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Quelli che occupano le case. Per sopravvivere

Autore: . Data: giovedì, 25 febbraio 2010Commenti (0)

Floriana, Francesco e gli altri. Abusivi a Roma per necessità. Un articolo per “Tu Inviato”

Floriana, 36 anni, peruviana. Sguardo tagliente e capelli biondi, sul tetto di una scuola di periferia romana per il suo turno di guardia. Lo chiamano “picchetto” e serve a controllare che non arrivi la polizia. Farà avanti e indietro davanti al parapetto fino alle 21, quindi rientrerà nell’angolo di un’aula dove ha sistemato il sacco a pelo.

La sua storia inizia nel 2004, quando entra in una casa del quartiere Alessandrino di Roma. Cinquecentoventi euro di affitto al mese, ma neppure il riscaldamento e l’impianto elettrico. Ha tre figli: non può farli vivere in quelle condizioni così, di tasca sua, acquista una caldaia e chiama un elettricista per l’impianto elettrico. Paga tutto lei visto che il proprietario, un italiano, alle sue richieste risponde: “O te la tieni così, oppure puoi trovarti un altro posto”.

Floriana lavora in una ditta di pulizie. Guadagna 600 euro al mese e, tolto l’affitto, le rimangono soltanto 80 euro per mangiare. La situazione ben presto diventa insostenibile: non riesce più a pagare le bollette, le staccano la corrente elettrica e un bel giorno le comunicano lo sfratto. Inizia così il suo via-vai da un’occupazione all’altra: non per protesta, semplicemente per un tetto sopra la testa. Entra nel Policlinico Umberto I ma presto la polizia sgombera il vecchio ospedale. Così prende i suoi tre bambini ed entra nell’ex scuola media Tommaso Grossi, nella periferia est della Capitale.

“Ogni mattina mi sveglio alle 5 – racconta – e lavoro fino alle 8 e 30 in degli uffici di Piazza di Spagna. Poi torno all’occupazione, aspetto che i miei figli tornino da scuola. Non posso cucinare, ma ogni giorno un’amica mi aiuta e porta qualcosa. Non potrò cucinare niente finché avremo la ‘ghigliottina’ dello sgombero sulla testa, dove metterei i fornelli? La sera ci sono i turni di guardia, per questo adesso sono qui: li chiamiamo picchetti. Se arriva la polizia avvisiamo gli altri e ci organizziamo per resistere. I giornali ci definiscono sovversivi, ma noi vogliamo solo avere un tetto sopra la testa. E nessuno di noi, con i bambini, si sognerebbe di essere violento con le forze dell’ordine”.

La storia di Floriana è solo un esempio. Nell’ex scuola media Tommaso Grossi sono centinaia le persone come lei. Molti sono bambini. Non si tratta di rivoluzionari, né di violenti. Semplicemente di gente che, per un motivo o per l’altro, ad un certo punto della vita non è più riuscita a pagare l’affitto. Vignola, ad esempio, è stata licenziata ad aprile: non può più pagare una casa, suo marito è malato di Alzheimer, suo figlio disoccupato. Idem per Francesco, che quando ha perso il lavoro non ha atteso lo sfratto ma se ne è andato prima: “Anche Alemanno occuperebbe, ve lo garantisco, se ne avesse bisogno”.

Sono circa 42.000 i nuclei familiari che, a vario titolo, aspettano di avere una casa a Roma. Di questi, circa 2.000 si è organizzata e, aiutati dai vari movimenti di lotta per la casa, occupa luoghi vuoti e inutilizzati da anni, perlopiù vecchie scuole, caserme, fabbriche e, talvolta, appartamenti vuoti. Sono decine le occupazioni della Capitale, figlie delle sciagurate politiche sulla casa degli ultimi anni.

Da anni non vengono assegnate case popolari e non perché non ce ne siano. Anzi, sono migliaia gli appartamenti vuoti che potrebbero essere concessi alle famiglie in graduatoria. Eppure la situazione sembra essersi bloccata e, di fronte al dilagare della crisi e all’aumento del prezzo degli affitti (per un appartamento di 60 metri quadri in periferia occorrono più di 1.200 euro, quasi sempre in nero se gli inquilini sono studenti o immigrati), il piano del comune, anziché sbloccare le richieste di chi è in graduatoria da anni, incentiva i costruttori a realizzare nuove case, da affittare a prezzi tutt’altro che popolari, incrementando così la speculazione edilizia. Così i “palazzinari” continuano a guadagnare e, chi non può permettersi certe cifre, sarà costretto ancora ad occupare. Alemanno, prima di essere eletto, promise 40.000 case popolari.

“La casa è un bisogno primario per l’uomo – dice Ibrahim, da cinque anni rimasto senza lavoro – come mangiare o respirare. Non chiediamo di averla gratis, semplicemente di averla a un prezzo proporzionato al nostro reddito. E a chi crede che siamo dei sovversivi dico di venire a vedere. Cosa farebbero loro al nostro posto?”.

Davide Falcioni

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