimiste e apolitiche, e cioè buone per tutti (anche se nel libretto riconosco che talvolta prende posizione contro le derive più clamorose dell’attuale regime in materia di conflitto di interessi). Sostenere che la recente lotta degli studenti contro la distruzione della scuola e dell’università pubblica conta ben poco di fronte al crimine organizzato o ridurre la morte dei soldati in Afghanistan alla questione dei poveri ragazzi del sud che non hanno alternative, senza dire nulla del significato della guerra e dell’implicazione dell’Italia, è qualcosa che non si può passare sotto silenzio. Nessuno chiede a Saviano di occuparsi di questi problemi. Ma se ne scrive o ne parla, naturalmente è criticabile, come chiunque altro. Io trovo grottesco che qualcuno liquidi tutto questo, e cioè la critica di quello che Saviano dice, in termini di ‘invidia’: è come sostenere che se un critico cinematografico parla male di un film, è perché invidia il regista”.

L’aspetto a nostro avviso più importante della polemica (e InviatoSpeciale si è permesso di sollevarlo più volte in questi mesi) investe la ripercussione politica della vicenda: ovvero, usando le parole del sociologo, “l’impotenza evidente di un’idea di alternativa basata quasi esclusivamente sull’opposizione all’anomalia Berlusconi, e non al blocco di interessi (e valori e simboli) che il Cavaliere sintetizza. Di fatto, precari e pensionati, studenti e lavoratori, insegnanti e tutte le altre figure socialmente deboli (per non parlare di marginali, esclusi e stranieri) sono sostanzialmente soli sulla scena politica, in balia di questa destra. E, come le elezioni dimostrano, la mancanza di rappresentanza porta anche quote importanti di elettori di sinistra a votare per gli altri (un classico sintomo di un sistema sociale e politico in preda al populismo). La destra fa politica di classe, eccome, l’opposizione no. E questo è anche un effetto dello spostamento del conflitto in chiave simbolico-morale (e, sì, giustizialista), come dimostra l’ossessione unanime per la legalità. Ecco allora che il conflitto è evacuato, che tutto (dalla questione del lavoro all’ignobile condizione delle nostre carceri o al razzismo imperante) viene minimizzato o comunque messo in secondo piano. Ed è inevitabile se, in nome della legalità, ci mettiamo a priori dalla parte dell’ordine, politico o simbolico che sia”.

In calce alla presa di posizione di Dal Lago compaiono ben nove pagine di commenti. Segno evidente che, nel bene o nel male, il tema riscuote un certo interesse in alcune fasce di lettori-web. “Chiacchiere senza vita reale – ha attaccato un anonimo commentatore – teorie da spento borghese, senza più ideali, senza piuùcoraggio, gettatosi ormai a corpo morto verso l’oblio nichilista. E ne è fiero, sembra”. Segue citazione di “Bella Ciao”, e ancora: E perché si sentiva di morire, quel partigiano? Voleva essere eroe? Dal Lago, pure a loro farebbe la critica riservata a Saviano? Perché rischiano di ‘venir usati’, loro malgrado come icone? Oppure condivide la dissacrazione della loro memoria? (così icone non sono piu’! contento?) Icone esecrabili? O esempi di vita, visto com’è indifferente il resto del mondo? Intellettualismi sterili, caro mio ha concluso il critico lettore – che nel caso di Saviano fanno solo respirare meglio i camorristi”.

Non dissimili appaiono le considerazioni di matteo.g.k.: “Il mondo senza più ideali e senza più utopie, senza più sogni, senza più azione viva e coinvolgente, senza più lotta in fondo, di Dal Lago, è il sintomo più crudo e drammatico dell’agonia di morte che affligge la salottiera sinistra italiana, che sta alla finestra e disprezza annoiata ogni sussulto di vita, laggiù, per la strada. Ci vorrebbe la rianimazione, una scossa elettrica, ma… che cosa davvero basterà a scuotere coscienze ormai dedite con devozione alla rigidità della propria morte spirituale? Addio, mia bella, addio…”.

Più raffinata e velenosa la critica di mm: “Dal Lago è un pensatore finissimo e questo articolo lo dimostra. Adorare le icone, sprofondare in un mondo fatto di eroi mediatici contrapposti a cattivi da fumetto non fa che renderci più infantili, quindi meno responsabili. Il problema però è che così come ‘Gomorra’ si inserisce in questo flusso, diventando evento eroico semplificato, anche il libro di Dal Lago lo fa, finendo per essere recepito come banale evento anti-eroico. Come poteva Dal Lago, così esperto dei meccanismi mediatici attuali, credere che il suo libro venisse letto con attenzione, fino in fondo, e non invece frettolosamente bruciato sulla gogna? O è stato stranamente ingenuo, oppure in mala fede”.

