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Cerco lavoro: ti racconto come stanno le cose (8)

Autore: . Data: giovedì, 29 aprile 2010Commenti (8)

Le lettere di ragazzi disoccupati. Abbandonati, ignorati, senza grandi speranze spediscono curricula che non legge mai nessuno.InviatoSpeciale pubblica le lettere di alcuni giovani. Raccontano le loro ‘esperienze’ di ricerca del lavoro. Un calvario inaccettabile ed intollerabile di tentativi che finisce quasi sempre con una delusione.

Mandate anche voi le vostre testimonianze, noi le pubblicheremo. Per dar voce, direttamente, a chi ha il diritto alla propria autonomia ed indipendenza ed invece è costretto a rimanere immobile ad aspettare non si sa più bene cosa.

30 anni e…. Disoccupata.

Tra qualche mese compirò 30 anni, e tra tutte le incognite e i dubbi che 4 o 5 anni fa avevo in merito a come sarei stata a 30 anni, l’aggettivo “disoccupata” non ne aveva mai fatto parte.

Spesso mi fermo a riflettere sulla strada che mi ha condotto fin qui, perché a pensare al futuro, in sincerità, non ci riesco. Quando infatti si è disoccupati a trent’anni, si vive in una condizione che io definisco “dell’eterno presente”: tutto quello che fai, che pensi, che riesci a progettare o anche solo ad immaginare ha una cadenza, diciamo, bisettimanale. Oltre: la nebbia, il vuoto.

Vivere nell’eterno presente vuol dire non solo non avere spazio economico per progettare il domani, il domani di una giovane donna che dovrebbe essere fatto di svincolo dalla famiglia, di casa da affittare o da comprare, di possibilità di scegliere una macchina, una vacanza, di poter decidere di comprare un oggetto che piace. L’eterno presente infatti è soprattutto psicologico. O forse è semplicemente quello che più pesa, con tutte le sue conseguenze.

L’eterno presente è il mio, la storia è la mia, ma potrebbe essere quella di tanti altri nella mia condizione: il passato su cui spesso mi fermo a riflettere, la storia che mi ha condotto qui.

Decisi di iscrivermi all’università appena uscita dalle superiori, forse non per una vera volontà di studio quanto piuttosto perché quel “pezzo di carta” – definizione migliore non potrebbe avere al momento!- avrebbe potuto aprirmi tante porte. Tutt’ora, a volte, rimpiango questa scelta: non per la ricchezza culturale, personale, emotiva, intellettiva che ne ho ricevuto – impagabile, secondo me – quanto piuttosto per quella economica: quanto avrei guadagnato, ora, se fossi andata a lavorare? Forse farei una vita diversa, non dico migliore ma diversa. Economicamente quasi di sicuro: nel 1999, quando completai le superiori, la crisi non esisteva.

L’università è costata, sotto tanti punti di vista: in termini economici – non saprei fare i conti, ma i miei genitori probabilmente si -, in termini di impegno, di studio, di stress, di ansie, di rinunce – in questi termini sicuramente saprei quantificare-: pochissime vacanze, pochi svaghi, poche spese per me, con un’attenzione continua ai soldi che uscivano e a quelli che entravano: i miei non sono benestanti, e hanno sacrificato quasi tutto per farmi studiare. Mi dicevo che un domani, una volta laureata, avrei potuto ripagare i miei genitori e fare tutto ciò che ora non potevo: comprarmi quel paio di scarpe che mi piacevano, avere un computer nuovo, fare quella vacanza che tanto sognavo. Mi dicevo di stringere i denti e tirare la cinghia: tutto sarebbe stato poi ampiamente ripagato. Qualche estate ho anche lavorato: facevo la cameriera, e così per quel che potevo mi guadagnavo qualche soldo.

La laurea fu un traguardo unico ed irripetibile, con il quale però mi resi al contempo conto che le cose sarebbero state in salita, sia per il momento storico in cui venivo a laurearmi sia per la professione scelta: psicologia. Essere psicologi, infatti, comporta una trafila post universitaria piuttosto complessa, ed uno studio e un aggiornamento costante e perenne. Queste cose però non mi spaventavano, e tutt’ora non mi spaventano: con uno stipendio avrei potuto pagarmi la formazione. Quello che maggiormente mi preoccupava era il continuo sentire in giro che eravamo troppi, che l’ambiente era ormai “saturo” della nostra professionalità e bla bla bla, quando invece poi scopri che di psicologi nelle strutture e nei servizi ce ne sono molti meno di quelli di cui si necessiterebbe. Però costano, quindi se ne assumono il meno possibile, oppure gli si fanno fare poche ore a settimana.

