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Vendola: ancora indiscrezioni avvelenate

Autore: . Data: venerdì, 5 febbraio 2010Commenti (0)

Sull’inchiesta che lo riguarderebbe una nuova ‘non notizia’.

Il tribunale di Bari non è di certo il tempio della discrezione. Alcuni giorni fa circolò una notizia, poi smentita, su una indagine a carico del presidente della regione, Nichi Vendola. Mancavano poche ore alle primarie nelle quali si doveva decidere il candidato per le prossime elezioni.

Adesso ci risiamo. Secondo l’agenzia Ansa, “fonti vicine all’indagine” avrebbero lasciato ‘trapelare’ che nei confronti del candidato del centro sinistra sarebbe in corso un’ inchiesta sull’esistenza di “un presunto sistema di potere che avrebbe imposto ai direttori generali le nomine di direttori amministrativi e sanitari e di primari in alcune Asl pugliesi”.

Poi, la stessa agenzia ha reso noto che “sui risultati a cui è finora giunta l’inchiesta per concussione (anche nella forma del tentativo) a carico di Vendola si registra una spaccatura all’interno del pool composto dai tre magistrati a cui è assegnato il fascicolo: due pm, Francesco Bretone e Marcello Quercia, si sono espressi affinché venga archiviata la posizione di Vendola; la loro collega Desirè Digeronimo si è invece espressa di fatto contro l’archiviazione”.

A questo proposito si deve ricordare una lettera del governatore al giudice Digeronimo dell’agosto 2009, nella quale Vendola si chiedeva come mai “lei non abbia sentito il dovere di astenersi (dall’inchiesta a suo carico, ndr), per la ovvia e nota considerazione che la sua rete di amici e parenti le impedisce di svolgere con obiettività questa specifica inchiesta”.

Le parole del presidente della Regione Puglia, anche se inopportune, mostravano tuttavia un possibile conflitto di interessi tra indagato e indagatore. Ora, su tre magistrati interessati alla ‘pratica’, adesso due ne chiederebbero l’archiviazione ed uno, proprio quello indicato da Vendola, sarebbe di diverso parere.

L’Ansa si è preoccupata di spiegare che “i tre (magistrati, ndr) hanno manifestato le proprie posizioni in lunghe missive inviate nei giorni scorsi al procuratore, Antonio Laudati, dopo che questi aveva chiesto ai tre sostituti spiegazioni sulla fuga di notizie relativa all’iscrizione di Vendola nel registro degli indagati, invitandoli anche a riferire sui risultati delle indagini”.

E guarda caso mentre si cercano gole profonde per smascherarle ne spuntano fuori di nuove si arriva ad una nuova fuga di notizie, sempre intorno allo stesso problema: il coinvolgimento del governatore.

L’articolo dell’agenzia di stampa, infine da reso noto che l’inchiesta in corso “a quanto è dato sapere, ipotizza pressioni politiche fatte da Vendola e da alcuni amministratori regionali nell’imporre ai dg di alcune Ausl le nomine di direttori amministrativi e sanitari e di primari. Negli atti giudiziari, oltre al nome di Vendola, compaiono quelli di altre dieci persone, tra cui l’assessore ai trasporti Mario Loizzo, l’ex assessore alla sanità Alberto Tedesco, ora senatore del Pd, e l’ex dg della Ausl Bari Lea Cosentino. Nei confronti degli undici i carabinieri ipotizzano il reato di concussione (anche solo tentata) per aver “imposto – nel maggio 2008 ai direttori generali delle Ausl e di differenti presidi ospedalieri pugliesi, le nomine dei direttori amministrativi e sanitari, nonchè di primari di strutture operative complesse al fine di rafforzare la presenza della propria coalizione politica nelle istituzioni locali”. Sarà il sostituto procuratore Antonio Laudati adesso a decidere che fare.

L’intera faccenda è singolare, perchè la lottizzazione delle nomine è una tragica consuetudine nella pubblica amministrazione italiana. Quello che risulta incomprensibile è perchè mai funzionari ‘selezionati’ per motivi ‘politici’ debbano poi improvvisamente diventare ‘indipendenti’, tanto da imporre ai propri referenti “pressioni” per dar seguito al meccanismo infernale dell’occupazione partitica delle strutture pubbliche.

Mentre rimane al momento misterioso l’aspetto più serio della presunta corruzione nella sanità pugliese. L’imprenditore Tarantini avrebbe detto durante un interrogatorio: “Voglio infine precisare che il ricorso alle prostitute ed alla cocaina si in­serisce in un mio progetto te­so a realizzare una rete di con­nivenze nel settore della Pub­blica amministrazione perché ho pensato in questi anni che le ragazze e la cocaina fossero una chiave di accesso per il successo nella società”.

Lo stesso imprenditore, come è noto, investì quasi 500mila euro per l’affitto di una villa in Sardegna e per l’acquisto di una considerevole quantità di droga da ‘regalare’ ai suoi ospiti nei party organizzati per ‘facilitare’ le sue attività professionali.

Perchè Tarantini, che operava in Puglia, invece di organizzare il suo luna park personale non scelse una località di quella regione e preferì la Sardegna? E perchè la “rete” di cui ha parlato rimane ancora una nebulosa, sulla quale non è fino ad oggi filtrata una sola indiscrezione dal tribunale di Bari? Chi erano i ‘sardi’ che grazie a ragazze e cocaina facevano da “chiavi di accesso”.

Su questo argomento sembra essere calata una nebbia fittissima, mentre con una strana regolarità vengono rilanciate ‘non notizie’ su inchieste che alcuni vorrebbero addirittura archiviare.

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