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Cose da pensare sull’Afghanistan

Autore: . Data: mercoledì, 14 aprile 2010Commenti (0)

Neppure l’arresto dei tre cooperanti di Emergency induce i partiti italiani a dire la verità.

Sono passati cinque giorni dalla cattura di Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani e già tutto il repertorio demagogico della partitocrazia nostrana è stato recitato agli italiani. Come sempre.

I funzionari di Emergency, non volontari ma ‘lavoratori’ regolarmente contrattualizzati e con uno stipendio (non alto, certamente), sono nelle mani di un gruppo di potere, quello della regione di Helmand, ‘comandato’ dal governatore locale, Gulab Mangal, che ‘si giova’ della protezione delle forze armate inglesi alle quali la coalizione ha affidato il controllo militare della provincia.

Il Paese, secondo l’International Council on Security and Development (Icos), un organismo internazionale di monitoraggio dei conflitti, vede una crescente pressione delle diverse formazioni talebane nemiche della forza multinazionale Isaf – Nato e del governo Karzai.

Per citare solo tre dati, l’Icos ha rilevato che nel 2007 le aree nelle quali gli integralisti operavano ‘regolarmente’ erano il 54 per cento del Paese, nel 2008 il 72, nel 2009 l’80.

Il presidente Hamid Karzai guida un esecutivo artificiale, tenuto in piedi a fatica dalla coalizione, ma screditato e corrotto. Alle ultime elezioni tenute nell’agosto dello scorso anno ha vinto nonostante pesanti brogli, riconosciuti persino dalle forze internazionali, ed il suo avversario, Abdullah Abdullah, si è ritirato dal ballottaggio non nutrendo alcuna fiducia nella trasparenza delle operazioni di voto.

L’Afghanistan non è una vera Repubblica islamica, come recita il suo nome, ma un luogo frastagliato ed in continuo ‘movimento’, nel quale i diversi gruppi tribali a seconda delle convenienze cambiano alleanze e schieramento e dove il governo centrale conta nulla o quasi.

L’Isaf dopo nove anni di guerra e miliardi di dollari spesi non ha raggiunto alcun obiettivo di pacificazione del Paese ed il numero di militari uccisi in combattimento è passato da 12 del 2001 ai 520 del 2009. La maggioranza dei caduti è americana, 1042  su un totale 1723 fino a ieri. Ma in questo numero non sono compresi i numerosi soldati gravemente feriti e deceduti poi sul suolo statunitense.

La regione di Helmand, quella degli arresti del personale di Emergency, è in assoluto il luogo che ha visto più perdite per la coalizione, 436 uccisi.

Secondo alcuni dati, solo parzialmente credibili e comunque per difetto, sono morte in nove anni di guerra e fino al 9 aprile scorso 18,995 persone, delle quali 8453 civili e 48,255 sono state ferite, delle quali 15,215 civili.

Tutto questo sangue non ha permesso di raggiungere alcuno scopo, tanto che nei primi mesi di quest’anno sono cominciati colloqui segreti tra talebani, aree governative ed autorità militari per cercare una mediazione politica.

Centro sinistra e centro destra, in modo diverso ma con una eguale tendenza propagandistica, non spiegano ai cittadini italiani che i due milioni di euro al giorno che costa il nostro contingente italiano sono buttati al vento. Per altro in un posto dove il reddito medio in un anno non supera i 250 dollari (184 euro).

Anche nelle zone sottoposte al controllo del presunto governo Karzai e della coalizione non esiste alcuna garanzia legale, i diritti civili sono ignoti, è impossibile il contrasto alla criminalità ed i reati comuni rimangono quasi totalmente impuniti.

Insomma, l’Italia partecipa ad una missione militare del tutto incapace di raggiungere un qualsiasi scopo e sostiene un apparato governativo fasullo e corrotto.

In questo scenario opera Emergency, che oltre alla gestione degli ospedali denuncia la missione Isaf – Nato.

Ieri, come ormai è noto, gli ultimi ‘espatriati’ della associazione di Gino Strada hanno lasciato Lashkar-gah perchè insicura e si sono rifugiati a Kabul.

In Italia, intanto, la tradizionale necessità di ‘buttarla in politica’ ha spinto il governo a prendere subito le distanze da Emergency, individuata come ‘forza ostile’, e a promuovere iniziative diplomatiche probabilmente ‘sottotraccia’ per tirare fuori dai guai i tre cooperanti prigionieri ed accusati di un complotto palesemente farsesco ed al quale sono estranei al di là di ogni ragionevole dubbio.

Tuttavia, alcune cose debbono essere dette anche su Emergency. L’opposizione alla guerra non è solo un diritto, ma un dovere per qualunque cittadino democratico, anche perché la Costituzione impedisce al nostro Paese di coinvolgersi in conflitti armati. Il giudizio negativo sulla conduzione di presunte missioni di pace, in realtà vere e proprie azioni militari, è nello stesso tempo legittimo.

