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Cerco lavoro: ti racconto come stanno le cose (4)

Autore: . Data: venerdì, 23 aprile 2010Commenti (2)

Le lettere di ragazzi disoccupati. Abbandonati, ignorati, senza grandi speranze spedicono currucula che non legge mai nessuno.

InviatoSpeciale pubblica le lettere di alcuni giovani. Raccontano le loro ‘esperienze’ di ricerca del lavoro. Un calvario inaccettabile ed intollerabile di tentativi che finisce quasi sempre con una delusione.

Mandate anche voi le vostre testimonianze, noi le pubblicheremo. Per dar voce, direttamente, a chi ha il diritto alla propria autonomia ed indipendenza ed invece è costretto a rimanere immobile ad aspettare non si sa più bene cosa.

InviatoSpeciale cerca di far breccia nel silenzio che circonda questo dramma nazionale, ma senza la vostra ‘partecipazione’ sarà uno sforzo inutile.


Il Precario Cottini.

La mia storia è questa: ho iniziato a collaborare con una rivista di ciclismo nel 2002 (dal 2007 a tempo pieno) sempre con contratti Co.co.co. In particolare dal novembre 2007 all’ottobre 2009 ho avuto il classico (purtroppo) contratto di collaborazione a progetto che prevedeva la sottoscrizione di soci per un club interno alla rivista. Il fatto è che oltre a questo “progetto” ho svolto anche lavori di redazione (correzione e scrittura di articoli, bozze e rubriche, impaginazione di allegati speciali alla rivista…).

In pratica ho fatto lo stesso lavoro di un dipendente con il vantaggio sì di avere meno responsabilità e orari di lavoro meno rigidi, ma con lo svantaggio di non poter avere le garanzie di un contratto “stabile” (ferie pagate, malattia, tredicesima, contributi versati, salario adeguato, tutele contro il licenziamento).

Quando questo sfruttamento, la scorsa estate, ha passato il limite, sono “esploso” e non sono andato ad un evento del settore (una settimana in Germania) per il quale non avrei percepito nulla in più del mio lavoro d’ufficio. Poiché la scadenza del contratto era prossima dal venire (un paio di mesi) mi hanno velatamente ricattato facendomi intendere che se fossi andato in Germania avrei avuto, successivamente, il contratto a tempo indeterminato. Ovviamente non sono andato, tanta era la puzza. E così il contratto mi è stato sì rinnovato, ma nuovamente “a progetto” e questa volta della durata di solo un anno, così al prossimo ottobre non avranno l’obbligo di assumermi come invece sarebbe stato dopo due Co.co.pro. biennali e consecutivi. Il loro obiettivo è proprio questo: non assumerti mai. Le cose sono due: o mi hanno mentito proponendomi un contratto indeterminato che sapevano non sarebbe mai stato fatto, oppure (ma ci credo poco), hanno cambiato idea proponendomi nuovamente un Co.co.pro. perché ho osato dire di “no” ad una situazione di palese sfruttamento. In ogni caso da quel momento quel po’ di rapporto umano che conservavo verso di loro è cessato del tutto.

So che parlo da una posizione “privilegiata” rispetto a chi sta a spasso perché almeno 900 euro al mese le guadagno, ma fa rabbia vedere l’ipocrisia, la mancanza di un rapporto umano sincero che farebbe viaggiare al meglio tutta l’azienda, invece di avere tutti i dipendenti e i precari insoddisfatti o addirittura frustrati. Non nascondo che ho avuto anche mie negligenze e che a volte mi sento di dire a me stesso “ho quello che mi merito”. Ma è troppo il divario tra le ricchezze accumulate dai vertici (direttore e figli) e le briciole lasciate a chi materialmente realizza il giornale. E’ una storia che va avanti da secoli, lo so, e così forse sarà ancora per secoli, ma non mi posso rassegnare a pensare che l’unica età che vale la pena di godersi è quella, ormai andata, “della spensieratezza”, mentre d’ora in avanti sarà solo… sopravvivenza.

Che fare? So che il mondo va così veloce che la flessibilità lavorativa è ormai fondamentale per essere competitivi, ma non si può correre sui binari dimenticandosi degli ultimi vagoni: tutto il sistema ne risentirà anche se nessuno ci crede perché pensa a curare il proprio orticello.

L’unica soluzione che ho da mettere sul piatto è che le nuove tecnologie sono degli strumenti per poter creare servizi e metodi che prima non c’erano e che menti giovane e attive, soprattutto se lavorano a piccoli gruppi, possono permettersi di trovare un proprio spazio e competere con aziende più robuste ma “chiuse” nelle quali è impossibile non solo fare carriera ma anche solo portare cose nuove che si discostano dalle vecchie abitudini.

Il web è una fondamentale risorsa, il digitale, ma anche la riscoperta, secondo me, di soddisfare dapprima e nel migliore dei modi i bisogni primari (mangiare genuino, respirare aria pulita, aiutare persone in difficoltà e vivere di ciò, avere maggior accesso al sapere, ridare il giusto valore agli oggetti anche usati, ritrovare un equilibrato rapporto con la natura…) piuttosto che inseguire i bisogni secondari (comprare cose che non sfrutteremo al meglio, tentare la fortuna basando la propria vita sull’aleatorietà di un concorso a premi, sperperare nel divertimento fine a se stesso…).

Andrea Cottini

Rubrica a cura di Davide Falcioni. Spedite le vostre storie a questo indirizzo di posta: d.falcioni@inviatospeciale.com/giornale

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Commenti (2) »

  • Ermelinda ha detto:

    Molto bello il tuo pezzo Andrea. Sai cosa ti dico? Che negli ultimi vagoni del treno c’è la prima classe! E se il capotreno ne è troppo distante chi se ne frega. Come scrivi tu stesso, malgrado tutto, esiste la tecnologia che permette a chi come noi pende verso la “comunicazione”, delle strade alternative. Siano queste fangose, rocciose o lunghe..il tutto fa sperare che camminando camminando si può arrivare ad una meta..o almeno davanti ad un bivio: allora lì potremmo scegliere anche noi! AVANTI!

  • Andrea ha detto:

    Grazie Ermelinda ;-)

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