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Decreto del governo: nasce la Terza Repubblica

Autore: . Data: lunedì, 8 marzo 2010Commenti (0)

L’Italia feudale prende il posto dell’ex Stato democratico. Napolitano non ha assolto al suo ruolo di garante.

Ed alla fine è stato preso l’ennesimo provvedimento ‘di favore’, ancora una volta con la firma del presidente della Repubblica. Il decreto ‘interpretativo’ che riammette il sovrano della Lombardia, Roberto Formigoni, alle elezioni e il Pdl nella provincia di Roma venerdì notte è arrivato al Quirinale ed è stato prontamente convalidato.

Di Pietro ha duramente criticato il Capo dello Stato chiedendone la messa sotto stato d’accusa, mentre l’esercito dei ‘calcolatori’ è accorso in difesa di Napolitano. Tra loro alcuni esponenti del Pd, D’Alema, Latorre, Violante, Fassino, Veltroni, che da tempo ormai sembrano iscritti al partito dei ‘pataccari’, protagonisti ognuno con un proprio copyright di prese di posizione o gesti che nulla hanno a che vedere con la cultura o con la storia della sinistra italiana. Infine, tra i pretoriani del Colle, anche Gianfranco Fini. Ha detto l’ex leader di An: “L’onorevole Di Pietro non sa o finge di non sapere che il Capo dello Stato che firma un decreto lo fa unicamente se quel decreto ha i necessari profili di costituzionalità”.

Questo è esattamente il punto: il provvedimento ha quei profili? In passato Napolitano aveva già ‘lasciato passare’ il ‘Lodo Alfano’, poi ritenuto incostituzionale dalla Corte, nonostante fosse stato allertato da numerosi ed autorevoli giuristi sull’irregolarità del meccanismo ‘salva premier’.

I ‘calcolatori’ sono un largo gruppo di politici che guardano ai principi di libertà e democrazia sulla base delle ‘opportunità politiche’. Costoro non pensano all’essenza delle cose, alla sostanza, allo stravolgimento delle regole che Berlusconi sta portando avanti da anni, ma si illudono di essere in grado di ‘moderare’ l’arroganza del presidente del Consiglio grazie ad un potere di bilanciamento rappresentato dal Quirinale. In attesa di tempi migliori.

Un europarlamentare del Partito Democratico, Guido Milana, più onesto di molti suoi colleghi, ha detto: “‘Il decreto legge del governo è incostituzionale. E la Regione Lazio deve ricorrere con urgenza alla Corte Costituzionale chiedendone la sospensiva immediata”. Quindi ha spiegato il perchè delle sue affermazioni: ”L’articolo 122 della Costituzione, modificato nel 1999, ha attribuito alle Regioni la competenza legislativa in materia elettorale. Lo Stato non può, quindi, introdurre norme di dettaglio, come quelle presenti nel decreto varato dal governo, che disciplinano regole attinenti il procedimento elettorale. Altro che decreto interpretativo che non modifica le norme esistenti. Il dispositivo approvato dal Consiglio dei ministri non si limita affatto ad interpretare autenticamente disposizioni già esistenti, ma ne introduce di nuove. Basti pensare ai termini per sanare le irregolarità. formali che vengono fatti decorrere dall’entrata in vigore del decreto stesso. Figuriamoci se tali termini potevano in alcun modo essere presenti nella legge n.108/68. Bisognerebbe quantomeno essere seri e chiamare le cose con il loro nome”.

”Ma c’è di più – ha proseguito Milana – il Lazio ha legiferato in materia elettorale con la legge n. 2 del 2005. Ed è solo il Consiglio regionale che può modificare norme attinenti il procedimento elettorale regionale. Ritengo, pertanto, irrinunciabile un ricorso in via principale della Regione Lazio dinanzi alla Corte costituzionale ai sensi dell’art.127 della Costituzione, con richiesta di sospensiva immediata. Perchè, ripeto, è completamente sbagliato chiamare ‘decreto interpretativo’ l’ennesima sanatoria tesa ad aggirare leggi chiare che, per decenni, non hanno mai dato alcun problema di interpretazione”.

Un vecchio leader del Pci, adesso nel Pd, Alfredo Reichlin, ha scritto sabato sull’Unità: “Dopo anni di confusione tra pubblico e privato e di disprezzo per la certezza e l’uguaglianza della legge è la “casa comune”, lo Stato, che si sta sgretolando e rischia di caderci addosso. Io credo che si tratta della crisi più grave di questo paese dopo l’8 settembre. Adesso tutti lo dicono e quelli che più strillano sono proprio quelli che hanno partecipato, arricchendosi, a questo banchetto del bene pubblico, oppure l’hanno coperto e giustificato con l’eterno cinico argomento che “i politici sono tutti uguali”. Invece non sono tutti uguali, anzi c’è perfino qualcuno che non si limita a esprimere il suo schifo ma si chiede che cosa a questo punto bisognerebbe fare. Mi scuso, ma essendo tra questi, parto non da loro (il mondo della corruzione) ma da noi. Fino a che punto noi siamo consapevoli che l’Italia è arrivata a un appuntamento con la sua storia?”.

Rechlin ha ragione, salvo che la domanda finale riguarda anche chi oggi guida il Pd, Bersani compreso.

Napolitano, firmando il ‘decreto interpretativo’, ha prodotto un danno di fatto irreparabile per la democrazia del Paese. E’ facile capire perchè. Il meccanismo almeno teorico sul quale si basa il funzionamento di un Paese libero è semplice: tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge ed hanno stessi diritti e doveri, indipendentemente da origine sociale, appartenenza politica o religiosa, razza o grado di istruzione.

