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L’ex ministro Martelli rilancia i dubbi sui Ros dei Carabinieri

Autore: . Data: mercoledì, 7 aprile 2010Commenti (0)

La trattativa su Stato e mafia diventa sempre più un intreccio incomprensibile.

Nel processo di Palermo al generale Mario Mori per favoreggiamento a Cosa nostra, ieri è stata la volta del testimone Claudio Martelli, ex ministro socialista della Giustizia durante i mesi delle stragi mafiose nel 1992.

Il Guardasigilli dell’epoca ha dichiarato di aver parlato dei contatti “anomali” tra i carabinieri del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino al suo collega degli Interni a quel tempo, Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm.

Però Mancino nega quel colloquio: “Ho sempre escluso, e coerentemente escludo anche oggi, che qualcuno, e perciò neppure il ministro Martelli, mi abbia mai parlato della iniziativa del colonnello Mori del Ros di volere avviare contatti con Vito Ciancimino”.

E’ facile dedurre che uno dei due sta mentendo. Martelli ha precisato ieri ai magistrati: “Mi lamentai della condotta dei carabinieri, tra gli altri, con il ministro dell’Interno. Viste le date mi pare si trattasse di Mancino” ed ha aggiunto che l’attuale vicepresidente del Csm non sarebbe stato l’unico tra le alte cariche dello Stato a sapere che alcuni alti ufficiali dell’Arma, in segreto stavano trattando con l’ex sindaco “al fine di far cessare le stragi”.

L’ex ministro ha specificato di aver saputo dei contatti da Liliana Ferraro, nel 1992 a capo degli Affari Penali del ministero di Giustizia, di essersi indignato per la “condotta insubordinata dei carabinieri” e di aver messo al corrente dei fatti il capo della Dia, il generale Taormina, e l’ex capo della polizia, Vincenzo Parisi.

Sempre secondo Martelli, le sue rimostranze non arrivarono mai ai magistrati perchè “allora non si parlava neppure di una possibile trattativa tra pezzi dello Stato e mafia. Se avessi sospettato l’esistenza di una cosa simile, avrei fatto l’inferno. E invece risolsi la cosa con gli uffici competenti perchè mi pareva solo una scorrettezza del Ros”.

L’ex politico socialista ha anche cercato di giustificare le azioni dei carabinieri del Ros: “Credo – ha detto – che Mori e De Donno perseguissero scopi virtuosi come la fine delle stragi e la cattura dei latitanti, ma seguendo lo scivoloso percorso della collaborazione con la giustizia di Ciancimino”.

Secondo Martelli, Vito Ciancimino “era una delle menti più raffinate di Cosa nostra” e per questo doveva essere considerato molto temibile. Per questo motivo quando fu informato da Ferraro che De Donno le aveva chiesto aiuto per ottenere un passaporto valido per l’ex sindaco di Palermo, nel frattempo agli arresti domiciliari, chiese al procuratore generale di Palermo, Bruno Siclari, di impedire la cosa.

Martelli nella sua deposizione ha anche rivelato altri strani episodi. Nell’estate del ’92, ha riferito, Francesco Delfino, comandante della Regione Piemonte dei carabinieri, gli avrebbe promesso “la testa” del boss Riina come regalo di Natale. Il criminale fu poi effettivamente arrestato a gennaio del 1993.

Delfino è stato l’ufficiale al quale il pentito Balduccio Di Maggio indicò dove era nascosto Riina. Tuttavia, se le parole di Delfino non erano solo un modo per promuovere la propria immagine nei confronti del ministro, come faceva a prevedere l’arresto di un mafioso che per anni era stato latitante ed abilissimo nell’evitare la cattura?

La vicenda della presunta trattativa tra Stato e mafia, insomma, si fa ogni giorno più intricata e mostra un Paese nel quale l’unica certezza è l’esistenza dei misteri.

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