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A Rosarno la mafia ‘bianca’ dei caporali

Autore: . Data: martedì, 27 aprile 2010Commenti (0)

Individuati i responsabili della rivolta.  Sfruttatori italiani.

Il sette gennaio scorso due extracomunitari furono feriti a Rosarno con colpi d’arma da fuoco e da quell’episodio cominciò una protesta dei migranti sfruttati in agricoltura della piana di Gioia Tauro.

Subito cominciarono scontri tra ‘indigeni’ e ‘stranieri’ che causarono 53 persone feriti individuati e danni ingenti, tra auto distrutte e cassonetti dati alle fiamme.

Si ‘scoprì’ allora che da anni i circa 2.500 immigrati, sparsi tra Rosarno e paesi limitrofi, vivevano in condizioni disumane, in fabbriche abbandonate come quella dell’ex Opera Sila e della ‘Rognetta’ o erano costretti a rifugiarsi in casolari abbandonati.

Dopo gli incidenti i migranti furono allontanati dalla zona. sebbene la maggior parte di loro fosse in regola coi permessi di soggiorno: 440 di loro furono portati nel cosiddetto Centro di prima accoglienza di Crotone e 269 in quello di Bari. Gli altri si dispersero da soli temendo altre rappresaglie.

La stampa di centro destra tuonò contro il ‘pericolo immigrati’, come sempre.

Ieri mattina agenti della squadra mobile di Reggio Calabria, carabinieri e militari della guardia di finanza hanno compiuto una vasta operazione per eseguire l’arresto dei ‘responsabili’ deciso dal Gip del tribunale di Palmi che aveva accolto la richiesta della Procura.

L’accusa è di associazione per delinquere, violazione della legge sul lavoro e truffe nel settore dell’agricoltura.

Si tratta di ‘italiani’, che in base ai risultati delle indagini farebbero parte di una organizzazione che si occupa di reclutare e sfruttare i lavoratori stranieri impiegati nel settore dell’agricoltura.

Gli investigatori hanno anche chiarito come lo sfruttamento e le condizioni disumane di vita in cui erano costretti a lavorare fu alla base della rivolta degli immigrati.

I migranti, in gran numero africani erano tenuti una condizione di assoluta subordinazione ed erano ‘usati’ da persone che li costringevano a prestazioni defatiganti.

I lavoratori erano costretti a lavorare mediamente dalle 12 alle 14 ore al giorno ricevendo un compenso di una decina di euro al giorno. Chi si ribellava subiva ritorsioni e minacce.

Gli arrestati sono nove, mentre ventuno sono i detenuti ai domiciliari.

Durante le investigazioni sono stati individuati i ‘caporali’ e identificate le aziende agricole che trattavano i migranti come schiavi.

Il fenomeno del caporalato è in continua espansione e cambiamento. Oggi i nuovi sfruttatori conoscono le norme sul lavoro e ne fanno un uso sempre più spregiudicato.

Le vittime della ‘tratta’ sono sempre più gli stranieri e l’agricoltura è il settore nel quale i casi sono più numerosi.

Secondo gli ultimi dati Istat il tasso di irregolarità è cresciuto dal 20,9 per cento del 2001 al 24,5 del 2009, ma i sindacati ritengono la situazione ancora più seria.

Secondo la Flai-Cgil la componente di lavoro nero in agricoltura è del 90 per cento al Sud, del 50 al Centro e del 30 al Nord.

Inoltre, sempre secondo i sindacati, sarebbero circa 60 mila gli extracomunitari che vivono in condizione di degrado simili a quelle riscontrate a Rosarno. 70 mila secondo la Cia-Confederazione italiana agricoltura, sarebbereo i lavoratori sfruttati e senza diritti.

Il ‘caporale’, che in passato era presente nelle campagne del Mezzogiorno ed era addetto al controllo mafioso e alla gestione dei braccianti,  oggi ha subito una evoluzione.

La Flai-Cgil parla di ‘caporalato etnico’, prevalentemente collegato alla gestione illegale dei lavoratori stranieri.

Il nuovo schiavista è in giacca e cravatta, conosce molto bene la legislazione del lavoro e collabora con le aziende agricole per impiegare persone a costi irrisori e senza nessun tipo di tutela.

Una parte dei ‘caporali’, poi,  fa parte di bande criminali legate a mafia, camorra o ‘ndrangheta.

Per la Cia sono drammatiche le condizioni di vita di chi subisce questo sistema delinquenziale.

Le retribuzioni non superano i 15-20 euro al giorno per oltre dieci ore di lavoro. Il 40 per cento degli ‘schiavi’ è costretto a vivere in edifici abbandonati e fatiscenti, nei quali non arriva acqua potabile o elettricità. i servizi igienici sarebbero insistenti nel 43,2 per cento dei rifugi.

I malcapitati sono giovani tra i 16 e i 34 anni, arrivano dall’Africa sub-sahariana ed anche da Romania e Bulgaria.

Infine si ritiene l’80 per cento di questi cittadini non ha mai avuto accesso a cure sanitarie, con la conseguente diffusione di patologie legate alla durezza del lavoro nei campi e all’assenza di tutele e di sistemi di prevenzione adeguati.

A questo punto ci sarebbe da chiedere agli italiani preoccupati dal fenomeno immigrazione chi è davvero pericoloso: gli ‘indigeni bianchi’ o gli stranieri?

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