Nei due anni successivi il mio impegno fu totale: il tirocinio post laurea – un anno -, a cui non viene riconosciuto alcun tipo di rimborso spese, figuriamoci un minimo sindacale di stipendio; così per quella formazione obbligatoria richiestami ho pagato tutto io: spese di benzina per gli spostamenti, per l’auto, addirittura l’assicurazione per poter stare nella struttura sanitaria. Nel contempo iniziai un corso di perfezionamento in una materia che amo molto, sperando fosse una carta ulteriore da poter utilizzare, e mi preparai per l’esame di stato: altri soldi, in entrambi i casi; nel primo forse sprecati in quanto mi accorsi che, come in molti altri ambienti, per poterci lavorare hai bisogno di conoscenze, di persone, di qualcuno che ti inserisca nel giro; nel secondo obbligati per poter iscrivermi all’albo ed esercitare la professione.

Dopo tutto questo, a distanza ormai di un anno e mezzo dall’iscrizione, non ho niente in mano. Ho trent’anni e mi ritrovo ancora nella condizione di quando avevo 23 o 25 anni: sono ancora a casa con i miei, con grande frustrazione, sacrificio e delusione reciproca. Non ho soldi per poter vivere da sola, altrove, dovunque. Non ho soldi, cioè, per svincolarmi, crescere, maturare e diventare adulta, anche se i tempi psicologici per me sono ormai più che maturi. Mi sento in colpa per dover gravare ancora sui miei, per tutto ciò che in termini di risarcimento non posso ancora dare loro e non so quando potrò. Ogni volta che devo comprarmi qualcosa è un problema, perché se la spesa non è strettamente necessaria spesso rinuncio. La scorsa settimana per comprare una cinta sono entrata e uscita dal negozio tre volte: la commessa mi avrà preso per pazza. Tante cose non posso neanche pensare di permettermele, come ad esempio una nuova macchina: ne ho una che cade a pezzi, ma finché cammina va bene…e speriamo che duri! Ho tanti sogni: una casa, una convivenza, magari un figlio da qui a qualche anno, perché il tempo fa il suo gioco, uno studio tutto per me con dei pazienti, tutte cose che non posso realizzare perché non posso permettermelo.

Molti colleghi che conosco fanno gli educatori presso cooperative, la nuova realtà imprenditoriale che ormai ha in mano totalmente il sociale e che spesso ha un solo psicologo assunto con quella qualifica e solo in strutture in cui è necessario: all’inizio ero restia a questa scelta – perché mai debbo fare l’educatrice, un mestiere che non mi compete? Al medico chiedono di fare l’infermiere? O all’ingegnere il geometra?-, ma ormai se trovassi un posto mi accontenterei anche di questo, perchè sarebbe comunque un inizio che mi aprirebbe nuovi scenari di possibilità e movimento. Anche qui, però, se non hai raccomandazioni o spintarelle o altro non si entra: dinamiche che ben conosciamo nel nostro bel paese, che non fanno che accentuarsi in tempi di crisi.

L’unica scelta che sono riuscita a concretizzare è scommettere di nuovo sulla mia formazione, sul sapere, sulle competenze, iscrivendomi ad una scuola per diventare psicoterapeuta. Scelta voluta e in parte obbligata per la mia professione, che mi ha messo ancora di più in uno stato di subalternità economica verso i miei genitori, perché chi me la paga? Non esistono borse di studio o sovvenzioni, non esiste nulla per gli psicologi che sono praticamente obbligati a formarsi – infatti senza questa specializzazione o equipollenti, non è possibile fare concorsi nelle pubbliche amministrazioni -. Riuscirò a pagare negli anni a venire? Servirà a qualcosa? Visto ormai l’andazzo non ci scommetto più. Lo scoramento è forte, i vicoli ciechi troppi, i sacrifici che vedo fare ai miei genitori, per me ormai insostenibili.

Non so come finirà, come andranno le cose “domani”, so solo che amo la mia professione – trattata da troppi come una professione di serie B – , e che l’unica cosa che chiedo è poter svolgere il mio lavoro: fare la psicologa.

