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Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

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In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

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Conservatori di Facebook

Autore: . Data: lunedì, 1 marzo 2010Commenti (0)

Il tramonto dei viola, l’emergere dei gialli e la scomparsa del progressismo.

Sabato scorso la manifestazione dei viola ed oggi lo sciopero degli stranieri. Un singolare fenomeno sta attraversando il Paese, senza che sia facile per moltissimi comprendere quanto queste ‘occasioni’ siano un drammatico segnale di conservatorismo.

Le iniziative nascono su Facebook, non in rete e tanto meno nella società civile e questa è di per sé una grande differenza. In Italia il social network fondato da Mark Zuckerberg sta assumendo un ruolo molto diverso dalle sue stesse articolazioni statunitensi o presenti in altri Paesi europei.

Nel Belpaese il berlusconismo ha seminato ‘falsi desideri’ per molti anni, aiutato dalla strabiliante potenza dei media controllati dal suo ispiratore, Silvio Berlusconi.

Tra i tanti elementi di conservazione ispirati da quello che anche se con minori elaborazioni ideologiche assomiglia sempre più ad un modello reazionario, lo schema inventato dal Cavaliere è infinitamente rozzo e provinciale. Oltre che pericoloso per la democrazia, ovviamente. E questi limiti si sono trasferiti ovunque nella società, anche tra l’opposizione e nel modo di concepire la politica.

Perché Facebook e le iniziative che produce sono oggetti di conservazione?

Uno dei principali studiosi di comunicazione, Herbert Marshall McLuhan, pensava già nel 1943 che i mezzi tecnologici definiscono le caratteristiche sostanziali del messaggio, indipendentemente dai contenuti.

La ‘Scuola di Toronto’, della quale fu fondatore, sostiene che in un sistema sociale complesso la struttura mentale e la base culturale dei cittadini sono determinate dal tipo di tecnologia della quale si dispone.

Il pensiero dello scienziato influì profondamente su Herbert Marcuse che con Max Horkheimer, Theodor Adorno, Franz Neumann, Franz Oppenheimer, Friedrich Pollock , Erich Fromm ed altri fu il costruttore di un altro filone di ricerca, la ‘Scuola di Francoforte’.

Marcuse, forse il filosofo più influente per la generazione che a partire dalla metà degli anni ’60 produsse il cambiamento epocale degli Stati Uniti e che influenzò l’intera cultura occidentale, comprese con enorme anticipo i pericoli insiti nei rapporti tra progresso tecnologico e libertà e pur criticando Sigmund Freud inserì la psicoanalisi tra le ‘materie’ costitutive delle strategie mediatiche e politiche.

A distanza di anni e dopo le intuizioni di Mcluhan, Marcuse  e dei loro colleghi un altro studioso di media, Nicholas Negroponte ed il suo Media lab dell’Mit di Boston, hanno aperto ancora un altro filone di analisi e ricerca sui media. Si tratta di un complesso ed articolato programma di sperimentazioni sulla potenzialità dell’interazione nel digitale, che intervenendo direttamente sulla produzione di software ed hardware e tenendo conto del ‘pericolo originale’ antidemocratico insito nelle società evolute riaffida ad una battuta di Walter Benjamin, molto amata da Marcuse, il senso delle propria ricerca: “E’ solo per merito dei disperati che ci è data una speranza”. Anche da questo la costruzione del pc a 100 dollari per i bambini del Sud del mondo.

Questo enorme bagaglio di analisi dei sistemi e dei macchinari, dopo oltre 50 anni, non ha ancora neppure sfiorato l’Italia, dove al contrario un semiologo molto ‘amato’ dalla sinistra come Umberto Eco, ma anche lui fortemente conservatore, ha financo trovato il tempo per ironizzare su Mcluhan: “Ve bene, allora vorrà dire che quando riceverò un telegramma leggerò il postino…”, per contraddire il pensiero de ‘Il medium è il messaggio’.

