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La libertà questa sconosciuta

Autore: . Data: giovedì, 4 febbraio 2010Commenti (0)

La riflessione di un ergastolano per ‘Tu Inviato’.
Collaborando a una tesi di laurea in sociologia, lo studente mi ha chiesto: cos’è la libertà?

Sarebbe facile intendere la libertà nell’esser sempre me stesso (a parole è facilissimo, assai meno nei comportamenti quotidiani), nel rifiuto degli interessi che soffocano gli altri, nel non tradire gli altri, e soprattutto me stesso.

Tanti anni sono trascorsi per comprendere che essere una persona libera significa vivere una parte di vita nuova, nuovamente mia, affinché il gioco delle maschere indossate e esibite solamente per celarsi abbia a cessare, prerequisito per ogni futura scelta di qualunque possibile libertà.

Lo studente non molla la presa, mi chiede ancora: “Cos’è la libertà, come definirla e come agguantarla?”.  Essere una persona con in mano il senso della libertà, presuppone un lavoro e un impegno che non è quantificabile negli anni che uno si porta appresso, nelle spalle ricurve, nelle cicatrici che segnano la carne, piuttosto la risposta sta in quell’albero della gomma nelle foreste pluviali: tagliando la corteccia a spirale, raccoglierne in un secchio la resina.

Così occorre raccogliere  nelle pagine che si scrivono con cuore leale, i propri tagli, affinché non diventi una pratica consumistica la scorciatoia, l’ammenda più repentina e facile da ripararsi.

Cos’è la libertà? Persino dentro una cella, un uomo detenuto, una persona costretta dalla costrizione, apprende questo valore,  al prezzo di un lungo e doveroso viaggio di ritorno, lento e sottocarico (per usare le parole di un carissimo amico scrittore, che mi ha spiegato quanto l’ebreo ne sappia in tema di  libertà e perdono),  perché davvero il rischio di perderla è sempre incombente, c’è sempre qualcuno che affonda il limite a suo favore per ottenere di più.

Forse non è più sufficiente affidare il mantenimento della libertà individuale e collettiva, alle sole istituzioni statuali, alla giustizia, forse occorre investire di più, dare di più, confidare maggiormente nel compito della scuola, fin dai primi passi che incrociano la ragione e i sentimenti, per recuperare un senso ancora più umano al rispetto degli altri.

Quando c’è di mezzo la libertà  per chi l’ha sempre avuta, per chi l’ha perduta, per chi l’ha riconquistata, c’è la necessità di mantenerla e quindi imparare a rispettarla, nella consapevolezza di difenderla senza umiliare la libertà altrui. In questo senso Martin Luther King ci soccorre in ogni nostra azione ed eventuale dubbio: la mia libertà finisce dove comincia la tua.

Quante volte ho sentito parlare di libertà in famiglia, nella scuola, per la strada, anche lo studente che mi sta intervistando, ne parla come si fa con un’abitudine, con una proprietà acquisita, una linea banale e sonnolenta, invece non mi pare così scontata, non lo è per chi sta in carcere privato della libertà personale ma tenta di riguadagnarne la frontiera con dignità, non è così per chi non vede riconosciuti i diritti fondamentali, non lo è certamente per chi è capace di donare la propria vita per essere parte di una società libera.

Forse basterebbe accogliere la speranza di queste parole troppo spesso dimenticate: “la mia libertà corrisponde ai miei diritti, la libertà degli altri corrisponde ai miei doveri”.

Vincenzo Andraous

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