Michela Iacoponi

Rubrica a cura di Davide Falcioni. Spedite le vostre storie a questo indirizzo di posta: d.falcioni@inviatospeciale.com/giornale

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Commenti (8) »

  • Andrea ha detto:

    Forza Michela, non ne so niente di psicologia ma ho letto recentemente che la figura dello psicologo (e del sociologo) a volte è ricercata anche in ambiti apparentemente “lontani”. Ad esempio nell’ambito della progettazione informatica, nell’ambito della formazione/motivazione aziendale, individuale e di gruppo. Non so se queste piccole indicazioni possono esserti d’aiuto.
    In ogni caso… in bocca al lupo

  • monica ha detto:

    cara Michela, ti ho letto con interesse perchè anche io sto facendo il tuo percorso. Mi sto laureando in psicologia e dovrò fare il tirocinio, l’esame di stato e la scuola di specializzazione. Ho 31 anni. lavoro da quando ne ho 18. convivo felicemente da 2 anni. studio di notte mentre il mio compagno dorme, studio nell’unico giorno di riposo settimanale che ho, perchè lavoro sia il sabato sia la domenica, quando non mi sento troppo stanca esco a mangiare fuori con i miei amici, con i soldi del mio stipendio ci esce l’affitto, i libri, la spesa e le bollette. ma mi mantengo da sola e ne vado fiera. e’ vero che per raggiungere il nostro sogno la strada è lunga e in salita, ma come dice la mia mamma “volere è potere” e io ce la sto mettendo tutta per vivere dignitosamente il presente e sperare comunque in un futuro ricco di gratifiche professionali. in bocca al lupo a te e anche a me! ;)

  • Michela ha detto:

    Grazie Andre e Monica del sostegno che mostrate. Spesso basta sentire il calore di una mano sulla spalla, o del supporto gridato dal silenzio di uno sguardo, o semplicemente di parole vere, come le vostre.
    Crepi il lupo, a me e ad entrambi.
    Andrea, farò sicuramente uso delle tue indicazioni…
    Monica spero che il mio racconto non ti abbia sconfortata troppo: il cammino è davvero arduo, ma continuo ad amare questa professione dal profondo del mio cuore. E questo non sarà in grado di togliermelo nessun abbattimento.
    Mi domando solo se sia una professione con cui si vive o per cui si rinuncia, un pò, a vivere, a realizzarsi, in tanti sensi… Mi complimento con te per i grandi sacrifici che affronti e ti auguro il meglio, sia per la professione che per la tua vita privata.
    Buon lavoro futura collega e buona vita ad entrambi.
    Michela

  • titti ha detto:

    ciao Michela io non ho ancora 30 ma ci sn molto vicina 26 anni, mi mancano 7 esami x completare i miei studi e diventare così un educatrice come mi ero programmata 5anni fa appena entrata in Ateneo!!
    ricordo che ero piena di sogni,speranze lavorative e SOPRATUTTO ERO FIDUCIOSA NELL CRITERIO DELLA MERITOCRAZIA…E AVEVO TANTA VOGLIA NON DI CAMBIARE IL MONDO MA DI AIUTARLO NELLE MIE COMPETEENZE DI EDUCATRICE!!!.
    Tutti i mie sogni sn svaniti così magicamente in una bolla di sapone il gg che ho iniziato a lavorare cn il progetto del servizio civile e li ho scoperto che noi educatrici siamo considerate l ultima ruota del carro in qualsiasi ente e questo di demoralizza tanto che io ho pensato di abbandonare i miei studi e abbandonare i mie sogni con essa!!!(ed è questo che mi fa piu male)e poi ho scoperto il mondo delle raccomandazioni cosa che mi ha deprivato di ogni stimolo non possedendone io nessuna vedevo i mie sacrifici nello studio vani!!!
    HO TANTA PAURA CREDIMI E SE PENSO ALLA MIA VITA A 30ANNI PURTROPPO LA VEDO DISOCCUPATA O OCCUPATA IN TUTT ALTRO SETTORE CHE SI TI PERMETTE DI SOPRAVVIVERE ECONOMICAMENTE MA CHE TI DISTRUGGE INTERIORMENTE!!!
    ps(Michela non leggere questo mio commento come un modo x sfiduciarti nn vuole esserlo ma è solo una mia paura le mie emozioni!!!)
    ciao

  • Michela ha detto:

