cronaca

I fatti senza distorsioni, opinioni o interpretazioni. Spesso la realtà è differente da come viene raccontata dai media.

esteri

Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

politica

In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

tu inviato

Gli articoli scritti dai cittadini e pubblicati dal nostro giornale. La libera informazione è libertà di espressione.

vivere

Diritti civili, convivenza pacifica, cultura, arte, spettacolo, salute, ambiente, sport, tecnologie, cucina: sono il cuore del millennio.

Home » cronaca, tu inviato
Regola la dimensione del carattere: A A

Quando un utile di 9 milioni di euro non basta

Autore: . Data: mercoledì, 5 maggio 2010Commenti (0)

Nonostante risultati di tutto rilievo la Lyondell Basell di Terni chiude lo stesso. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

“Zero incidenti in dieci anni. 114 per cento di produttività e redditività. Nel 2009 un utile di 9,5 milioni di euro. Zero ore di cassa integrazione. La loro risposta: grazie ma chiudiamo”. Questo striscione campeggia davanti allo stabilimento chimico Lyondell Basell di Terni. Ai risultati raggiunti, infatti, la dirigenza ha risposto mandando, lo scorso 29 aprile, una stringata raccomandata a 94 dei 114 dipendenti: “Con la presente per informarla che il 30 giugno si conclude il nostro rapporto di lavoro”.

Lyondell Basell è una multinazionale leader nella produzione di polipropilene e polietilene, che son polimeri chimici fondamentali per il settore della plastica. In Italia la sede dell’azienda è a Milano, ma ci sono filiali anche a Ferrara, Brindisi, Terni.

Lo stabilimento del capoluogo umbro è stato l’unico colpito dalla decisione di chiudere. L’11 marzo, sei giorni dopo la manifestazione sindacale che ha mobilitato la città, si è svolto un incontro tra le parti presso il Ministero dello Sviluppo Economico (Mse). Dal verbale ufficiale si legge che “rappresentante dell’azienda (Ing. Covezzi) ha confermato la decisione presa di dismettere il sito di Terni nell’ambito del piano industriale di razionalizzazione dei siti produttivi europei a causa della forte sovraccapacità produttiva in relazione al significativo declino della domanda”.

Il successivo incontro svoltosi il 20 aprile tra le parti al tavolo dell’Mse per cercare di trovare una soluzione che scongiurasse la chiusura del sito non ha fatto altro che ribadire le posizioni dell’azienda. Nel verbale della riunione del 20 aprile si legge infatti che l’Ing. Covezzi “ha ribadito la decisione irrevocabile di chiudere lo stabilimento di Terni. La valutazione, che è stata maturata in un lungo periodo di tempo, è stata determinata dalla crisi di mercato che il mondo sta attraversando, che ha determinato il calo del 20 per circa del mercato del polipropilene in Italia, in aggiunta ad un forte calo delle esportazioni per problemi di sovraccapacità. La decisione di chiudere il sito di Terni è stata quindi dettata non da motivi legati alla performance o alla produttività del sito ma da condizioni strutturali. La decisione rimane quindi ferma nel cessare le attività produttive al 30 giugno 2010 proseguendo invece le attività necessarie alla messa in sicurezza e di bonifica dello stabilimento. A causa della sovraccapacità produttiva, non viene considerata perseguibile la vendita dello stabilimento ad altro produttore di polipropilene, dando la disponibilità a considerare altri tipi di proposte che riguardino il sito di Terni”.

Insomma, si chiude per crisi. Questa la versione della dirigenza della Basell.

Ma pochi giorni fa, proprio dai cancelli dello stabilimento, le voci che si sono alternate sul palco per “festeggiare” il Primo Maggio stando vicino ai lavoratori che ora vedono sempre più vicina la cassa integrazione, fanno emergere altri punti di domanda. Tra gli interventi più significativi c’è stato quello del segretario nazionale di Fiom-Cgil, Maurizio Landini, che ha ricordato come “una volta le aziende si chiudevano quando erano in perdita, ora siamo arrivati al punto, paradossale, che le aziende si chiudono con un utile di 9 milioni di euro. Questo è un problema solo dei sindacati o anche dei governi che permettono alle multinazionali di andare dove vogliono per produrre a un costo più basso?” E ancora, ricordando l’articolo 41 della Carta: “La nostra Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma dice anche che le imprese devono avere una responsabilità sociale del territorio dove operano”.

Il segretario nazionale della Femca-Cisl, Sergio Gigli, ha riproposto la stessa domanda: “Perché Basell chiude a Terni che è in utile e non chiude in altri stabilimenti in Europa che sono in perdita (come ad esempio in Germania)? Forse perché lì i governi riescono ad opporsi?” Poi, alzando il tono di voce fino alla commozione, Gigli ricorda come “Regione e governo hanno dato soldi all’azienda per raggiungere quei risultati. Allora se se ne vogliono andare ci devono dare le chiavi perché quella fabbrica non è loro ma nostra”.

L’utile dell’azienda e la volontà di non vendere alla concorrenza sono i due fattori principali che alimentano la rabbia delle Rsu locali. Rabbia e disillusione che si riversano anche sull’operato del governo italiano e sul tessuto socio-politico in generale. Lo stesso Gigli ha affermato: “La prima necessità di questo paese è di reperire fondi. E noi sappiamo come: quando un artigiano su tre dichiara 10.000 euro è lì che ci sono i soldi». Ancora, con un filo di ironia, il segretario della Femca-Cisl ha ricordato non solo che tante piccole imprese sono in cassa integrazione e che nessuno ne parla, ma anche che «i lavoratori sono costretti ad inventarsi “L’Isola dei cassintegrati” per avere un po’ di visibilità in questo Paese ammaliato dai reality”.

Se i 94 lavoratori non fanno scalpore nelle cronache nazionali, bisogna considerare tutto l’indotto delle aziende coinvolte dalla chiusura della Basell ed il destino delle altre aziende che occupano il polo chimico di Terni assieme alla Basell e che alla multinazionale sono strettamente legate (Meraklon, Treofan, Novamont ed Edison). Potrebbe innescarsi un effetto domino che metterebbe in ginocchio un migliaio di famiglie ternane.

La città rivive le stesse angosce di cinque anni fa, quando sotto scacco fu messo l’altro grande polo industriale della conca ternana, quello del comparto magnetico delle acciaierie ThyssenKrupp.

Andrea Cottini

Stampa articolo (o crea PDF)
Fai una donazione a InviatoSpeciale
Condividi o invia per e-mail


Informativa

Commenti disabilitati.

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008