Una Organizzazione non governativa, in termini strettamente teorici, deve essere rigorosamente neutrale. Questo non accade quasi mai e non è raro che alcune associazioni (non è il caso di Emergency) siano addirittura emanazione di servizi segreti che utilizzano personale civile per motivi spionistici o politici.

Il principio di neutralità dovrebbe comunque imporre equidistanza tra le forze in campo. In Afganistan, come si vede un luogo estremamente complesso da decifrare, non esistono buoni o cattivi, perché se da una parte le diverse organizzazioni talebane sono espressione di un pensiero politico discutibile e certamente antidemocratico, da un’altra la missione militare internazionale è un’inutile veicolo di spargimento di sangue, spesso innocente, e non produce alcun risultato.

Così esiste una differenza tra la critica alla missione Isaf -Nato e la proposta di una soluzione pacifica del conflitto. Ed è qui che l’organizzazione di Gino Strada sembra mostrare, almeno apparentemente, una conformazione ‘ideologica’ decisamente antiamericana e non ‘pacifista’.

Paradossalmente una posizione speculare ed opposta a quella del governo e di alcune forze dell’opposizione, che invece manifestano evidenti simpatie filo americane.

La guerra per sua natura impone una regola semplice: uccidere prima di essere uccisi. La morte del nemico è il principio della vittoria ed in questo si ritrova la genesi barbara ed idiota del pensiero che ha portato all’invenzione delle missioni militari ‘di pace’.

Sui campi di battaglia i caduti, soldati e civili, non hanno passaporto. Lasciano a casa famiglie affrante, amori distrutti, sentimenti spezzati. L’apologia del cavaliere con l’armatura splendente e del nemico col coltello tra i denti è una sciocchezza. I lutti hanno memoria e dopo la fine delle ostilità la violenza non cessa, ma diventa resa dei conti e genera altra violenza.

Lo stallo afgano è tutto qui e non mostra alcuna soluzione possibile. I due opposti schieramenti si sono contaminati a vicenda impegnati come sono ad uccidere per conquistare un potere del quale non si intravede nemmeno lontanamente la fisionomia futura.

Combattere la guerra allora vuol dire costruire occasioni di pace, non limitandosi alla denuncia della sua brutalità, ma elaborando strategie in grado di suggerire vie d’uscita possibili.

Su questo terreno la cultura di pace di Emergency convince molto poco, mentre nello stesso tempo è encomiabile la sua attività di soccorso alle vittime.

In questi giorni il governo italiano sta dando pessima prova di sé e sta mostrando quanto sia debole la posizione politica del nostro Paese all’interno della coalizione.

Il governatore Mangal o il presidente Karzai non resisterebbero un solo minuto senza l’aiuto delle forze militari internazionali (quindi anche dei nostro contingente) e noi non siamo in grado di imporre a questa gente e ai nostri alleati inglesi neppure degli avvocati per garantire i diritti minimi dei tre operatori umanitari arrestati.

Questa vicenda riassume in toni drammatici la già avvenuta disgregazione dello spirito nazionale di questo Paese. Di fronte ad un atto d’arbitrio i partiti si dilettano in futili precisazioni, distinguo, sottili quelle formalistiche. Alcuni arrivano a suggerire a Strada di ‘moderare i termini’ per non ‘indispettire’ i governanti afghani, altri ne sposano le tesi e lo supportano perché rappresentante di un pacifismo ‘schierato’. Sintesi: la destra contro (o quasi) Emergency, la sinistra a favore.

Che c’entrano i partiti non si sa. La realtà è che Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani sono stati arrestati e non si ha notizia di alcuna telefonata del nostro presidente del Consiglio al presidente Karzai per fargli notare come l’Italia non ‘tolleri’ indagini su propri cittadini, tantomeno in assenza di avvocati e garanzie. E Berlusconi di processi se ne intende.

Non ‘gentili’ richieste del ministro Frattini, non manifestazioni a supporto di Emergency e bandiere al vento, ma la decisa affermazione della nostra identità nazionale ‘unitaria’ nei confronti di un governo, quello afgano, che in altri tempi sarebbe stato definito ‘fantoccio’.

La sconfitta in questa ‘sporca’ storia c’è già stata per l’Italia. Qualcuno si è domandato se nella stessa situazione dei nostri tre cooperanti ci fossero cittadini inglesi o americani cosa sarebbe successo? Qualcuno immagina l’improbabile servizio segreto afgano rifiutare ad un generale inglese o americano una visita immediata ai propri connazionali detenuti?

Il pantano dell’Afghanistan ha messo in mostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, la marginalità del nostro Paese e la faziosità del centro destra. Ma ha anche svelato la debolezza dell’opposizione e la sprovvedutezza di chi trasforma la neutralità del pacifismo in strumento di parte.

Uno scenario avvilente.

Roberto Barbera

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