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Arriva il Giorno della Donna

Autore: . Data: venerdì, 5 marzo 2010Commenti (0)

Una riflessione sulla ‘femmilizzazione’ della scuola italiana. Un articolo per ‘Tu Inviato’.

Probabilmente, occuparsi oggi di un tema vasto e controverso come il “femminismo” potrebbe apparire demodé nel senso che, per quanto si possa sollevare un problema reale ed oggettivo, l’approccio rischierebbe di essere  superato e scorretto in partenza.

Non c’è dubbio che diversi segnali attestano che l’uguaglianza tra i sessi rappresenta un traguardo ancora distante quando si tratta dei ruoli decisionali, benché la presenza femminile in molti settori lavorativi sia in costante aumento. E’ innegabile come in tutti gli ambiti lavorativi e sociali i maschi detengano e difendano a denti stretti le posizioni di maggior prestigio e potere. La discriminazione diventa un dato più evidente nel campo della politica, soprattutto ai vertici del potere. Infatti, tranne rare eccezioni, i “boss” dei partiti politici più importanti in Italia sono quasi tutti uomini. Ciò è vero anche per gli ambienti della cosiddetta “sinistra radicale”, compresa Rifondazione comunista, i cui quadri dirigenti sono stabilmente in mano agli uomini.

Nel contempo, laddove esiste una netta prevalenza femminile, come nel settore della scuola, il rapporto di potere è rovesciato: infatti, sono in aumento i dirigenti scolastici donna. A questo proposito potrebbero essere fatte delle conisderazioni che, all’apparenza, potrebbero risultare invise alle più accese “femministe”. In particolare si può discutere dei primi ordini di scolarità: scuola dell’infanzia, scuola primaria e secondaria di I grado. In quel contesto la femminilizzazione è un dato dominante. Si pensi alle scuole materne, dove gli uomini sono ormai quasi completamente assenti, o alle scuole elementari, dove i maestri costituiscono una netta minoranza. Ebbene, è possibile ritenere che uno tra i principali problemi della scuola italiana (non l’unico, è ovvio) sia rappresentato dall’eccessiva femminilizzazione.

Perchè? Altrove, ad esempio in Francia o in altri stati europei (in particolare nei Paesi scandinavi) la presenza maschile è più consistente e, in alcuni casi (si pensi alla Norvegia), è addirittura massiccia. La ragione si intuisce e si spiega facilmente. In tali paesi gli emolumenti assegnati agli insegnanti sono più appetibili e convenienti, per cui gli uomini aspirano in maggior numero ai posti di insegnamento, a differenza dell’Italia, dove gli stipendi dei maestri sono a dir poco indecenti.

Ebbene, lo scarso valore economico riconosciuto ai docenti in Italia, deriva almeno in parte dalla eccessiva femminilizzazione nella scuola. Infatti, le donne che insegnano sono nella quasi totalità madri e mogli, impegnate ad attendere alle faccende domestiche e accudire la prole, relegate in ruoli marginali rispetto ai coniugi, che magari svolgono funzioni più vantaggiose e remunerative sul piano economico.

Pertanto, le insegnanti che sono anche mogli e madri non hanno molto tempo, né voglia per dedicarsi ad attività sindacali e sociali e tantomeno per occuparsi di politica. Per le medesime ragioni, quando si tratta di lottare e rivendicare i propri diritti, ottenere miglioramenti nella propria condizione lavorativa, le insegnanti (mogli e madri) tendono a sottrarsi e disimpegnarsi in modo decisivo, per cui il potere contrattuale della categoria si è ridotto progressivamente. Non a caso le adesioni agli scioperi nel comparto scuola sono più basse rispetto ad altri settori, laddove la presenza maschile è più alta. Si pensi ad esempio all’industria metal-meccanica o ad altri ambienti di lavoro.

Queste constatazioni non sono un atto d’accusa nei confronti della presenza femminile nella scuola e nella società italiana, ma hanno lo scopo di ridestare le coscienze assopite delle donne, distratte da troppi impegni familiari e di altro tipo, siano esse insegnanti, madri e mogli, siano esse indipendenti, perché la liberazione della società passa anche attraverso l’emancipazione effettiva delle donne da una condizione di marginalità e subalternità a cui ancora sono costrette nella società italiana, in vari ambiti professionali, ma ancor più sul versante del potere politico decisionale.

Lucio Garofalo

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