Ancora più interessante, perchè focalizzata su presunte “contraddizioni in seno al popolo”, come si sarebbe detto una volta, la polemica di massimo: “Un discorso del genere potresti farlo anche su Vendola. Ma non lo fai, una visione critica del genere potrebbe colpire benissimo il mio governatore: icona adulata, alla continua ricerca di allargare i consensi con atteggiamenti bipartisan, atteggiamento da profeta. ma vi guardate bene dal farlo. e speriamo che non lo facciate. vi prego, non sforzate le vostre esigue risorse in questa opera critica che alla fine nella sua complessità può raggiungere poche persone, mentre nel suo lato più superficiale attrarrà molte più attenzioni”.

Di tutt’altro segno altri due interventi. Patrizia sostiene che “articoli come quello di Dal Lago mi rinfrancano un po’, di fronte a questa deriva populista che ad esempio mette insieme la sinistra (?) e Schifani, a esaltare le gesta di Falcone – un altro eroe “necessario”, e morto – e celebrare ogni 23 maggio a Palermo l’antimafia finta, spettacolare e di tutti. Con migliaia di ragazzini ‘deportati’ sulle cosiddette navi della legalità, costretti a gridare slogan e a cantare (quest’anno pure le canzoni dei big di ‘Amici’!) e a pensare quello che gli hanno detto… e nessuno ovviamente gli ha detto chi è Schifani…”.

Ancora più articolata appare la riflessione di Caterina, a sostegno della tesi di Dal Lago: “Il titolo del libro è ‘eroi di carta’, Gomorra e Saviano sono solo dei pretesti, degli strumenti per farci delle domande e portarci oltre il senso comune in cui ognuno di noi è immerso. I filosofi a questo servono. Ciò che rimane è dunque l’opportunità che Dal Lago si sta e ci sta dando di provare a riesercitare il pensiero critico, che è cosa diversa dalla semplice critica. Se ammazziamo il senso di quello che Dal Lago prova a dirci, non stiamo semplicemente limitando il diritto di pensiero, ma spianando la strada all’egemonia della pancia, quella, per intenderci, che ha fatto la fortuna del piccolo uomo che sta determinando il nostro declino”.

Ma a chiarire il senso più profondo della polemica (ben al di là del sentirsi pro o contro la “mitizzazione” di Roberto Saviano) è davvero degno di nota il commento di Alessandro B. “Io credo che uno dei più grandi successi politici di Berlusconi (purtroppo) sia proprio quello di essere riuscito a privare la parte avversa, la sinistra, della propria identità e della propria anima. La sinistra – continua Alessandro – in verità ci ha messo del suo, ma alla fine, come conseguenza diretta dell’anomalia berlusconiana, ci troviamo con una enorme fetta, temo ormai irrecuperabile, di cittadini indignati che, pur con le migliori intenzioni, credono di essere ‘di sinistra’ in quanto professano una qualche forma (guidata dal ‘mainstream’ mediatico) di antiberlusconismo”.

In conseguenza dell’illegalità “diffusa ed esibita che caratterizza il berlusconismo – sostiene il lettore – hanno finito per adorare l’idolo del legalitarismo dei Travaglio (non a caso uno che di sinistra non è e mai è stato, rivendicando orgogliosamente le origini montanelliane), dei Flores d’Arcais, del ‘Fatto Quotidiano’, del “popolo viola”, di Beppe Grillo; è questo un popolo che ha bisogno di idoli intangibili cui delegare l’ortodossia del proprio pensiero; che ha bisogno di diventare fan di qualcuno su Facebook; che adora l’icona dell’eroe-Saviano o l’icona di Milena Gabanelli; è gente che ha finito per convincersi cha Fabio Fazio e Serena Dandini facciano televisione di qualità; alcuni bertinottiani hanno persino creduto che la vittoria di Vladimir Luxuria all’Isola dei Famosi fosse un passo avanti per la sinistra; c’è poi gente nella soi-disant “sinistra” che, giustamente schifata dalle tante ed esibite volgarità del berlusconismo, si è lasciata affascinare (come Fiorella Mannoia) persino da Gianfranco Fini (il co-autore della Bossi-Fini) e da FareFuturo, che è un’opposizione tutta interna alla destra”.

Ma che sinistra può mai essere, conclude Alessandro B., “una sinistra che tifa (!) in politica? Tutte queste contraddizioni rappresentano un problema enorme. Non capire che i problemi posti da Dal Lago sono una grande occasione di riflessione per noi dimostra solo quanto la società sia plasmata (in positivo e in negativo) sul berlusconismo. C’è parecchio di cui essere sconfortati”.

