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Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

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In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

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Ideali da inventare

Autore: . Data: mercoledì, 3 febbraio 2010Commenti (0)

Il futuro del pianeta è sempre più nebuloso.

In un articolo pubblicato ieri su ‘la Repubblica’, Lucio Caracciolo ha affontato il complicatissimo tema degli equilibri politici planetari. Il direttore di ‘Limes’ ha esposto una tesi assolutamente discutibile: “Caduto il Muro di Berlino, abbiamo immaginato che gli interessi nazionali fossero un relitto del passato, giurato sul tramonto delle frontiere, postulato la nascita di un’Europa potenza civile, anticipatrice dei destini universali”.

Forse nulla come l’apertura dei varchi tra Berlino Est e Ovest nel novembre 1989 ha significato nel dopoguerra il trionfo della demagogia. Le responsabilità dei crimini politici e comuni dei governi della Repubblica democratica tedesca (Ddr) sono innegabili. Ulbricht, Honecker e gli altri dirigenti della Sed (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands), il Partito Socialista Unificato di Germania a capo della Germania comunista dal 1949 al 1990, saranno ricordati per sempre sui libri di storia come sanguinari dittatori.

Tuttavia, il crollo del Muro non è stata una ‘apertura’ democratica, ma un capitolo della complessa operazione di smantellamento del blocco sovietico, che gli Stati Uniti ed alcuni governi europei hanno inseguito per anni, impegnando risorse finanziarie immense, foraggiando gruppi armati in giro per il mondo, organizzando colpi di Stato e guerriglie.

Basta solo ricordare il supporto alle formazioni integraliste islamiche in Afghanistan a cura del governo di Washington, l’influenza di Bonn (allora capitale della Germania federale) nella guerra che ha dissolto la ex Jugoslavia, la centralità di alcuni potentissimi gruppi finanziari inglesi nelle guerre mercenarie in Africa per comprendere come gli Stati nazionali, stretti intorno alle volontà egemoniche degli Usa, hanno costituito l’immagine riflessa di una eguale e contraria volontà egemonica del Cremlino.

La differenza tra il blocco comunista e quello occidentale era legato alla organizzazione degli apporti che i singoli governi davano alle rispettive alleanze. Per il patto di Varsavia era Mosca a decidere tutto, per la Nato gli americani lasciavano ai partner alcuni pur limitati spazi di manovra autonomi.

Il nodo della democrazia era formalmente estraneo a tutti e due gli schieramenti, perchè se l’Armata rossa invadeva Budapest o Praga, la Cia organizzava i golpe sanguinari di Cile o Argentina o addestrava i torturatori del Paraguay o dell’Uruguay.

Anche per le presunte libertà interne ai singoli Paesi durante la Guerra fredda le zone d’ombra sono state enormi. Alle incarcerazioni e persecuzioni dell’Est si sono opposti il Maccartismo, le azioni di Cia ed Fbi contro i gruppi antisegregazionisti neri, gli omicidi politici (i Kennedy, Malcolm X, Martin Luther King), la partecipazione all’organizzazione del colpo di Stato dei Colonnelli in Grecia o alla strategia della tensione in Italia.

Un solo governo europeo volle parzialmente ‘dissociarsi’ da questo processo e fu quello francese, che per garantire il massimo respiro possibile ai propri interessi nazionali uscì nel 1966 dalla Nato per volontà del generale Charles de Gaulle.

Per Caracciolo “nel 2001 Bill Clinton consegnò a George W. Bush un mondo americano. Nel 2009 Barack Obama ereditò da Bush un mondo post-americano. Nel 2017 – se avrà completato due mandati – Obama vorrebbe evitare al successore l’incubo di un mondo anti-americano”.

Anche questa valutazione non è condivisibile. Il bipolarismo in realtà non è mai stato superato, neppure dopo la dissoluzione dell’Impero sovietico. La Cina popolare era già nel 2000 una grande potenza. Con un esercito immenso e dotato di armamento nucleare, Pechino aveva già sedimentato le basi della sua gigantesca potenza economica. La Cina stava silenziosamente entrando in Africa, muoveva i fili dell’assetto dell’Asia, era un colosso pronto per uscire allo scoperto del tutto. Insomma, nelle stanze più riservate di Washington già era noto il ‘pericolo giallo’, come raccontano infinite cronache giornalistiche dell’epoca.

La penetrazione cinese, però, ha caratteristiche ‘culturali’ diverse da quella ‘yankee’. Non muove ‘eserciti’, portaerei, basi militari, ma sposta consulenti e capitali, aggredisce il cuore degli interessi economici senza sostituire i gruppi di potere locale eventualmente ‘ostili’ e, semplicemente, li ingloba.

Il direttore di Limes, con un linguaggio per la verità più aulico che discorsivo, ha spiegato: “Il declino dell’egemonia americana e il sorgere di nuove/antiche stelle asiatiche, lontanissime dall’Italia e dall’Europa per cultura e interessi, non promette bene per noi. In attesa dell’improbabile ordine poliarchico su scala mondiale, l’accentuata anarchia
planetaria ci colpisce più di altri. Perché più di altri abbiamo bevuto le omelie sulle magnifiche e progressive sorti del pianeta globale. Sul “mondo piatto”, omologato ai nostri valori, sulla fine della storia e sulla morte degli Stati. Traendone un sentimento di beata irresponsabilità”.

