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La mitica tappa del passo Gavia

Autore: . Data: venerdì, 7 maggio 2010Commenti (1)

Aspettando il Giro d’Italia. Seconda puntata

I corridori partirono come sempre in quella livida mattinata del 5 giugno 1988. Pantaloncini corti, maglia a maniche corte. Nella tasca posteriore solo una mantellina per non prendere troppo freddo in discesa, occhiali da sole e guantini. Non sapevano cosa li avrebbe attesi quello strano giorno di inizio estate.

Avrebbero dovuto scalare Aprica e Passo Gavia (quest’anno si scalerà nella penultima tappa del Giro) prima di piombare a Bormio dopo una lunga discesa. Nella notte aveva nevicato in altura, ma l’intervento dei mezzi scanzaneve aveva sgombrato la stretta lingua d’asfalto che si inerpica a 2.621 metri di quota del Gigante alpino, Passo Gavia. Il patron del Giro si consultò a lungo con i tecnici delle squadre per decidere il da farsi (se annullare la frazione oppure farla partire regolarmente) e alla fine di una lunga discussione si decise di dare il via. “Le strade sono transitabili, si va”.

Il Passo Aprica fece la prima selezione ma, dopo una lunga discesa, i corridori si presentarono compatti all’attacco del Gavia. Il cielo era candido, come in quelle giornate d’inverno che prevedono neve. Faceva un freddo cane, benché la quota fosse ancora bassa. Ottocento metri, altri 1.800 di dislivello per arrivare in cima.

“C’era una strana sensazione in gruppo – racconta il protagonista di quella giornata Andrew Hampsten – direi di eccitazione, di terrore. Le nuvole erano estremamente basse e ci cingevano in una gelida morsa. A volte attraversavamo banchi di nebbia e tutto ci sembrava ostile”. In gruppo si cominciò a parlottare: qualcuno invocava lo sciopero.

Eppure si andò avanti lo stesso. Presto iniziò a cadere pioggia mista a neve, poi l’acqua lasciò definitivamente spazio al gelo. E per molti fu come una discesa all’inferno.

La strada si coprì di uno spesso strato di neve fresca. I tifosi, rintanati nelle automobili con l’aria condizionata accesa, di tanto in tanto uscivano allo scoperto. Urlavano ai corridori di non mollare, gli davano qualcosa di caldo da bere o un berretto per ripararsi. Ma tutto sembrava insufficiente. Il belga Van der Velde, che era in fuga, per la foga di provare a vincere la tappa scalò la montagna con una maglia a maniche corte. Allo scollinamento cadde per terra con un principio di congelamento, entrò in un rifugio dove venne assistito a suon di grappe.

Gli altri continuavano a imbottirsi, ma più salivano più si inzuppavano e il sudore misto alla neve li faceva somigliare a pupazzi di pezza bagnati. Tremavano per il freddo, chiedevano soccorso agli appassionati. Un tè bollente, una sciarpa. Qualsiasi cosa, pur di alzare la temperatura del corpo.

E il peggio doveva ancora arrivare. La discesa verso Bormio, che nei primi chilometri sembrava un cavatappi, tanta era la pendenza e i tornanti. La strada ghiacchiata e i copertoncini sottilissimi fecero il resto. Solo per miracolo gli atleti non precipitarono nei burroni, ma molti caddero, si rialzarono e caddero ancora.

In mezzo alla bufera scattò un  corridore americano, Andrew Hampsten, che si avvantaggiò ben presto su tutti gli altri. “Durante la discesa mi guardai le gambe – racconta – erano coperte da uno strato di ghiaccio. Bel pasticcio, pensai… e su quella strada non c’era nulla. Nulla di nulla. Le auto non potevano scendere per via della neve, rimasi solo. A un certo punto mi sembrò di vedere un fantasma; era un meccanico di uno squadra che camminava con una coppia di ruote in mano, in mezzo alla bufera. Imprecava come un dannato, credendo di essere stato abbandonato lì, in quel paesaggio spettrale. Quando mi vide arrivare gli si aprì il cuore, urlò incredulo di gioia. Non era solo…”.

L’americano non lo sapeva ancora, ma si stava apprestando a vincere il Giro d’Italia. Correva più forte che poteva ma non per guadagnare secondi, piuttosto per farla finita con quella tortura. “Non mi fregava più nulla della corsa, né di altro. Piagnucolavo e me la facevo addosso, avrei dato qualsiasi cose pur di trovare il traguardo dietro la prossima curva. Ero maledettamente solo. A un certo punto smise di nevicare e cercai di mettermi di buon umore. E’ finita, ora si scalda, mi dicevo… e pur di riscaldarmi iniziai a pedalare e frenare contemporaneamente. A un certo punto venni superato, dio solo sa come, da Breuking, un avversario. Non avevo idea di come avesse fatto ad andare così veloce. Lo lasciai andare via. Arrivai secondo alle sue spalle, dopo la linea del traguardo collassai. Venni raccolto da qualcuno, trascinato da qualche parte. Mi parse di sentire il mio nome sul palco delle premiazioni. Poi mi misero addosso la maglia rosa. Allora non ne sapevo ancora nulla, ma stavo vincendo il Giro d’Italia”.

Davide Falcioni
2. continua

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Commenti (1) »

  • gerardo ha detto:

    Ciao a tutti il racconto che ho letto ,è veramente la verità il passo gavia, lo fatto ieri 21 agosto 2011,come amatore , devo dire molto faticoso con pendenze del 14-16 per 100, qundo mancano 2km , ormai è fatta pedalando,pedalando
    arriviamo all’ultimo km io incomincio ha piangere non riesco ha smettere,premetto io sono 107kg con rapporto 39-27,mi guardai
    dietro non potevo credere che io avessi fatto una inpresa del genere ,come si dice in gergo ciclistico.piangendo nello stesso momento ero molto felice perchè l’amico enio nel vedermi
    arrivare, mi venne incontro facendomi un sacco di complimenti,le lcrime erano come fiumi in piena.Persino la mia moglie si mise ad coccolarmi ,come se io fossi stato un bambino in fasce,anche se ho 45 anni.

    UN AFFETUOSO SALUTO A TUTTI ,CICLISTI,
    E NON. Gerardo detto Gery.

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