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Immigrati a Roma. Senza propaganda

Autore: . Data: venerdì, 5 febbraio 2010Commenti (0)

Presentato il Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni: gli stranieri lavorano, si infortunano e vanno all’università

La vita dei migranti è dura, ogni tanto qualcuno prova ad indagarla depurando l’aria dai fumi tossici della mefitica propaganda. Ieri l’Osservatorio romano sulle migrazioni (frutto della collaborazione tra Caritas diocesana, Camera di Commercio e Provincia) ha diffuso il suo sesto Rapporto, sui dati 2008: sono emersi alcuni aspetti sconosciuti a larga parte degli italiani.

In città e provincia sono 366.360 i cittadini stranieri, di origine comunitaria e non (293.948 nel solo comune di Roma, con più di 24 mila persone rispetto al 2007): un numero che mal si concilia con i frequenti richiami all’invasione veicolati da parte della classe politica. I dati parlano chiaro: su una popolazione di 4.110.035 abitanti, è immigrato l’8,9% (rispetto ad una media nazionale del 6,5%), con una cospicua rappresentanza del gentil sesso che si attesta sul 53,8% (e scende al 50,8% considerando tutto il Paese).

Altri 9.912 cittadini stranieri vivono a Rieti, 19.144 a Frosinone, 23.843 a Viterbo e 30.892 a Latina (per un totale di 450.151 immigrati nel Lazio), con un’incidenza dell’8% sull’intera popolazione della Regione. Spostando l’attenzione sui loro figli, ammontano a 71.170 in provincia di Roma, pari al 19,4% della popolazione, ma sfiorano i 90mila considerando tutto il territorio regionale.

Passando ai dati dell’integrazione socio-economica, va segnalato che gli stranieri romani sono riusciti ad aumentare sia il numero delle aziende straniere sia il numero degli occupati (18mila in più), alla faccia della crisi economica. Alla fine del 2008 – recitano i dati – i lavoratori immigrati hanno inciso per il 9,7% sull’occupazione complessiva, rispetto a una media italiana del 7,5%.

Nel complesso, gli immigrati occupati nella provincia di Roma sono 165.437, di cui 49,7% donne. Più prevedibile, invece, risulta la notizia che i settori edile, commerciale e della collaborazione familiare sono i più gettonati, con particolari concentrazioni nel quartiere multietnico dell’Esquilino ma anche nel segmento a est della città, al Pigneto e a Torpignattara.

Preoccupanti, invece, i dati sul numero dei disoccupati stranieri (17.400, ben 8mila in più rispetto al 2007, con un tasso attestato sul 9,5%) e sull’incidenza infortunistica: nel 2008 sono stati segnalati 5.594 casi (oltre 400 in più rispetto all’anno precedente, esclusa ovviamente la casistica che colpisce chi lavora in “nero” e non denuncerebbe mai un “incidente”) di cui 18 mortali.

Non scontati neanche i numeri sull’istruzione: buona parte dei minori residenti frequenta una scuola  (61.549 ragazzi nel Lazio, equivalenti al 7,5%, mezzo punto in più rispetto alla media italiana, di cui 48.648 nella provincia di Roma e 31.626 in città) o istituti finalizzati alla formazione professionale, dove l’incidenza dei ragazzi stranieri raggiunge il 18%.

Ben 7mila ragazzi stranieri, inoltre, hanno frequentato nell’anno accademico 2008-2009 uno dei tre atenei pubblici di Roma: tra i Paesi di origine prevale l’Albania (uno studente ogni quattro iscritti stranieri), mentre le donne ricoprono il 64,7% delle iscrizioni. Le facoltà più frequentate sono medicina (21,4%), lettere e filosofia (15%), ingegneria (10%) ed economia (9,2%).

Fin qui, i numeri sulla porzione di stranieri più “visibili” o “tollerati”, quando non pienamente accolti. Poi ci sono gli esclusi, coloro che la maggior parte dei cittadini non vede o non vuole vedere. Cioè i circa 8mila stranieri soggiornanti per “protezione” (rifugiati, richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale): nel 2008 sono state accolte 1.435 persone, in prevalenza uomini, provenienti da Afghanistan, Eritrea e Guinea, e altre 3.436 sono in attesa di una risposta dalle istituzioni competenti.

Provando dunque ad osservare i numeri del Rapporto nel suo complesso, sorge spontanea un’osservazione: ampie porzioni della politica e dei mass media filtrano malamente il mondo dei migranti, alimentando sia i peggiori luoghi comuni sia il sentimento di paura dei cittadini, in particolare di quelli già spaventati dalle conseguenze della crisi e della parcellizzazione sociale. Senonché, chi ha soffiato sul fuoco fino ad oggi perché mai dovrebbe smettere di farlo?

Paolo Repetto

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