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L’Aquila, un Governo che non vuole proteggere

Autore: . Data: mercoledì, 9 giugno 2010Commenti (0)

Berlusconi attacca la Procura ed esterna: “Qualche mente fragile può sparare, non manderemo più la Protezione civile”

Ieri mattina il premer Berlusconi, intervenendo nel corso di un convegno organizzato dalla Federalberghi, è tornato – a suo modo – sulle polemiche a proposito del terremoto che ha colpito L’Aquila e provincia il 6 aprile dell’anno scorso: “La Protezione Civile non si recherà più in Abruzzo finché esisterà l’accusa di omicidio colposo”, ha spiegato, aggiungendo di aver dato disposizione agli uomini della Protezione civile di non recarsi nelle zone terremotate in Abruzzo o, quanto meno, di farlo senza rendersi riconoscibili perché “qualcuno con la mente fragile rischia che gli spari in testa”.

Il presidente del Consiglio ha fatto riferimento alle recenti vicende giudiziarie sul presunto “mancato allarme 1″ per il terremoto e ha perciò motivato la sua esternazione con le possibili conseguenze all’apertura di quel fascicolo alla luce dei “rischi che qualcuno che magari ha avuto dei familiari morti sotto le macerie e con una mente fragile spari in testa a uomini della Protezione civile”.

In merito all’inchiesta sulla mancata evacuazione della città prima del sisma, si segnalano sette indagati dalla procura dell’Aquila e tra questi compaiono i nomi dei vertici della “Commissione grandi rischi” e il vice capo del Dipartimento della stessa Protezione civile. Nel dossier inviato alla procura dalla squadra mobile si citano “negligenze fatali”, mentre il capo d’accusa rivolto ai membri della Commissione stessa, che il 31 marzo 2009 a sei giorni dal terremoto parteciparono alla riunione che si tenne nel capoluogo abruzzese, è quello di omicidio colposo.

Il procuratore della Repubblica dell’Aquila, Alfredo Rossini, aveva precisato inoltre di aver “indagato sulla ‘Commissione grandi rischi’ perché ci sono state denunce di persone che hanno subìto questa situazione. Ci sono stati decessi e dovevamo seguire questo filone. I responsabili sono persone molto qualificate che avrebbero dovuto dare risposte diverse ai cittadini. Non si tratta di un mancato allarme, l’allarme era già venuto dalle scosse di terremoto. Si tratta del mancato avviso che bisognava andarsene dalle case”.

Lo stesso Rossini ha così replicato ieri a Berlusconi, a nome anche dei suoi pubblici ministeri: “Non entro in polemica, continuiamo a lavorare come al solito bene, velocemente e rispettando le leggi vigenti”.

Che il Premier abbia un conto aperto con ampi settori della magistratura è cosa nota, e non desta più stupore in un Paese così debilitato e abituato a surreali e pericolosissimi scontri di natura istituzionale, caricati ad orologeria da palazzo Chigi.

La vicenda sul ruolo e le missioni della Protezione civile offre però un altro punto di osservazione sul rapporto malato tra il governo e le organizzazioni che hanno a che fare con la vita, la sicurezza e i bisogni dei cittadini. Infatti, per quanto il Dipartimento competente agisca sotto il controllo dell’esecutivo, appare incredibile che il premier si arroghi il diritto di strumentalizzare – all’interno della sua personale battaglia giudiziaria – quel composito microcosmo di partecipazione autentica, che accorre in ogni dove in caso di tragedie o calamità naturali.

Soltanto in Italia poteva accadere che le vicende di una struttura ramificata e così importante potessero identificarsi con le indagini sui presunti casi di malaffare che riguarderebbero il suo responsabile, Guido Bertolaso. Soltanto nel Belpaese ormai assuefatto a casi di malcostume generalizzato si poteva mettere a rischio il ruolo di un’istituzione come la Protezione civile in seguito a vicende personali come quelle che hanno riguardato lo stesso Bertolaso a proposito di equivochi “massaggi” in un centro sportivo alla periferia nord della Capitale.

L’esternazione di ieri del premier ci parla però anche di qualcos’altro. Ad esempio del tasso propagandistico della sua affermazione: perchè mai Berlusconi si arroga il diritto di sovrapporre la credibilità di Bertolaso o dei sette indagati dalla procura al cospetto degli Aquilani alla stima e all’affetto che si sono guadagnati sul campo centinaia di volontari?

Il capo del governo sa benissimo che l’indignazione di tanti cittadini – prendiamo sempre il caso degli abruzzesi perchè significativo e attuale – deriva da comportamenti immorali (quando non addirittura messi sotto inchiesta della magistatura) legati a personaggi che appartengono all’intreccio tra imprenditoria, sistema degli appalti e settori della pubblica amministrazione e di istituzioni nazionali.

Il 14 febbraio, ad esempio, 400 Aquilani scesero in piazza al grido “Riprendiamoci la città”, arrivando a forzare il blocco tentato dalle forze dell’ordine e ad entrare nella “zona rossa” per esprimere rabbia in seguito all’inchiesta aperta da un’altra procura, quella di Firenze. E fornendo così a se stessi una motivazione del “perché Governo e Protezione Civile abbiano voluto investire sulla costruzione di nuovi quartieri estranei al territorio piuttosto che sulla ricostruzione del centro storico, come chiedevano e chiedono i cittadini”. Esponevano cartelli come “6 aprile, 3.32, io non ridevo”, gli Aquilani, e proprio in quel periodo prese coraggio quello che poi diventò il “popolo delle carriole”.

“Le indagini della magistratura – scrissero nel comunicato a motivazione della protesta – hanno strappato il velo sul ‘sistema Bertolaso’: l’abuso dei poteri di emergenza da parte del capo della Protezione civile nasconde in realtà un ricco groviglio di affari e interessi privati. (…) Presto coi poteri di deroga si potranno costruire centrali nucleari e grandi opere, militarizzando il territorio e riducendo a silenzio l’opposizione“.

Se il governo avesse dunque a cuore la credibilità delle sue istituzioni più vicine ai cittadini, farebbe di tutto per dare lustro ai volontari e a tutti coloro che vivono sulla pelle il diritto alla partecipazione come forma di libertà e di impegno civile. Al contrario, per motivi che appaiono ai nostri occhi come miserabili, palazzo Chigi affossa indirettamente in un unico calderone chi merita rispetto insieme a chi non meriterebbe fiducia salvo prova contraria. Anche così si spiega benissimo l’inesorabile declino di un Paese.

Paolo Repetto

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