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La mafia non è un fantasma, è un gigante

Autore: . Data: martedì, 2 febbraio 2010Commenti (0)

Le dichiarazioni di Ciancimino a Palermo svelano intrecci drammatici tra crimine e politica.

Massimo Ciancimino ha 45 anni ed è il figlio di Vito, politico democristiano della corrente guidata da Giulio Andreotti e prima assessore e poi sindaco di Palermo. Nel 2001 Vito fu condannato a tredici anni di reclusione per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa.

Da un paio di anni Massimo sta collaborando con la procura del capoluogo siciliano e con quelle di Caltanissetta e Catania. Ieri, durante una udienza del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, carabinieri accusati di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, il testimone ha detto molte cose.

Prima dell’udienza che si è tenuta nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo ha detto: “Sono tranquillo, deporrò al processo Mori raccontando la verità”, poi quando la sua deposizione è cominciata un vero fiume in piena ha investito la Corte.

“Conosco Provenzano da sempre. Ho ricordi di lui, nelle mie villeggiature estive negli anni ’70, fin da quando ero un ragazzo. Lui e mio padre si conoscevano, anche per rapporti di vicinato, da sempre” ha esordito Ciancimino che ha spiegato anche come il capo mafia si facesse chiamare “ingegner Lo Verde”. Allora il teste era un bambinetto irriverente e così, ha ricordato, dopo aver fatto i capricci con il boss ed averci litigato il padre lo rimproverò dicendogli: “Tu sei l’unico che è riuscito a dire cornuto a Provenzano”.

Quindi alcuni fatti inquietanti: “Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l’ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti”. Allora a presiedere la sezione interessata al caso era Corrado Carnevale. Ancora: “Mio padre mi disse che Bernardo Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente [...] Questa immunità, secondo quanto mi ha spiegato mio padre era garantita da una sorta di accordo alla stipula del quale aveva partecipato proprio mio padre. Accordo che risale al maggio del ’92″.

Ciancimino ha reso noti altri particolari: “Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell’ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell’ultimo periodo. Anche perchè nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992 [...] Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di ‘pizzini’ con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po’ maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti [...] Spesso faceva le fotocopie perchè temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti”.

L’amicizia tra il politico dc e i mafiosi era profonda: “Tra mio padre e Riina c’era una conoscenza obbligata – ha detto Ciancimino – con Riina però mio padre non aveva buoni rapporti. Erano migliori i rapporti con Provenzano, perchè riteneva che avesse un più elevato spessore culturale [...] Mio padre non aveva un atteggiamento molto rispettoso nei confronti di Riina. Ricordo che si divertiva a farlo aspettare quando veniva a trovare. Era un rapporto fatto di contrasti. L’ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta [...] Riina veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza”. Anche tra Vito Ciancimino e Riina ci sarebbero stati, secondo il testimone, dei rapporti epistolare “anche se molto meno assidui e frequenti rispetto a Provenzano”.

Il rapporto tra mafia e politica, quindi, era stretto, tanto che “mio padre – ha aggiunto Ciancimino – aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo ‘il sistema’. D’accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività”.

I suoi ‘racconti’ ai magistrati, tuttavia, non sarebbero piaciuti ad alcuni settori dello Stato: “Nel maggio del 2009 – ha spiegato il teste – ho ricevuto la visita di un uomo dei servizi segreti, nella mia casa di Bologna, che mi ha accusato di essere venuto meno agli impegni presi e mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio”. Secondo Ciancimino gli 007  non avrebbero gradito la sua decisione di parlare della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia

Il ‘signor Franco’, un uomo che Massimo Ciancimino ha indicato come un esponente dei servizi segreti e che aveva rapporti col padre Vito, gli fece avere addirittura le condoglianze di Provenzano dopo la scomparsa del genitore. “Rividi il ‘signor Franco’ anche dopo la morte di mio padre – ha detto – In particolare, lo vidi ai funerali. Quando lo vidi dopo la tumulazione, ebbi un colloquio con lui. Mi diede anche una busta contenente un messaggio di condoglianze che veniva dal signor ‘Lo Verde’. Me lo disse lui che era un messaggio che proveniva da Provenzano. Quando arrivava – ha aggiunto – ricordo che veniva sempre con l’auto blu”. Poi, ha raccontato che alla nascita del figlio Vitoandrea, gli chiesero in Questura, prima di rilasciare il passaporto, una serie di informazioni, “non appena hanno visto il nome ‘Vitoandrea Ciancimino’. Questo era un atteggiamento di pregiudizio, così presi i documenti e me ne andai. Così, andai a Roma e sentii il signor Franco e lui mi disse “Presentati in piazza Euclide”".

Tuttavia, alla domanda dei magistrati se fosse in grado di rivelare l’identità del ‘signor Franco’, il testimone ha risposto “no”. “L’ho visto tante volte, ma mio padre stesso non mi ha mai detto chi era”. Ad una seconda domanda, se l’agente fosse ancora in vita, Ciancimino ha risposto di sì.

