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Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

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In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

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Israele, chi boicotta e perché

Autore: . Data: giovedì, 10 giugno 2010Commenti (0)

Aziende e associazioni mobilitate, dopo l’assalto alla ‘Freedom Flotilla”

I recenti episodi al largo della Striscia di Gaza (in acque internazionali), con l’assalto alle imbarcazioni della Freedom Flotilla e l’intercettazione della Rachel Corrie, hanno riacutizzato l’attenzione sul conflitto tra israeliani e palestinesi. Di fronte all’opportunismo del governo italiano (che ha subordinato gli interessi economici e militari ai diritti umani, votando contro un’inchiesta dell’Onu trasparente su quanto è avvenuto a largo di Gaza) in molti si sono chiesti cosa possa fare la cosiddetta “società civile” nei confronti dei ripetuti crimini di guerra dell’esercito israeliano. Intendiamoci, la stragrande maggioranza della popolazione italiana segue con marginalità quanto accaduto e comunque, informandosi prevalentemente con i tg serali, tende a semplificare terribilmente le cose: il messaggio che passa è che gli israeliani si stiano difendendo dalla minaccia terroristica di Hamas.

In realtà le cose sono diverse. Dal 1948 sono decine le risoluzioni Onu e centinaia i documenti di Commissioni Onu (nonché di altre organizzazioni per i diritti umani) che hanno condannato la politica coloniale di Israele, senza tuttavia trovare un riscontro pratico. La colonizzazione dei territori palestinesi, anzi, continua a ritmo spedito. Per non parlare del muro, costruito per oltre l’80% nei territori palestinesi occupati – la cosiddetta Cisgiordania.

Per questo, nel luglio del 2005, la società civile palestinese (proprio un anno dopo la storica sentenza – disattesa da Israele e dalla comunità internazionale – della Corte Internazionale di Giustizia che aveva dichiarato il Muro e le colonie israeliane illegali e da smantellare) ha lanciato alla comunità internazionale un appello al boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele, ispirata alla lotta dei Sudafricani contro l’apartheid e dal boicottaggio internazionale promosso in quell’istanza da uomini e donne di coscienza di tutto il mondo, con lo scopo preciso di porre fine all’occupazione delle terre arabe, riconoscere piena uguaglianza ai cittadini palestinesi di Israele e garantire il diritto di ritorno dei profughi palestinesi, così come stabilito dalle risoluzioni internazionali.

La campagna di boicottaggio è stata proposta anche ai cittadini israeliani e la risposta, benché abbastanza marginale, non si è fatta attendere: il primo ad aderire è stato il comitato contro la demolizione delle case e nel 2009 è nata la campagna “Boycott from Within” (“boicotta da dentro”).

I risultati della campagna di boicottaggio (Bds) non si sono fatti attendere, soprattutto dopo l’operazione “Piombo fuso”. L’appello al Bds è stato raccolto dal Forum Sociale Mondiale, dalla Conferenza dei sindacati sudafricani, dal Congresso dei sindacati irlandesi e da quello degli inglesi. Fondi pensione e banche di vari Paesi europei hanno disinvestito in azioni di imprese israeliane o di multinazionali che traggono profitti dall’occupazione, come la Veolia, che si è vista annullare contratti di fornitura di  municipi francesi, inglesi e svedesi.

In Italia sono nate coalizioni contro la Carmel-Agrexco, impresa israeliana di fiori e ortofrutta, che esporta la maggior parte dei prodotti agricoli coltivati dai coloni nei territori occupati. E tra le azioni che negli ultimi giorni hanno fatto più rumore c’è stata quella di Coop e Conad, che si sono rifiutate di commercializzare prodotti provenienti dai territori occupati, la maggior parte dei quali proprio dalla Carmel-Agrexco.

Non si è fatta attendere la polemica: Coop e Conad sono state immediatamente accusate di razzismo ed antisemitismo e non  sono  mancate le pressioni politiche, finché le due società non hanno fatto un passo indietro. Distribuiranno prodotti col marchio ‘Made in Israel’, ma per quelli provenienti dai territori occupati l’etichetta dovrà portare una voce diversa. Ora infatti Coop e Conad continueranno la commercializzazione dei prodotti dell’azienda israeliana, chiedendo però che venga indicato quali prodotti vengono da Israele e quali dai territori palestinesi occupati. Di fatto, per Israele sarà un gioco da ragazzi produrre nei territori occupati e confezionare in Israele. Il Bds ha, quindi, chiesto spiegazioni a Coop e Conad: come mai questo repentino passo indietro? E come pensano di poter controllare l’esatta provenienza dei prodotti?

All’iniziativa ha aderito anche sindacato dei metalmeccanici della Cgil, la Fiom. A quanto pare, presto questa decisione potrebbe essere presa anche dalla confederazione nel suo insieme.

Ma qual è stato e qual’è tuttora l’atteggiamento del governo italiano nei confronti di Israele? Di fatto si sta continuando a premiare la condotta israeliana con accordi politici, commerciali e militari. Nell’ottobre scorso l’Italia ha votato contro il rapporto Goldstone del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, legittimando di fatto i crimini di guerra (accertati) compiuti a Gaza. Negli ultimi giorni, inoltre, ancora una volta il governo ha votato contro l’adozione di un’inchiesta trasparente (in sede Onu) su quanto accaduto in acque internazionale nei confronti dei pacifisti della Freedom Flotilla (almeno nove morti).

Inoltre, l’Italia ha sottoscritto intese tra istituti di ricerca italiani e università americane: siamo attualmente il primo partner scientifico europeo di Israele e il secondo, dietro gli Stati Uniti, a livello mondiale. Il nostro esercito e quello israeliano effettuano esercitazioni congiunte e le nostre armi hanno contribuito ai crimini di guerra a Gaza. L’industria militare e le forze armate del nostro Paese saranno coinvolte in attività di cui nessuno, neppure in Parlamento, sarà messo a conoscenza. Tali attività saranno infatti soggette all’accordo sulla sicurezza, che prevede la massima segretezza.

Per finire, l’Italia è stata definita sulla stampa israeliana come il migliore amico di Israele dopo l’elezione di Obama negli Usa. Non si fatica a comprenderne le motivazioni.

Il Bds si propone, dunque, come l’unico “strumento” a disposizione di cittadini e imprese per contrastare la politica di guerra israeliana. Proprio seguendo l’esempio sudafricano.

Scrisse  l’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace: “In Sud Africa non avremmo potuto ottenere la nostra libertà e una pace giusta senza l’aiuto delle persone in tutto il mondo che, attraverso l’uso di mezzi nonviolenti, come il boicottaggio e i disinvestimenti, hanno incoraggiato i loro governi e altri attori coinvolti ad invertire il loro pluri-decennale sostegno al regime di Apartheid (…). La stessa questione di equità è ciò che motiva il movimento di disinvestimento oggi, che cerca di porre fine a 43 anni di occupazione israeliana, e al trattamento discriminatorio che il governo israeliano impone alla popolazione palestinese”.

Davide Falcioni

Per saperne di più: www.bdsmovement.net, www.stopthewall.org, www.pacbi.org, www.inventati.org/bds-pisa, www.boicottaisraele.it

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