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Il popolo di Facebook e l’astensione

Autore: . Data: venerdì, 2 aprile 2010Commenti (0)

La politica si deve fare nel mondo ‘reale’, non sui social network. E deve ripartire rispondendo alle domande concrete dei cittadini.

Maria è iscritta a un gruppo contro lo sterminio delle foche al Polo Nord. Luca invece è per la salvaguardia dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Marcello vorrebbe rispedire a casa tutti i migranti: gialli, neri, rossi. Tutti, indiscriminatamente. E altrettanto indiscriminatamente Silvia è favorevole all’apertura delle frontiere nazionali. Martina auspica la galera per quelli che non raccolgono gli escrementi del loro cane sui marciapiedi di Roma, mentre Cristiano spera nell’unità dei partiti di estrema sinistra.

E’ il cosiddetto popolo di Facebook. Un’umanità variopinta e virtuale, che trascorre pochi minuti o interminabili ore al giorno sul più popolare social network del mondo.

Ognuno sembra avere un’opinione su qualcosa. Ognuno sposa qualche causa iscrivendosi a “gruppi” serissimi oppure improbabili.

Insomma, sotto questo punto di vista si direbbe che questo Facebook sia il migliore strumento di “partecipazione” alla vita democratica del mondo. Eppure, evidentemente, non è così: benché il dato di iscritti a Facebook e quello degli elettori non sia sovrapponibile (non tutti gli elettori sono iscritti al social network naturalmente), colpisce l’astensionismo delle ultime elezioni regionali.

Astensionismo aumentato dell’8 per cento rispetto all’ultima tornata elettorale regionale. Colpisce perché il proliferare di strumenti di partecipazione e condivisione di informazioni, e Facebook ne è solo un esempio, dovrebbe in teoria indurre a mettere in pratica le buone intenzioni professate.

Evidentemente però non è così. L’attivismo, quello vero di chi sceglie il fare ai buoni propositi senza futuro va pian piano scomparendo.

Negli anni 60 e 70 idee rivoluzionarie circolavano senza l’aiuto di Facebook, né del passaparola via e-mail. Circolavano dall’America all’Europa perché erano sogni da realizzare a ogni costo e vivevano nel cuore e nella testa di milioni di cittadini.

I sogni non possono circolare da un computer all’altro, hanno bisogno dei cinque sensi per vivere, nascono da un sentire profondo, da una coscienza che non può essere rinchiusa nello scatolone di Facebook. Non crescono con un clic su “accetta” o “rifiuta”.

Da dove ripartire, quindi? Forse proprio da zero, dalle idee. Da progetti di cambiamento concreti, trasparenti, partecipati e non alchimie nelle quali si gioca al Risiko di alleanze finalizzate a conquistare o conservare il potere. Come è accaduto nelle Marche, dove la sinistra radicale (Federazione della Sinistra e Sinistra, Ecologia e Libertà) si è presentata da sola, sapendo che certamente non avrebbe potuto vincere le elezioni, ma con un programma di rinnovamento semplice e valido. Alla fine la coalizione ha conquistato oltre il 7 per cento dei voti. Ed è stato, a livello nazionale, il miglior risultato della cosiddetta sinistra ‘estrema’.

Ripartire dalle idee, insomma, e da un nuovo linguaggio che coinvolga davvero le ‘persone’ nella vita politica, nelle decisioni che contano: che tenga conto delle associazioni e dei movimenti di cittadini che lottano sul territorio. E’ questo che si deve auspicare per il futuro. E forse solo allora le intenzioni dei cittadini potranno essere tradotte in voti. Altro che Facebook…

Davide Falcioni

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