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La vita di una famiglia italiana negli Stati Uniti: “La ricerca della nuova casa”

Autore: . Data: venerdì, 30 aprile 2010Commenti (1)

Un reportage dagli States del tutto speciale per ‘Tu Inviato’.
La famiglia Vecchi – Giorgio comincia la sua vita in America. Doversi nutrire, la richiesta del Social Security Number, la ricerca della casa, i dicumenti di lavoro, la burocrazia. Ecco come sono i primi giori di chi va a vivere negli Usa.

Il Social Security Number

La prima notte è passata nel tentativo di dormire tra fusi orari sballati e bimbi in agitazione. Però la colazione è stata fantastica. Io ho  mangiato due meravigliosi waffle con lamponi caldi, sciroppo e panna fatta alle cinque, dato che i bambini si sono svegliati alle tre. Piero alle otto passa a prendere per iniziare a fare il più importante documento americano: il  Social security number (Ssn).

Piccola parentesi sull’albergo: il Fairfield Inn (un tre stelle dotato di due piscine coperte, stanze grandissime e pulitissime e sala colazione con cibo prettamente americano) ci è stato consigliato dai miei due strateghi di Huntsville, Piero ed Arpad. E’ vicino ad un Mall veramente gigantesco. Per essere precisi à stato costruito dentro il Mall.

Il Mall è una piazza gigantesca, con un parcheggio “huge” (enorme), sulla quale si affacciano almeno 20 negozi grandi ognuno quasi come un Auchan italiano (almeno i più grandi). L’ubicazione è fantastica perchè senza macchina si può fare dello shopping sfrenato e se si ha fame c’è un altro Mall a fianco con solo ristoranti (tedesco,messicano, esotico …). In questi primi giorni Stefania ed i bambini non avranno la macchina e questo posto è l’ideale.

Ci siamo, tutta la famiglia Vecchi parte per il Social Securiy Administration Office. Subito il primo intoppo: l’ufficio ha cambiato sede. Per fortuna il nuovo indirizzo è scritto sul vetro della vecchia ubicazione e così in 5 minuti siamo a destinazione. Qui ad Huntsville non esiste problema del parcheggio, arrivi e ti fermi gratis dove vuoi. Paolo si mette in posa sotto una bandiera a stelle e striscie, qui sono ovunque, e noi ci fotografiamo davanti all’ufficio del governo. E’ un giorno importante.

Cos’è il Social Security Number? SI tratta di un numerino magico senza il quale in America nulla è possibile. Non puoi fare nessun contratto per le utenze domestiche, non puoi comprare una macchina, fare assicurazioni di nessun genere, non puoi neanche comprare a rate qualsiasi cosa ti possa essere utile ed in ultimo non puoi neanche fare alcuna pratica medica. Praticamente senza non puoi fare nulla e non sei nessuno. Sei come un clandestino messicano, che qui non è il massimo.

Il Ssn è composto da una serie di cifre, tipo il codice fiscale italiano, e bisogna custodirlo gelosamente, in quanto sembra che faccia gola ai ladri tecnologici. Se lo rubassero, ne farebbero un uso fraudolento e per noi sarebbero fastidi. La fila è ordinata e in 15 minuti facciamo tutto quanto. La signora ci rilascia un foglio provvisorio che attesta l’avvenuta richiesta e ci informa che nel giro di 15 giorni avremo l’originale a casa via posta. Non si paga nulla, tutto è efficiente e questo è bello.

I primi documenti

Messo il primo mattone ora tocca ai documenti per entrare nel Redstone Arsenal. Qui la pratica si fa complessa non perchè sia una procedura macchinosa. E’ che dopo l’11settembre tutto è diventato più difficile, c’è una paura matta degli stranieri e quindi iniziamo a scontrarci con i regolamenti americani di sicurezza e con chi li applica.

I 4 Vecchi in America si presentano, come da accordi con la sicurezza statunitense, al gate di ingresso del Redsone Arsenal, dove rilasciano il pass temporaneo e si compilano i documenti d’accesso.

Primo problema: chi doveva richiedere il pass temporaneo per me e per Stefania si è dimenticato di inserire il nome di Stefania. Anche se sono accompagnato da Piero e scortato da un impiegato che ci fa da guardia del corpo e naturalmente ho tulle le ‘carte’ a posto, ci mettiamo più di due ore per convincere l’impiegata a farci entrare. Anzi se non fosse per la mia insistenza italica saremmo stati mandati via in quattro e quattrotto e la scorta americana, per non crearsi tanti problemi, avrebbe di buon grado acconsentito a spedirci a casa.

Superato l’ostacolo grazie alla testardaggine che insegna la vita burocratica in Italia  ci dirigiamo presso Milpo, un ufficio che rilascia sia il pass per il building in cui lavorerò che la Cac, Common Acces Card, per me e per Stefania.