Le numerose leggi ad personam varate dal Parlamento hanno già violato questa regola, ma in favore di uno, Berlusconi, per tirarlo fuori da guai giudiziari. Una inadempienza seria, tuttavia circoscritta ad un individuo.

Invece che è successo venerdì notte? Lo ha spiegato lo stesso presidente della Repubblica. Il varo del decreto sarebbe stato a suo parere “quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici”. “Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano”. Per Napolitano “erano in gioco due interessi o ‘beni’ entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di ‘beni’ egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico”.

Ora, un sistema democratico valuta il ‘patto tra i cittadini’ sulla base di eguali diritti e doveri per i singoli cittadini, non per ‘gruppi di cittadini’. Quando Napolitano sostiene che il provvedimento che viola le regole (il Pdl ha commesso errori formali per propria responsabilità e per questo motivo le sue liste sono state escluse) è dovuto ad un impedimento che riguarda “il maggior partito”, per garantire agli elettori di poter scegliere ha affermato un principio nuovo: è la quantità di uno specifico gruppo di persone che determina i diritti, ovvero la legge è eguale per tutti, salvo che per i gruppi associati più numerosi è più eguale.

Da quel momento l’Italia da repubblica democratica è diventata una ‘repubblica feudale’, nella quale ci sono gerarchie ‘riconosciute’, che in virtù della propria estensione numerica fanno le leggi, ma non debbono rispettarle. Se fossimo in un sistema monarchico potremmo dire che da monarchia illuminata siamo tornati ad una monarchia assoluta, nella quale la corte ha poteri totali.

Questo si chiama ‘attentato alla Costituzione’. In eguali condizioni, nel presente e nel passato, altri gruppi politici si sono visti esclusi dalle elezioni esattamente per gli stessi motivi che hanno riguardato il partito di Berlusconi, ma a loro non è stato riconosciuto il diritto alla riammissione. Insomma, i cittadini non sono più eguali, i partiti non sono più eguali.

L’articolo 3 della Carta recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Adesso il ‘danno’ è stato fatto e siccome quando si parla di regole vale il principio del ‘precedente’, se in un caso (anche in un solo caso), si ‘certifica’ una violazione di queste ultime è l’intero ordinamento che crolla.

Nessuno, anche il più ingenuo, può credere che davvero nelle democrazie i cittadini siano davvero eguali. Chiunque sa con certezza come un ricco abbia più diritti di un nullatenente, un potente più vantaggi di un povero cristo, ma almeno formalmente si evita di trasformare questi dati di fatto in provvedimenti legislativi espliciti.

Già le leggi ‘ad personam’ hanno minato il principio, ma proprio nella ‘personalizzazione’ c’era una ‘limitazione’ del ‘pasticcio’. Adesso il potere ‘ad listam’, elabora una gerarchia tra gruppi di cittadini ed altri gruppi, per cui i tre elettori della lista ‘Pincopallino’ hanno minore diritti dei dieci di quelli della lista ‘Vattelapesca’. E’ nata la Terza Repubblica, quella feudale.

Non si illudano i cittadini, i politici ancora ragionanti, i partiti rispettosi delle leggi: non c’è strada di ritorno. Manifestazioni, proteste, sit in, ricorsi, slogan, bandiere e slogan non possono far tornare indietro un orologio. Nessuno possiede la macchina del tempo, un rewind per la storia. Se si subisce un incidente stradale e si distrugge l’auto non si può riavvolgere un nastro e tornare a prima del crash. O si va dal carrozziere o si cambia macchina.

C’è da chiedersi allora: il danno è riparabile, ci sono pezzi di ricambio? La risposta è drammatica: no, perchè non è un fanale ad essersi scassato, ma la scocca è deformata per sempre.

I partiti esistenti sono in grado di allontanare il nuovo dittatore ed i suoi fedeli? I cittadini saranno capaci di capire che si deve rifare la Repubblica?

La dittatura fascista è finita con la guerra, quella spagnola di Franco dopo decenni e drammatiche violenze, quella cilena ha lasciato dopo la sua consunzione una eredità ancora oggi pesante, nell’ex blocco comunista non esiste un solo esempio credibile di democrazia ad oltre vent’anni dall’abbattimento del Muro di Berlino.

Sapranno gli italiani uscire da una inedita Repubblica feudale attraverso una strada rapida ed indolore? Sarà possibile con una oligarchia politica (maggioranza ed opposizione) di terz’ordine? Potranno i cittadini ritrovare il senno e le consapevolezze se un sistema dei media (totalmente lottizzato) diffonde in continuazione informazioni deformate?

Una sola cosa è certa. Si illudono quelli che oggi chiamano al voto per ‘battere’ il gerarca e la gerarchia. Perchè è il sistema ad aver collassato, per cui oggi non contano più gli schieramenti, il peso elettorale, la via elettiva al rinnovamento, l’autoriforma.

La situazione italiana è inedita, non ci sono precedenti, è un ‘unicum’. Peccato sia Napolitano ad esserne il responsabile, perchè la sua figura di ‘garante’ aveva il compito di impedire lo scempio. E non ha rispettato il suo dovere. Per una volta forse i radicali hanno ragione: mollare il gioco, ritirarsi dalle elezioni, uscire dal lager. Alla fine non lo faranno, ma è la soluzione più credibile, la sola via pacifica per smantellare al più presto la Terza Repubblica. Rifiutandone l’esistenza e le nuove regole.

Comunque la notte della Repubblica è cominciata. Ci sarà un’alba? E quando?

Roberto Barbera

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