Le manifestazioni di sabato e di oggi, come è noto, hanno visto la luce non su internet, ma su una sua articolazione specifica, Facebook.

La ‘solitudine passiva’ di un numero enorme di italiani, la crisi del sistema dei partiti, il declassamento culturale indotto dal berlusconismo, la scomparsa di pensatori ‘liberal’ e ‘radical’, l’inesistenza di una cultura progressista nazionale e popolare e l’ignoranza di massa sui mezzi di comunicazione di massa hanno alla fine prodotto guai immensi e tra loro le illusioni del quale Facebook è un fedele testimone.

Centinaia di persone, per lo più consumatori passivi del digitale (del quale poco sanno, se non maneggiare vagamente qualche applicazione elementare) hanno scoperto che per combattere la propria marginalità politica ed esistenziale è preferibile fantasmizzare protagonismo all’interno di una specifica cartella (Facebook) del ‘sistema operativo globale’ (Internet).

Così questi cittadini si agitano nella cartella per ore ed ore al giorno, trasformandosi in  ‘sottocartelle’ e ripubblicando ossessivamente contenuti riciclati, informando e informandosi su fatti minimali, immaginando di avere un ruolo globale, mentre in realtà si muovono all’interno di un recinto e valutano le proprie capacità sulla base dei terribili counter di ‘amici’, gratificandosi grazie ad un minuzioso controllo dell’attività delle altre ‘sottocartelle’ che per l’occasione hanno ‘ignorato’, ‘commentato’ o ‘gradito’ il loro tentativo di possedere una personalità.

La realtà è ben cruda. Il ghetto dei ‘soli’ di Facebook è un microcosmo separato nell’universo della rete, è la contestualizzazione di un processo conservatore triste, che per l’azienda produttice (Facebook Inc) diventa reddito attraverso una colossale schedatura di massa, mentre per gli abbonati (per quanto tempo ancora gratis?) è solo un oggettivo luogo di alienazione e stordimento.

Nato come bacheca per studenti, il cosiddetto social network ha nel suo dna la funzione di ‘circoscrivere’ un ambito per favorire all’interno di uno spazio non ‘digitale’, ma ‘atomico’ (il campus) lo scambio di informazioni su relazioni ‘reali’.

L’essersi trasformato in una presunta piazza digitale non ne ha mutato la sostanza, che è di per sé escludente e non includente. La patacca sta nel credere di poter rendere ‘rapporti reali’ dei ‘non-rapporti virtuali’, così non tenendo conto che il medium non permette sintesi socializzanti e tantomeno è in grado di sviluppare dinamiche evolutive del pensiero.

Facebook in inglese indica una pubblicazione settoriale a cura di una comunità ristretta (una scuola, per esempio) nella quale sono presenti le foto ed una scarna didascalia su ciascuno dei membri che fanno parte di quel consesso umano, per consentirne l’identificazione nel caso di incontri, assemblee, occasioni di svago o per mantenerne il ricordo una volta che la comunità stessa si è estinta.

Insomma, il medium Facebook è la sintesi di una realtà aggregata e circoscritta, esistente e materiale, e non possiede le capacita strutturali di diventare il catalizzatore per forme aggregative aperte ad ‘alieni’.

La quasi totale mancanza di analisi, ricerca e conoscenza delle società post elettriche, la gravità di un malessere diffuso della società italiana, la paura di massa, la devastazione delle qualità delle relazioni sociali indotte dal berlusconismo, l’estendersi di nevrosi e dipendenze, la caduta verticale di motivi di gratificazioni individuali pubbliche e private, una spiacevole frigidità emotiva sviluppatissima e l’assenza di sogni hanno convinto alcuni a scegliere di conferire al social network la funzione di luogo digitale nel quale dar vita a consessi virtuali di ‘fratellanza’, in realtà ‘sette astratte’, che nella loro indeterminatezza mostrano il miraggio di lasciar intravvedere chance per compensare vuoti emotivi e culturali che hanno ben altra origine.

