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L’Aquila: spalando, capisci

Autore: . Data: lunedì, 8 marzo 2010Commenti (0)
“Sei solo, tu e i resti della tua città”. Una testimonianza dalla ‘zona rossa’. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

Ritessere il filo della convivenza a partire dal rapporto con il territorio violato, anche al di là del sacrosanto desiderio di “ricostruire” dopo un’immane tragedia. Gli Aquilani mostrano ogni fine settimana la voglia di tornare a parlarsi, la spinta a combattere la parcellizzazione sociale e a costruire “canali” emozionali e pratici nello stesso tempo, attraverso l’impegno diretto di persone in carne ed ossa che rivendicano di “contare” nelle dinamiche sociali senza filtri burocratici. Qui prende corpo l’essenza della “partecipazione”, evidentemente non compresa da chi accusa i cittadini abruzzesi di dar vita a proteste “elettorali”. La loro è una lezione a beneficio degli scettici, degli indifferenti e di quelle istituzioni che, passato il clamore che ogni tragedia porta con sé, cedono il passo all’incuria mantenendo ben viva soltanto la protervia. Noi di InviatoSpeciale proviamo a fornire il nostro piccolo contributo al cammino di civiltà intrapreso da quella comunità di cittadini pubblicando di seguito la significativa testimonianza di un giovane Aquilano, Federico D’Orazio


Essere sul cumulo di macerie di piazza Palazzo a scavare tra i detriti è tutt’altra cosa che passare un secchio, o come ho fatto io la volta scorsa, dare indicazioni alla folla per far sì che il lavoro venisse fatto bene. Sono tutte cose fondamentali e utilissime.

Ma quando si è li sopra, a scivolare, sporcarsi, sentire la puzza di marcio che quel cumulo esala, il rumore non esiste. La catena umana non esiste. Non esistono megafoni. Non esistono applausi e gente che chieda un secchio, una pala, un piccone. Sei solo tu, e i resti della tua città.

Sei solo tu, e la ricerca di un mattone, un pezzo di legno, e la voglia di fare un lavoretto come si deve. E la fretta di togliere, in mezza giornata scarsa di lavoro, tutto il possibile. Sei solo tu, e la triste sorpresa di scovare in mezzo a quella massa indefinita ed enorme di macerie, oggetti di una vita che non è più.

Oggi, scavando, mi sono imbattuto in un libro, “il giovane Holden”, due cd (uno di Chet Baker, tra i miei preferiti, l’altro nemmeno si capiva più cosa ci fosse un tempo scritto). E poi uno sciacquone, e tanti pezzi di uno di quei pavimenti che in tante case di una volta ci sono tutt’oggi: quei marmittoni colorati, tutti uguali e pure tutti diversi tra loro.

Impossibile non pensare a chi quel libro l’avrà letto. Chissà se lo ha mai finito. Chissà se mai lo finirà. Impossibile non pensare a chi, quel pavimento, l’ha lavato per anni. Quante volte l’avrà lucidato. Chissà se poi gli piaceva, o se semplicemente non aveva tempo o soldi per metterci sopra un parquet.

Quando vedi che anche in quel cumulo c’è traccia di una fatica inutile, di uno sforzo vanificato, di una vita che forse oggi non c’è più, perdi la foga. Inizi a capire davvero cosa ci è successo, qui a L’Aquila. Qualcosa di enormemente più grande di noi. Sforzi di una vita, e vite annullate prima di potersi esprimere, nell’arco di mezzo minuto. Secoli di storia, mai stati così a rischio. E tracce, polverizzate, di nottate passate a finire un libro d’un fiato, o magari comprato e mai letto.

Sporcarsi le mani in mezzo a quel puzzo, scivolare e cadere nella poltiglia di ciò che resta dell’Aquila mia. E provare, improvvisamente, rispetto anche per i frutti più miseri di questo scempio. Spalando, capisci.

Federico D’Orazio (stazionemir.wordpress.com)

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