    Titti,
    più passa il tempo e più mi accorgo che siamo tutti sulla stessa barca. Non devi pensare che le tue parole mi facciano perdere fiducia, già sto a buon punto da sola! ( ah ah ah!)
    No, battute a parte mi rendo conto che voi educatori, se da un lato avete il vantaggio di essere più richiesti e più “assumibili” (perchè costate di meno e avete una preparazione diversa da noi psicologi), da l’altro lato avete lo svantaggio di rischiare di essere degli sfruttati a vita, perchè non avete una carta importante da giocarvi che noi abbiamo: la libera professione (che comunque io al momento non posso permettermi!). E con il periodo che passa il rischio per voi aumenta. Anche gli ambiti sociali dove siete maggiormente richiesti sono altamente stressogeni e con un forte rischio di Born Out per voi. Noi invece abbiamo più ambiti di movimento ma…Costiamo troppo, e tutti pensano di noi che siamo “professionisti di serie B”. Oltretutto chi dovrebbe tutelarci non ci da una grande sicurezza…(mia opinione, certo)…
    Quello che posso dirti è di non perdere la speranza, perchè se ti prendono anche quella non avrai più neanche una vi d’uscita mentale, che è quella che poi ti sostiene e ti fa alzare la mattina…
    In bocca al lupo per tutto.
    Un abbraccio
    Michela

  • eli ha detto:

    Ciao Michela,

    non sai quanto mi ha aiutato leggere la tua mail, e lo sai perchè?mi ha fatto sentire meno sola, in un periodo invece in cui mi sento l’unica a vivere questa situazione!
    Io sono esattamente nella tua stessa identica situazione!
    Sono laureata in scienze politiche, ho 27 anni parlo 3 lingue, ho fatto 3 stage di cui 2 all’estero (uno di questo promosso e vinto con l’università non prevedeva alcun rimborso spese e ho pagato tutto di tasca mia!)….per avere cosa? il nulla! io vorrei lavorare nel campo delle risorse umane o come commerciale estero ma sembra IMPOSSIBILE senza esperienza pregressa (o racomandazione?), vivo ancora con i miei e guadagno qualche soldino facendo lavoretti vari! e poi quando sento parlare di bamboccioni mi viene una rabbia che spaccherei tutto! tutto!perchè il nostro impegno viene ripagato con il niente???in tutto questo quadro mi sono state offerte cose indegne: stage lontani full time con rimborsi di 200 euro o gratis!!!!io voglio uno stipendio per potermi mantenere dignitosamente! chiedo solo questo! ma è un’ utopia???per il momento sembra di si! facciamo foza a vicenda!
    un abbraccio!

  • Michela ha detto:

    Eli,
    Sono contenta che ti abbia aiutato leggere la mia storia, almeno in parte. Aiuta, come dici tu, a sentirsi meno soli. Lo so, magari è un sollievo momentaneo, una sorta di palliativo….Ma se l’unione fa la forza, allora la solitudine si sconfigge con la vicinanza emotiva, con quancosa che ci accomuna e ci avvicina pur essendo due perfette sconosciute…
    Non mollare, non ti scoraggiare, non ti abbattere… perchè l’unica cosa che non possiamo permetterci di fare è perdere noi stessi.
    PS: Bamboccioni un ………! ;)
    Un abbraccio ricambiatissimo!

    Michela

  • Anonima ha detto:

    Ciao Michela, ho anch’io 30 anni e una laurea in materie umanistiche (Lingue e Letterature Straniere) conseguita 4 anni fa col massimo dei voti. Per aiutarmi a superare gli esami e migliorare la mia preparazione i miei genitori mi hanno anche più volte pagato dei corsi di studio all’estero.
    Terminata l’università, il mio desiderio sarebbe stato quello di lavorare nell’editoria come traduttrice, avevo anche superato la prova di ingresso di un master in traduzione letteraria ma poi venni in contatto con persone che avevano intrapreso quel percorso e che, fortunatamente, mi sconsigliarono di fare altrettanto, in quanto non solo i traduttori percepiscono una retribuzione che talvolta rasenta il ridicolo ma spesso e volentieri si vedono penalizzati rispetto ai madrelingua (e allora uno che cavolo se l’è presa a fare la laurea in lingue???)
    Escludendo l’insegnamento, (che proprio non fa x me e che pure prevede ulteriori costi per prendere un’abilitazione a numero chiuso e che nemmeno ti garantisce il posto), opto per un corso nel settore turismo con stage finale, dopodichè dopo attese snervanti e cv inviati a iosa ottengo per ben 2 stagioni estive la possibilità di lavorare per dei tour operator come addetta booking, senza contratto e sottopagata (x questo non posso nemmeno definirmi disoccupata ma inoccupata, il che è anche peggio).
    Quest’anno, infine, nessuna chiamata. Nel frattempo ho fatto domanda in altri settori (segretariato, import export) ma o mi manca l’esperienza o la conoscenza di un programma o sono troppo vecchia ecc ecc.
    Anch’io vivo ancora coi miei e, non avendo quasi mai avuto la possibilità di praticare le lingue studiate, col tempo sto anche perdendo le competenze acquisite…quanto spreco di tempo, soldi, fatica, quante speranze perdute…

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