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Romanì, tredicenne: morto bruciato

Autore: . Data: lunedì, 15 marzo 2010Commenti (0)

Fa ancora notizia nella Milano antisolidale? Oggi presidio davanti al Comune

“Un altro bambino di 13 anni è morto. Centinaia di bambini, uomini e donne Rom continuano a subire una insensata e crudele persecuzione: le stesse persone continuamente sgomberate, condizioni di vita sempre più degradate, relazioni costruttive col territorio interrotte. Perché? Che senso ha un campagna elettorale fatta sulla vita di esseri umani?”.

Parole come pietre, scandite per convocare i milanesi atterriti da tanta indifferenza istituzionale e speculazione elettoralistica ad un presidio di lutto e solidarietà nei confronti della comunità Romanì, che prova a sopravvivere (non sempre ci riesce, come si è visto) di sgombero in sgombero.

Oggi alle 18, davanti a palazzo Marino, sede del Comune milanese, nella centralissima piazza della Scala, verrà richiamata “la responsabilità delle istituzioni su cui pesa l’ennesimo morto”, per iniziativa delle mamme e delle maestre delle scuole di via Feltre, via Pini e via Cima.

Si tratta delle insegnanti che nei mesi scorsi denunciarono le gravissime conseguenze dello sgombero dell’accampamento di via Rubattino, avvenuto lo scorso 19 novembre: famiglie smembrate, bambini in precedenza inseriti nelle classi costretti ad abbandonare la scuola, comunità di cittadini senza casa costrette a scappare da una baraccopoli all’altra, per tutto l’inverno.

Fino al fattaccio, al culmine del dramma, che ha portato le maestre a ricorrere alla piazza un’altra volta: Enea Emil, 13 anni, è morto nella notte tra venerdì e sabato nell’incendio di una baracca nel campo di via Caio Mario, alla periferia sud-ovest di Milano. Altre due persone sono rimaste ustionate e trasportate all’ospedale Niguarda.

Consuelo Pollini, una delle organizzatrici della protesta, ha spiegato che “dopo l’ennesima morte di un ragazzino in un rogo della povertà, ci presenteremo con il braccio listato a lutto, per dire basta agli sgomberi e chiedere un utilizzo a fini di politiche abitative e attive del lavoro dei 13 milioni stanziati per i rom”.

Mentre i cittadini impegnati avanzano richieste alle istituzioni improntate alla solidarietà e al rispetto dei più elementari diritti civili, la stessa comunità colpita dalla tragedia (25 famiglie romene) si interroga, fin da subito, sulle conseguenze del degrado nella loro vita quotidiana: “Ora ci sgombereranno, e dovremo trovarci un altro posto, io è la quarta volta in sette mesi che devo tirare su tutte le mie cose e ripartire”, ha raccontato a caldo Jan, 26 anni. “Sette mesi fa questo gruppo di rom era insediato dietro il carcere Beccaria in zona Bisceglie – ha continuato ancora – poi è stato sgomberato ed è finito qui, dove sono state ricostruite le baracche. Alcuni di noi vengono anche da Triboniano – dice ancora – dove sono stati allontanati, non so perché. So però che lì quattro bambini andavano a scuola, e ora qui no”.

Tutta la sinistra milanese, insieme alle associazioni di volontariato impegnate sui temi della multiculturalità, si è stretta attorno alla comunità Romanì. “Noi non speculiamo sulle tragedie – ha commentato ad esempio Gianni Pagliarini, segretario del Pdci lombardo e candidato per la Federazione della sinistra alle Regionali – ma ci interroghiamo a fondo sul rifiuto sistematico del Comune a favorire l’accoglienza dei più deboli. Ed è incredibile, lo dico con grande schiettezza, che la destra milanese faccia finta di nulla. Come se i temi della convivenza, della multiculturalità e dei diritti alla casa, al lavoro e alla scuola non fossero un problema per chi da anni malgoverna la città. Ecco perché – ha sostenuto Pagliarini – se 25 famiglie sono costrette ad una precarietà tale da avvicinarle al rischio della morte, se quattro bambini non possono più andare a scuola per effetto di uno sgombero, noi crediamo che l’amministrazione comunale dovrebbe provare vergogna. E porre subito dopo rimedio – ha concluso – per evitare che un dramma spaventoso possa ripetersi: perciò parteciperemo al presidio di palazzo Marino, in segno di lutto e per rivendicare politiche rispettose dei diritti delle persone”.

Paolo Repetto

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