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Il business del gioco d’azzardo

Autore: . Data: lunedì, 1 febbraio 2010Commenti (0)

Ben 47,5 miliardi di euro fatturati hanno garantito nel 2008 un’entrata di 7,7 miliardi di euro per lo Stato

“C’è un filo rosso che lega satanismo, magia e gioco d’azzardo”. E’ così che esordisce la ‘premessa’ della conferenza organizzata recentemente a Roma dall’Osservatorio antiplagio e dall’associazione ‘European consumers’, che inaugurava la riapertura dello sportello ‘telefono antiplagio’. La sottomissione, la dipendenza e il conseguente allontanamento dagli affetti più cari sembra essere il comune denominatore di queste tre attività.

Secondo i dati presentati da queste due associazioni, ogni anno sono un milione e 300 mila le persone che si rivolgono a medium e sensitivi per ottenere ‘visioni’ sulle potenziali vincite e sulle giocate da effettuare. Questi sedicenti servizi, tra le altre cose, godono di una discreta pubblicità per niente ostacolata dalle autorità di governo. Il business che ruota attorno a tale tolleranza è facilmente immaginabile: il mercato del gioco d’azzardo nel nostro Paese è terzo solamente a quello della Fiat e dell’Eni.

I  47,5 miliardi di euro fatturati hanno garantito nel 2008 un’entrata di 7,7 miliardi di euro per lo Stato. Un trend in crescita che, secondo i dati pubblicati da Eurispes nel rapporto “l’Italia in gioco”, potrebbe toccare anche i 58 miliardi di euro nel 2010. Infatti, la crescita dei giochi pubblici, le scommesse sportive online e le video lotterie, rappresentano, sempre secondo l’istituto di ricerca, le leve strategiche di sviluppo del settore per l’immediato futuro.

I palinsesti offerti online alla portata di chiunque sono dei più vari. Questi siti offrono quotidianamente la possibilità di scommettere, mediante l’utilizzo di una semplice Postepay, su qualsivoglia tipo di sport e competizione. Ad ogni ora della giornata è possibile pronosticare il risultato di un evento sportivo anche se si svolge a chilometri di distanza.

I campionati più bizzarri (si pensi addirittura a quello ‘primavera iraniano’) sono inseriti nel carnet di scelta per il cliente. Ma gli incassi dei bookmaker online, cresciuti del 64,6% nel 2008, rispetto all’anno precedente, non si fermano alle scommesse sugli eventi sportivi. Casinò, giochi virtuali e poker, sono le principali attività proposte agli utenti, ma anche Gratta&vinci e bingo istantaneo trovano spesso la loro fetta di mercato con più di 2 miliardi di euro spesi nell’arco del 2008.

Le cifre però, come spesso accade, trovano un riscontro tragico nella vita sociale di ogni singolo scommettitore. In un periodo di crisi economica e di incertezza lavorativa, sono le persone che hanno un salario medio-basso a rifugiarsi nella speranza di aumentare i propri guadagni.

Una branca della sociologia che nel secolo scorso ha analizzato il gioco è stata concorde nel sostenere che si tratta di “un allontanarsi dalla realtà per entrare in una sfera temporanea di attività con finalità tutta propria”. L’evasione dalla routine quindi, rischia di essere il motivo principale di un fenomeno così imponente che, nonostante i molteplici studi avanzati, non trova ancora un riscontro nell’ambito sociologico.

Eppure il gioco d’azzardo non è ritenuto un fenomeno sociale, bensì un comportamento legato alla sfera individuale delle persone e alle peculiarità psicologiche. Il nostro cervello infatti, produce un enzima che aumenta la voglia di rischiare e quindi giocare d’azzardo.

Secondo John Grant, Professore Associato in Psichiatria dell’Università del Minnesota, “capendo come funzionano i differenti tipi di spinte alla dipendenza, possiamo individuare il bersaglio della malattia dal punto di vista biologico e operare di conseguenza – continua il docente americano – trattando il gioco d’azzardo patologico come una dipendenza e cercando di capire i meccanismi del desiderio e dell’inibizione, saremo in grado di intervenire in maniera più efficace dal punto di vista farmacologico”.

Non è però possibile procedere per ‘modelli tipici’. Le sfaccettature che si presentano agli occhi degli studiosi sono diverse; non esiste quindi, un unico ‘tipo’ di giocatore d’azzardo.

Alonso Fernandez F. e  Dickerson M., hanno provato a raccogliere in 4 categorie i diversi fenomeni di gioco: i‘sociale’, ovvero coluiche è mosso dalla partecipazione ricreativa e considera il gioco come un’occasione per socializzare e divertirsi governando i propri impulsi, è lo stadio meno grave del quale si occupano i due studiosi. Il ‘problematico’invece, pur non essendo presente ancora una vera e propria patologia attiva, sfugge ai problemi sociali attraverso il gioco.

Le altre due tipologie, di natura morbosa e ripetitiva, sono composte dal  giocatore ‘patologico’in cui la dimensione del gioco è ribaltata in un comportamento distruttivo alimentato da altre serie problematiche psichiche e il /dipendente,nel quale gravi sintomi che sottolineano il rapporto patologico con il gioco d’azzardo, sono talvolta più centrati sull’impulsività e altre volte sulla dipendenza.

Alla luce dei fatti bisognerebbe porsi degli interrogativi. Essendosi attestato al 3,06% del Prodotto Interno Lordo (Pil)  del nostro Paese, con il gioco d’azzardo potremmo forse portare a termine la realizzazione delle infrastrutture decadenti? Potremmo invece di giocare produrre un numero maggiore posti di lavoro? O magari aspettiamo ancora, con il cuore in gola, un magnifico WinForLife?

Diego Ruggiano

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