Quindi Ciancimino ha proseguito: “A fine marzo del ’92, dopo l’omicidio dell’onorevole Lima, Bernardo Provenzano disse a mio padre che Totò Riina aveva intenzione di togliersi qualche sassolino nella scarpa e di fare capire ad altri politici cosa significava non rispettare i patti”. Per Ciancimino il suo amico provenzano gli avrebbe rivelato che Riina aveva preparato una lista di politici e magistrati da eliminare: “Grasso, Vizzini, Mannino”. “Mio padre – ha spiegato – seppe da Provenzano che erano cambiati gli interlocutori di Riina e che i suoi nuovi referenti erano d’accordo con lui nella strategia di cambiamento che stava portando avanti anche attraverso l’eliminazione di rami secchi”.

Quindi una nuova rivelazione secondo la quale Vito Ciancimino avrebbe investito una parte del suo patrimonio per la realizzazione di Milano 2, il complesso residenziale costruito dal presidente del Consiglio, che già in passato aveva ricevuto l’aiuto della banca privata Rasini, ritenuta una lavanderia di soldi della mafia. “Mio padre in quegli anni – ha detto – si vedeva spesso con gli imprenditori Franco Bonura e Nino Buscemi. E insieme investirono soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano, che è stata poi chiamata Milano 2″.

“Con Giovanni Falcone avevo un ottimo rapporto, anzi direi cordiale” ha ricordato Massimo Ciancimino. “Cinque giorni prima della strage Falcone del 23 maggio del ’92 incontrai il dottor Falcone in aeroporto e quella fu l’ultima occasione in cui lo vidi in vita”, ha aggiunto.

“Cinque o sei giorni dopo la strage del 23 maggio del 1992 incontrai in aeroporto l’allora capitano Giuseppe De Donno. In volo per Palermo abbiamo viaggiato seduti accanto. In quell’occasione, il capitano fece riferimento al mio buon rapporto con il giudice Falcone e io riferii al capitano una delle parole usate da mio padre dopo la strage di pochi giorni prima: ‘Questa non è più mafia, ma terrorismo’. Subito dopo De Donno ipotizzò a un appuntamento diretto tra il capitano, il suo diretto superiore, l’allora colonnello Mario Mori e mio padre” ha specificato il testimone e continuato: “Tornando a Roma riferii a mio padre il contenuto del colloquio con il capitano De Donno. La cosa che mi meravigliò è che mio padre non mostrò alcuno stupore all’idea di un contatto con due ufficiali dell’Arma. Non dico che se l’aspettava, ma non era sorpreso più di tanto”. Alla richiesta di incontrare De Donno, il poltico avrebbe chiesto al figlio in quanto tempo “avrebbe dovuto dare la risposta. Ci avrebbe pensato su e mi avrebbe fatto sapere”.

Chi era a conoscenza di questo groviglio di relazioni? “I ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza del dialogo intrapreso tra mio padre con il vice comandante del Ros, Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti” ha rivelato Ciancimino.

Ed ecco la storia del presunto accorso tra cosche e Stato. “Consegnai a mio padre il ‘papello’ che conteneva le richieste della mafia ai Carabinieri. Il documento conteneva tutte le richieste di Totò Riina allo Stato [...] Consegnai a mio padre la busta chiusa. Mio padre mi mostrò poi il contenuto della busta dicendomi: ‘Leggila tu stesso’ e l’abbiamo commentata insieme. Ricordo che mio padre mi disse di restare in casa perchè da lì a poco avrei dovuto chiamare il capitano De Donno e il colonnello Mori e successivamente il ‘signor Franco’ per prendere un nuovo appuntamento”.

A quel punto il pm Antonino Di Matteo ha mostrato a Ciancimino una fotocopia del ‘papello’ e lui l’ha riconosciuta: “Sì, è scritto da mio padre. E’ risalente, come diceva mio padre, nel periodo del ’92. Era il contenuto di quello che era l’invito fatto da Provenzano di non arroccarsi in posizione di diniego assoluto sulle controrichieste di Riina…”. Per il testimone, infine, “spinto anche da Bernardo Provenzano, mio padre dopo avere letto il ‘papello’ di Riina, con le richieste di Cosa nostra allo Stato, e che aveva definito ‘irricevibile’, scrisse una serie di controproposte al ‘papello’ da esibire ai Carabinieri…”.

Il racconto di Ciancimino è impressionante. Al di là della conferma di fatti specifici, la relazione tra il sindaco di Palermo e due pericolosissimi capi mafia, la libertà di movimento di questi ultimi, la rete di connivenze che per forza di cose legava la politica alle cosche sono fatti di estrema gravità.

Il legame strettissimo tra mafia e politica si è chiuso con la scomparsa di quel partito e con la cattura dei due boss? Forse questa è la domanda più importante, perchè molti indizi lasciano pensare che cambiati gli attori il copione sia sempre lo stesso.

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