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Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

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In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

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Difficile dilemma: chi votare? Votare?

Autore: . Data: sabato, 27 marzo 2010Commenti (0)

La campagna elettorale ha mostrato uno scenario avvilente. Adesso si deve decidere.

Domenica e lunedì milioni di italiani vanno alle urne. Uomini e donne, giovani ed anziani, etero ed omosessuali, progressisti e conservatori, onesti e ladri, laici e cattolici, ricchi e poveri.

Ma davvero milioni di italiani andranno alle urne? Con molte probabilità si, anche se saranno  moltissimi quelli che preferiranno astenersi. Forse più del previsto.

L’appuntamento è stato fissato per eleggere i presidenti delle Regioni, i consiglieri regionali e qualche sindaco. Costoro dovrebbero amministrare vasti territori del Paese, gestire immense quantità di denaro pubblico, regolare una miriade di faccende che riguardano la vita quotidiana dei cittadini.

Tuttavia, per quanto se me parli molto, alla maggioranza della popolazione non è ben chiaro cosa facciano esattamente questi individui. Perchè gli ospedali sono quello che sono, le scuole vanno come vanno, le formazione è quello che è, le tasse colpiscono e colpiscono duro, la burocrazia stressa quanto una malattia incurabile e tutto, ma proprio tutto, non funziona affatto bene.

Generalizzazioni qualunquiste?

Non è forse vero che lo stato di confusione nel quale vivono gli italiani è una condizione diffusa e permanente e che la responsabilità e equamente divisa tra tutti i partiti? E’ falso affermare che da nord a sud, con una perfetta continuità, la vita di ogni giorno è diventata un calvario di incombenze demenziali, preoccupazioni, incertezze, piccole violenze, soprusi, disguidi e contrattempi legati ad una macchina statale perversa e crudele ? E’ una menzogna sostenere che gli stipendi delle persone ‘normali’ non bastano più, o meglio ‘fanno schifo’, mentre per un ragazzo appena uscito da scuola o per un uomo di mezza età trovare un lavoro è come vincere alla lotteria di Capodanno e che per i possessori del biglietto magico i contratti proposti dalle rare aziende che assumono sono avvilenti, ricattatori e vergognosi?

E non corrisponde a verità che il ‘personale politico’, ovvero chi si impegna nei partiti, in particolare in alcuni partiti, gode di vantaggi non concessi a chi preferisce star lontano dal Palazzo, non per disinteresse verso la ‘casa comune’, ma per non essere compromesso dal clientelismo e dalle magagne?

Gli italiani non sono dei grandi viaggiatori e quando decidono di andare in vacanza solo in pochi possono permettersi di andare all’estero. Per questo motivo non sanno come va la vita in Germania, in Francia, in Austria o Svizzera, Svezia, Norvegia e Danimarca. In gran parte dell’Europa insomma.

Chi ha mai visitato una ‘Mairie’ francese, per esempio, l’edificio comunale di un piccolo comune? O sempre in quel Paese un Hotel de ville, la sede del comune di una grande città? Chi si è accorto che si tratta di palazzi curati, puliti, con fiori e piante all’ingresso, vetri sempre trasparenti, persone che rispondono con efficienza alle richieste dei cittadini? E risolvono le questioni in tempi ragionevoli.

Però i francesi si lamentano, forse perchè non hanno mai avuto a che fare con un ‘ufficio’ italiano, pubblico o privato che sia.

E chi, passando da Stoccolma, in Svezia, ha visto il Kulturhuset? E’ un enorme e modernissimo edificio, nel quale è possibile ascoltare gratis musica e leggere i giornali di tutto il mondo, guardare mostre ed incontrare scrittori, consultare una immensa raccolta di fumetti, giocare a scacchi o partecipare a workshop dedicati ai giovani nei quali si trovano macchine per cucire, sistemi di stampa per t-shirt, forbici, pinze, filo, stoffe, financo perline e tutto in necessario (a prezzi irrisori) per il design, l’artigianato e gli hobby.