La polemica è dunque da salutare con grande favore. Se non altro, in questo martoriato Paese esiste ancora la voglia di discutere. Con Alessandro ci sentiamo, però, di condividere quel senso di sconforto.

Paolo Repetto

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Commenti (3) »

  • Francesco Pansera ha detto:

    Commento postato il 30 agosto 2007 sul blog dell’Espresso all’articolo di G. De Feo “Casalesi operazione Gomorra” sul ruolo di Saviano nella lotta alla camorra:

    “Tanto di cappello. Ma sono decenni che, lasciando scorrazzare i branchi di lupi delle varie mafie, e opponendogli “sceriffi” che ci proteggono, lo Stato ottiene un surrogato di legittimità. Presentando le persone valide, e i caduti, di questa guerra, la classe dirigente può perpetuare quel sistema pervasivo e routinario di affari criminali “perbene”, cioè senza violenza bruta, che la magistratura spesso trascura. La mafia è anche un alibi. L’epica “camorristi contro eroi” è segno di corruzione.”

    menici60d15

    menici60d15.wordpress.com

  • paolo ha detto:

    SAVIANO NON E’ PEPPINO IMPASTATO, MA UN “YES WE CAN”, E QUESTA NON E’ SINISTRA, MA UNO SCHIERAMENTO POLITICO AFFARISTICO CONCORRENTE A BERLUSCONI, FILO ISRAELIANO E FILO AMERICANO.
    I personaggi come Saviano vanno in tutte le televisioni, Impastato non lo invitava nessuno, nessuno gli dava la scorta. Impastato combatteva il potere, Saviano si esibisce, cerca il consenso con argomenti “politically correct”, sogna di essere bello e famoso come la Fallaci, e suscita l’invidia di gente come lui. La discesa in campo del mondo della cultura in difesa di questo personaggio di basso profilo è una vulgata, che mette una grande tristezza.

  • Fulvio Sguerso ha detto:

    Finita la lettura di questo raffinato e discusso pamphlet (a proposito: pamphlet o saggio critico?), e ritrovandomi sostanzialmente in sintonia riguardo ai rilievi stilistici intertestuali e all’analisi massmediologica del “fenomeno” e, ormai, anche del “mito” Gomorra-Saviano, e dopo aver provato un idefinibile sentimanto tra l’ammirazione e l’invidia per l’estensione e la profondità della cultura filosofica, letteraria, semiologica e, ovviamente, sociologica e massmediatica del professor Dal Lago, non ho potuto fare a meno di chiedermi: valeva la pena? Cioè: era proprio così urgente e opportuno vivisezionare così l’opera come le umane debolezze compensatorie del giovane “eroe” non solo di carta ma anche, direbbe Pavese, di carne e di sangue? O le minacce di morte che gli pendono sul capo sono anch’esse di carta? Un momento, professor Dal Lago, so benissimo di stare confondendo la “persona” con il “personaggio” Saviano; mi rendo perfettamente conto di trovarmi di fronte a una “bolla comunicativa senza precedenti” (ma ne siamo proprio sicuri? Non richiama lei stesso nella pagina successiva un’altra e ben più grottesca e pericolosa “bolla mediatica” che sta, quella sì, veramente inquinando da anni il nostro italico immaginario collettivo?), riconosco anch’io i limiti formali e sostanziali del fortunatissimo bestseller che ha proiettato il suo autore (per la verità non altrttanto fortunato) sulla scena mediatica mondiale. Eppure, malgrado le sue argomentate ed erudite motivazioni, non sono riuscito a persuadermi che valesse la pena profondere tanto “sapere” (anche in senso foucaultiano) per sgonfiare quella bolla mediatica che, tra tanti difetti, ha almeno il pregio di proteggere Roberto Saviano dai sicari della camorra e dai ripetuti, ancorché maldestri, tentativi censori del suo stesso istrionico e paranoide Editore, oltre che dei suoi tanti scherani – come Emilio Fede, Vittorio Sgarbi e Giuliano Ferrara (il quale ha scritto sul Foglio del 14/06: “Ci vorrebbe un saggio impertinente di Alessandro Dal Lago per spiegare a lettori smaliziati quanta ipocrisia nutra l’appello ai loro diritti democratici, conculcati dalla cattiveria del potere, che viene pronunciata dai contropoteri opulenti della grande stampa nazionale.” Come se Ferrara non fosse uno strillone del potere opulento del Cavaliere! Certo, Dal Lago e Ferrara non hanno nulla in comune (salvo la lingua, ma non lo stile), e tuttavia il “saggio” del professore piace tanto ai mistificatori al servizio del “più amato dagli italiani”. Certo, questo non è un argomento intertestuale, ma spiega abbastanza, credo, il perché del mio dubbio.

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