Qui una solerte e carina impiegata nera inizia a chiedermi una serie di documenti che naturalmente non posseggo, in particolare vuole il certificato di matrimonio e di nascita dei bambini. E li pretende anche in inglese. Le faccio cortesemente notare come le informazioni siano tutte contenute nel passaporto di servizio. Niente da fare, vuole gli originali e dall’Italia. Provo a suggerirle che se anche mi procurassi quello che chiede comunque sarebbe scritto in lingua italiana e mai in inglese. La notizia la sconvolge a tal punto che  mi dice di non poter fare niente. Allora le chiedo di chiamare un suo superiore, in modo da parlare con qualcuno dotato di maggiore flessibilità nell’applicazione dei regolamenti.

Negli Usa gli impiegati che applicano alla regola le normative si chiamano “flesh meat”, cioè carne fresca. Se ti capita di incontrarli e meglio evitarli: fanno solo quello che c’è scritto sul regolamento e niente altro di più e sono terrorizzati dalla possibilità di sbagliare.Ecco che arriva un supervisor, afroamericano e giovane anche lui, forse ci sarà una speranza. Macchè, mi fa capire subito che non c’è niente da fare.

Con perseveranza e pazienza gli faccio capire che se non fa una deroga al regolamento io non potrò lavorare per almeno 15 giorni, in attesa di documenti che comunque sarebbero in italiano e gli chiedo di parlare con un suo superiore. Per fortuna accoglie la mia proposta, chiama in Virginia un responsabile della sicurezza e dopo qualche minuto rientra e mi dice che in via eccezionale farà uno strappo alla regola. Ci tiene però a spiegarmi con chiarezza che il mio futuro sostituto, tra tre anni, dovrà avere tutti i documenti a posto. Incontrerò lui e l’impiegata ancora nella mia vita qui.

Adesso però abbiamo il Ssn, o meglio il documento che attesta l’avvenuta richiesta, ed i pass necessari per entrare nell’Arsenale. Nel frattempo i bambini, che nei vari uffici si sono comportati abbastanza bene, hanno iniziato a familiarizzare con i Mall ed hanno iniziato a ricevere i primi regali. Paolo ha avuto l’astronave dei Little Einstein e Sara invece una specie di mappamondo che gira e suona canzoni e filastrocche in inglese.

Le prime esperienze nei ristoranti

Cominciamo  a conoscere i vari ristoranti del Mall, perchè in albergo non siamo autorizzati a cucinare, anche se in America sono tanti le stanze degli ‘Inn’ che hanno anche piccoli angoli per preparare del cibo caldo. E’ un guaio non poterci preparare nulla a causa dei bambini, specialmente per Paolo che mangia ancora cibi a pezzi piccoli, praticamente frullati.

In poche sere visitiamo Longhorm, una classica bisteccheria americana, dove mentre aspetti la carne puoi sgranocchiare noccioline buttando in modo incivile per terra i gusci, un ristorante tedesco dove Paolo mi ha perso la Poste Pay (ritrovata il giorno dopo senza subire furti) e Nothing but noodle, un locale esotico a base di noodle, che sarebbero simil pasta orientale molto speziata. Paolo ha assaggiato i suoi primi pop corn con molto godimento per le sue papille gustative. Eccolo che, al tavolo di Target, scopre il gusto del nuovo cibo ‘made in Usa’.

La ricerca della casa

Mentre Stefania si diletta nei centri commerciali e bada alle due piccole pesti non senza fatica, perchè con le temperature di quei giorni, una media di 38 gradi con picchi fino a 44 non è facile per niente, io ho l’ingrato compito di trovare una casa in fretta, dato che non possiamo stare in albergo per sempre.

I requisiti concordati in famiglia sono i seguenti: vicinanza all’Arsenale ed alla comunità  di italiani, che si trovano nella città di Madison, zona sicura per i bambini, prezzo accessibile, se possibile piscina e gate controllato, che significa accesso consentito solo ai residenti.

Il tempo per la missione è limitato, primo perchè il Fairfield Inn costa troppo, secondo perchè i bambini hanno bisogno di mangiare bene e non possono nutrirsi sempre al ristorante.

Sono già stato ad Huntsville a maggio del 2008 ed avevo già individuato i migliori residences, così non mi resta che visitarli. Però a luglio sono già tutti occupati. Qui le scuole inziano ad agosto e la maggiorparte delle persone ha già trovato una sistemazione.

L’unico che mi offre una buona sistemazione è il Grand Reserve at Madison. Casa con tre camere, cucina, 2 bagni, 4 walk in closet (armadi in cui ci si può camminare dentro).

E’ molto grande e luminosa, ma l’unica cosa bruttina è la vista: da una parte c’è un campo sterminato di grano con in fondo una cementeria e dall’altra parte una strada con dei grossi pali della luce con cavi delle linee elettriche più grossi del normale, fatto forse non salutare.