Neppure gli svedesi sono contenti, perchè trovano il loro Stato ‘troppo efficiente’ e quindi un po’ costoso ed arido. Mah! Se vivessero in Italia scoprirebbero com’è fatto uno Stato altrettanto costoso, spaventosamente arido e che per di più non rispetta i cittadini.

Chi sa che in Inghilterra, Francia, Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, per citare solo alcuni Paesi, i sussidi per chi non ha lavoro permettono di vivere con dignità, non esistono le ‘liste d’attesa’ negli ospedali per le visite specialistiche, i trasporti spaccano il minuto, l’evasione fiscale è sconosciuta e se un politico è solo sospettato di un illecito (anche minimo) ed il fatto diventa di dominio pubblico il furbacchione si dimette immediatamente, da solo e senza fiatare?

Insomma, in quanti si rendono conto che questa Brutt’Italia è diventata un mostro lontano anni luce dai nostri partner europei?

Le responsabilità di questo disastro sono in gran parte dei partiti, ormai luoghi nei quali non si sogna più. Si tratta senza distinzione di sorta di consessi ‘disumani’, senza ideali e senza onore, in realtà uffici di collocamento per raccomandati ed incapaci, centri di potere lontani dalle ‘persone’, mostruose macchine demagogiche che divorano risorse senza interessarsi affatto della cura del patrimonio pubblico.

Eppure la politica è bella. E’ opportunità per far del bene agli altri, il mezzo per realizzare la democrazia, per rendere felici i cittadini, per sostenere i più deboli, aiutare chi arriva dall’estero a trovare migliori condizioni di vita. E’ la strada per insegnare ai violenti a diventare pacifici, agli analfabeti a leggere, scrivere e far di conto, agli egoisti a trasformarsi in persone generose ed altruiste.

La politica permette di costruire belle case, di fare belle strade, di curare bei giardini, di proteggere la natura, di immaginare meravigliosi progetti per il futuro comune. Ed è, soprattutto, l’energia vitale indispensabile per premiare l’onestà, le capacità, l’altruismo. E’, pure, lo strumento per impedire discriminazioni, razzismo e coercizioni.

In Italia da moltissimi anni una malattia feroce sta divorando la libertà ed ha assasinato la politica. I cittadini, una parte di loro, inseguono con ammirazione un miliardario dalla storia non particolarmente trasparente, la cui famiglia solo nell’ultimo anno avrebbe guadagnato secondo la rivista specializzata americana Forbes ben 2 miliardi e mezzo di dollari. Lui, il Cavaliere, si ritiene il depositario di tutte le verità, dall’alto della propria immensa ricchezza parla di uscita dalla crisi, mentre gli occupati (chi lavora) sono al primo calo annuale dal 1995.

Poi ci sono quelli che si beano nel santificare un signore, tale Umberto Bossi, sedicente celtico-padano, raccontato in questo modo da Mattia Feltri in un esilarante articolo per ‘La Stampa’ di qualche anno fa: “La tappa determinante fu la successiva: venticinquenne, si iscrisse a una scuola privata, e quasi trentenne intascò il diploma scientifico. Non soddisfatto, Bossi provò a diventar dottore, e si cimentò nei corsi di Medicina. Nell’aprile del 1975, l’attempato studente potè infine calzare l’alloro: “Decidemmo di sposarci in agosto. In aprile Umberto diede a tutti la grande notizia: mi sono laureato, presto avrò un impiego come medico. Non facemmo nessuna festa, ma corsi a comprargli un regalo, la classica valigetta in pelle marrone”, ricordò intervistata da ‘Oggi’ la prima moglie, Gigliola Guidali. La qual Gigliola, tempo dopo, fiutò la balla. E Umberto, che tutte le mattine usciva di casa destinato allo stetoscopio, confessò: “E’ vero, ma è questione di sei mesi. Poi sarò dottore”. I mesi diventarono anni, e sette per la precisione. Trascorsi i quali, perduta la moglie causa divorzio, Bossi condusse la madre a Pavia per la trionfale discussione della tesi; la genitrice, però, attese in auto e le parve sufficiente” Era un’altra balla.

A sinistra, nel centro sinistra, le cose sono un po’ meno scandalose, ma neppure tanto. Esiste un partito del quale nessuno conosce gli intendimenti, il Pd, che con perizia sta raggiungendo il centro destra per numero di inquisiti.