I frequentatori del social network si stanno illudendo di poter modificare l’hardware grazie al ‘software’ e questo, come si è visto sabato, non è possibile.

Tentare l’evasione dal digitale per trasportarsi nel mondo atomico grazie a manifestazioni ‘di piazza’ supera persino le più avventurose intenzioni di Zuckerberg. E cosa ancor peggiore non tiene conto di altre esperienze ben più vitali, allegre ed empatiche che rielaborano la struttura della rete (non di settori di questa) come i futilissimi speed date o gli appuntamenti ‘improvvisi’ organizzati anche con catene di sms.

Le ‘sottocartelle’ viola, come era facile prevedere, si vanno dissolvendo rapidamente, mentre stanno emergendo quelle gialle, i lanciatori (bianchi) dello sciopero degli ‘stranieri’ di oggi. Altro tentativo improprio, perchè non coinvolge in nessun modo i soggetti reali dell’iniziativa, i cosidetti ‘stranieri’ (che per altro non possono essere riassunti in una ‘categoria omnicomprensiva’) e per di più vivono in luoghi fisici ben lontani dai virtuali ‘gruppi’ di Facebook, ma stanno in appartamenti ad acqua fredda, sotto ponti, in ricoveri di fortuna e diffidano ormai degli italiani che vogliono rappresentarli.

Chi ha pensato allo sciopero di oggi, a prescindere dalle associazioni che vi hanno aderito a vario titolo, non ha compreso che il razzismo riguarda principalmente chi lo esercita e non chi lo subisce, ed affida la responsabilità morale e politica di trovare una soluzione a chi attua le politiche di segregazione.

Per questo il non rispetto dei diritti, in Italia, non divide ‘indigeni’ da ‘stranieri’, ma come sempre lavoratori e datori di lavoro, sovrani e sudditi, generali e truppa.

Così sarebbe stato auspicabile non ‘un giorno senza stranieri’, ma ‘il giorno dei diritti’, nel quale società civile multietnica e organizzazioni dei lavoratori fossero spinte a riflettere sulle esclusioni che esse stesse producono nei riguardi di precari, lavoratori in nero, giovani, donne, disoccupati. A prescindere dal passaporto e dal colore della pelle.

Anche in questo caso i ‘soli’ di Facebook, riuniti nella sottocartella ‘gialla’, hanno escluso la politica e i processi collettivi reali, sovrapponendo alla complessità della situazione sociale dei tentativi individuali e conservatori (perchè escludenti) di soluzione.

Fino a quando in Italia si confonderà internet (rete) con Facebook (applicativo), si ignorerà il rapporto medium-messaggio e sarà impossibile per i pur volenterosi internauti partecipare ad un processo di riforma concreta della politica e delle sue forme organizzate nel ‘reale’ e non ci sarà via di uscita dal berlusconismo.

In questa confusione un po’ patetica ed un po’ avvilente i partiti del centro sinistra o di sinistra invece di ‘stanare’ i cittadini ‘soli’ dalle sottocartelle di Facebook per farsli salire su un tram ‘vero’ che si chiama desiderio, hanno preso ad inseguirli, rendendo la situazione molto più simile ad una comica finale (con reciproche torte in faccia) che ad una operazione di ricostruzione di una base sociale riformatrice munita di opportuna strategia.

E la certificazione della disfatta del progressismo nazionale è nel rap che ha chiuso la manifestazione di sabato a Roma. Dal vecchio ed un po’ aulico “proletari di tutto il mondo unitevi” di un tempo lontano, alla “fantasia al potere” del ’68 si è arrivati a “legittimo un cazzo”, con tutto l’abisso che distingue i sistemi operativi dalle sottocartelle.

Il guaio Italia si aggrava di giorno in giorno e tra talent show, social network, televoti, avatar e upload in una drammatica ignoranza sull’uso delle tecnologie si sta dimenticando l’essenza della vita, abbandonando  la ricerca di una nuova strada per costruire un società libera, egualitaria e pacifica. Per davvero.

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