Comunque non ho altre scelte e sono quasi convinto e decido di tornare in albergo per parlarne con Stefania. Sulla strada, però, vedo un nuovissimo complesso in apertura.

Entro incuriosito e mi accoglie una bella ragazza, Chelsea, che con il suo americano stretto mi dice subito che non c’è posto. Poi misteriosamente cambia idea e mi fa vedere un casa con due camere ed una vista non eccezionale. Sono perplesso ed allora lei ‘si ricorda’ di un’altra possibilità e mi fa visitare un appartamento, sempre con due camere, ma con una vista davvero piacevole e di fronte alla bella e grande piscina del residence. A questo punto non ho dubbi e firmo il contratto per un anno al volo.

Nella foto in alto si vede la piscina, a destra la zona barbecue (BBQ) e la costruzione dietro è la clubhouse. In quella qui a fianco  il comodissimo garage.

Così, dopo solo 4 giorni di albergo, la famiglia Vecchi, sabato 19 luglio 2008 e di buona ora si trasferisce nella nuova abitazione.

La casa è al primo piano ed è situata proprio sopra la piscina e vicino alla clubhouse. Questa strana parola indica una parte del residence adibita a palestra, sala tv con apparecchio al plasma, punto ristoro (con caffe’, acqua, the, snack e frutta gratuiti), dotata di forno e frigorifero, due computer collegati ad internet ed una rete wireless, che si estende per tutto il perimetro della piscina in modo da poter utilizzare il pc anche quando si fa un bagno.

La nostra nuova magione ci piace. Abbiamo una cucina a vista con bancone che da direttamente sul salone, il salone medesimo, un terrazzo grande, la cameretta dei bambini, la ‘master bedroom’ (camera da letto principale), due bagni e due walk in closet. Inoltre una  lavanderia con già tutto predisposto per installare asciugatrice e lavatrice e vari armadi a muro sparsi un po’ dovunque.

I bambini e Stefania sono subito entusiasti. E’ nuova, ha la moquette in tutte le stanze tranne i bagni e possiamo scorazzare liberamente in quanto è completamente vuota.
Qui in Usa quando si affitta una casa solo la cucina ed il bagno sono sicuramente arredati e noi abbiamo un frigorifero, una lavastoviglie nera della Whirpool e naturalmente i pensili il lavandino e le cose necessarie nelle toilette.

Siamo relativamente tranquilli. Possiamo teoricamente cominciare a pensare di mangiare cucinando a casa, anche se non abbiamo neppure un pentolino, e immaginare di dormire, pur non disponendo di nessun letto se non quello pieghevole di Paolo. Ma questo è il ‘nostro posto’ per lungo tempo e siamo felici.

Per gli italiani sarà utile capire come funziona il mercato delle case qui. La nostra nuova casa che è di circa 85 metri quadrati e costa 921 dollari al mese, circa 620 euro. Ha i gate di accesso chiusi e qui è un motivo di sicurezza, offre l’utilizzo gratuito della piscina, della palestra e della clubhouse, nella quale si possono fare riunioni o feste o qualsiasi altra cosa.

Tutto è pulito e lindo e nel nostro caso perchè il residence ha cominciato a funzionare a giugno e molti building (di due piani al massimo oltre il piano terra) sono ancora da consegnare. Per quanto riguarda la spazzatura si può portarla a mano in un compattatore o per 10  dollari al mese gli addetti del residence la vengono a prendere davanti alla tua porta.

Non tutti gli Sati Uniti sono così, nelle grandi città le cose sono più complicate, ma comunque per noi è un altro mondo.

Ezio Vecchi

Qui si può leggere la prima puntata. La terza sarà pubblicata venerdì prossimo. Tutti i contenuti e le foto sono stati gentilmente concessi da ‘4 vecchi in America’.

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Commenti (1) »

  • roberta zoli ha detto:

    Vorrei affittare una casa negli stat Uniti, il mo sogno sarebbe viverci, am so che la burocrazia e i requisiti necessarisnn ti permettono di farlo facilmente, anzi solo se sei un cervellone puoi tentare altrimenti è meglio che rinunci subito. Vorrei sapere come avete fatto voi ad affittare una casa a chi bisogna rivolgersi, potete aiutarmi, io vorrei vivere parte dell’anno negli states perchè è un paese che ho sempre amato fin da piccola.Hoo 45 anni, conosco l’inglese sono diplomata in lingue. Avete bisogno di una baby sitter per i vostri figli? conoscete qualcuno che possa aver bisogno di una baby sitter, o anche un lavoro diverso da questo. certo è difficile dirlo, perchè o sempre fatto la mamma e la casalinga qindi non specializzazioni particolari.Grazie se mi risponderete, inutilr che vi dica che sono una persona affidabilisssima, non mi conoscete , ma è la verità.Ciao atttendo vostra risposta.
    Roberta

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