Al suo interno prolificano correnti, gruppi e gruppetti di potere ed alberga una singolare contrapposizione tra laici e cattolici, divisi come un tempo furono Montecchi e Capuleti, guelfi e ghibellini e come adesso sono milanisti ed interisti o laziali e romanisti. Epoca che vai esempio che trovi.

Poi c’è Di Pietro, il castigamatti di Berlusconi. Anche un esperto rabdomante non riesce a trovare nel suo partito un segnale della presenza non di acqua, ma di prospettiva e la Sibilla cumana non sa dire cosa l’Italia dei Valori voglia oltre la cacciata di ‘Papi Silvio’.

La sinistra radicale, quelli che sono convinti di esser comunisti solo perchè se lo ripetono ogni giorno davanti ad uno specchio fatto a forma di falce e martello, sono ormai prossimi alla scomparsa e probabilmente già lunedì sera cominceranno a preparare i pacchi per smantellare i propri uffici. I Verdi, invece, si sono già estinti dopo la vigorosa cura di pesticidi somministrata loro dal’ex segretario Pecoraro Scanio ed i sopravvisuti faticano ad accorgrsene.

Seguono decine di altre sigle, più o meno strampalate, delle quali è superfluo parlare, radicali compresi. Si tratta di club amatoriali o, come nel caso del partito di Pannella, di monarchie nella quali il sovrano non molla l’osso per nessun motivo al mondo. Infine c’è il movimento alberghiero del comico sotuttoiovaffanculo Beppe Grillo, che si chiama ‘Cinque stelle’, ma è in realtà un bed and breakfast per turisti last minute.

Che fare allora domenica e lunedì se il panorama è così desolante?

In democrazia il voto vuol dire adesione ad un progetto. Non è ‘contro’ qualcuno, ma solo ‘per’ qualcosa. Non si può votare Pdl o Lega per impedire ai ‘cattivi’ del centro sinistra di vincere, non è ammissibile votare Pd, Di Pietro o altri per impedire al rais dai capelli trapiantati Silvio Berlusconi di governare.

Almeno così dovrebbe essere in un Paese civile. Da noi, invece, il malcostume italico porta non pochi a dire: “Vado al seggio turandomi il naso”.

La libertà, non quella che autorizza a straparlare, ma il valore più importante tra tutti insieme alla fraternità ed all’eguaglianza impone dei principi, delle regole e dei codici di comportamento.

Ed è per questo che la scelta è ardua. Perchè in Italia non c’è libertà, ma impera l’arbitrio e chi vuol rappresentare i cittadini, salvo rare ed encomiabili eccezioni, mente sapendo di mentire ed ha stampato i suoi manifesti elettorali sperando di potersi fare gli affari propri una volta eletto.

Il dilemma tra rispettare il principio della democrazia e astenersi perchè nessuno è trasparente quanto besta o negarlo e votare  ‘turaranosi il naso’ per sceglere il meno peggio è il rebus sul quale si scervella in queste ore probabilmente la gran parte degli italiani. Sicuramente tutti quelli, nessuno escluso, della ampia famiglia degli intelligenti. Poi ci sono gli imbecilli, ma per loro non vale la pena di affannarsi.

I partiti non sanno dell’esistenza del ‘dilemma’ ed è l’ultimo motivo, ma non il meno importante, per il quale siamo tutti in guai seri.

Comunque vada, quale sarà la decisione, una cosa deve esser chiara per dovere di onestà: dopo non cambierà nulla.

L’Italia resterà immobile a guardare i propri malanni fino a quando un popolo ‘quasi intero’ non tornerà far sentire la propria voce e smetterà di affidare per pigrizia o delusione il proprio ‘potere’ a gente senz’arte nè parte, a pirati e mascalzoni, demagoghi e cretini, opportunisti e ladri.

Questo impegno dovrebbe guidare gli elettori, già da martedì, perchè la misura è colma, i guai troppi ed il tempo rimasto per riparare i danni breve. Vorrà qualcuno mettersi a lavorare sul serio per cambiare questo mondo?

Roberto Barbera

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