Quindi ha sostenuto: “Vent’anni dopo (la caduta del muro, ndr), i massimi protagonisti della scena mondiale sono Stati nazionali, fieri di esserlo. Le frontiere proliferano. Disegnando dozzine di nuovi Stati o staterelli, patrimoniali più che nazionali. L’Europa non solo non è soggetto, ha cessato di essere progetto. Figuriamoci potenza, civile o incivile. Peggio, continua ad aggrapparsi alla gonna di mamma America, in tutt’altre faccende affaccendata. Ciascun Paese europeo s’illude di disporre di un canale privilegiato con Washington. Come ai tempi della guerra fredda. Abbiamo sprecato vent’anni e rischiamo di sprecarne altrettanti. Mentre le decisioni sul mondo, e su
di noi, vengono discusse ed eventualmente prese altrove. Senza o contro di noi”.

Caracciolo sembra spettatore di un film del quale ha perso il filo della trama. Proprio l’assetto parzialmente ‘policentrico’ dell’ex schieramento occidentale ha mantenuto (anche nella Unione europea) la centralità degli Stati nazionali, mentre la dissoluzione del ‘nemico’ comunista, così a lungo perseguita, ha prodotto l’unico risultato possibile, ovvero la frammentazione dell’impero e la nascita di decine di ‘Stati’ di classe B, oggi del tutto ingestibili a causa della scomparsa del capofila centralizzatore, ovvero dell’Unione sovietica.

Costante è rimasto, invece, “l’aggrapparsi alla gonna di mamma America”, perchè così era e così è. Per l’analista di Limes “solo l’Europa potrebbe aiutare l’America a inclinare verso quella moderazione geopolitica e ideologica che può rallentarne il declino, forse fermarlo”.

Quale Europa? Esiste l’Europa? Il Vecchio continente è alle prese con un processo di frammentazione senza presedenti. L’unificazione tedesca, dopo i primi problemi di impatto, ha costruito una potenza industriale con un fortissimo tasso di innovazione, mentre la Francia, grazie al suo antico ‘isolamento’ e nonostante le tendenze al suicidio (l’elezione di un politicante mediocre come Sarkozy) continua a possedere un sistema industriale molto competitivo ed a godere ancora di una notevole capacità di pressione internazionale.

L’Italia è fuori dal giro, perchè non ha più un tessuto innovativo nell’industria, nella ricerca, nella cultura e nella formazione, mentre il Regno Unito ha ormai concluso la sua parabola post imperiale ed è alle prese con le conseguenze postume del tatcherismo, che ha smantellato tutto senza costruire nulla. Si tratta di due ‘soggetti’ destinati al declino.

L’Europa e l’Unione europea sono oggi un conglomerato acefalo, che tenta di resistere come può alla escalation delle economie emergenti, ma che non ha nessuna omogeneità interna e segue di volta in volta le indicazioni dei leader, Germania e Francia in testa.

Per Caracciolo, quindi, “il concerto delle potenze mondiali sarebbe meno improbabile se i principali Paesi europei reagissero alla malinconia dell’emarginazione infine costruendo l’Europa sovrana. Dotata della legittimazione democratica, delle risorse materiali -economiche e militari -dell’influenza culturale e delle ambizioni necessarie ad affiancare gli Stati Uniti nell’imperfetta gestione degli affari globali, insieme al “resto emergente”".

Nel mondo un po’ dei balocchi del geopolitico direttore di Limes, l’Europa “per Washington sarebbe il miglior partner possibile”  e “le stelle restanti, dalla Cina alla Russia e al Brasile, troverebbero nell’Europa potenza responsabile e consapevole dei propri limiti una garanzia di equilibrio”.

A testimoniare la ormai drammatica situazione nella quale è precipitata la capacità analitica degli italiani, ecco la conclusione di Caracciolo al suo stesso ragionamento: “Utopia? Probabile. Ma è almeno altrettanto utopico immaginare che questa nostra parte di mondo possa assistere serenamente al proprio declino, quasi che pace, benessere e libertà fossero rendite eterne che la Provvidenza ci ha voluto elargire. Il sogno americano rischia di generare mostri. Ma il sonno europeo, che nello scorso secolo di mostri ne generò a sufficienza, non è alternativa decente”.

Il mondo contemporaneo, il Pianeta, sono alle prese con una crisi globale che è prima di tutto di assetto. Le regole sono saltate e con le regole è scomparsa la capacità di elaborare un pensiero filosofico ed ideale che superi la fase precedente, come è successo con l’illuminismo o con la nascita del pensiero marxista.

Le risorse sono in esaurimento, gli squilibri tra Sud e Nord sempre più gravi, la salute dell’ambiente è in parte compromessa. La logica stessa dei ‘poli’ è la causa principale della crisi della società umana, non dei modelli americano, inglese, francese, italiano, cinese, indiano, giapponese o chi più ne ha ne metta.

L’utopia da realizzare che si dovrebbe inseguire, allora, è quella della rifondazione delle regole, a partire dalla divisione dei compiti e delle funzioni tra mondo ricco e mondo povero. Il riassetto delle ricchezze, la valorizzazione delle risorse e la condivisione delle debolezze saranno l’unica strada in grado di salvare il genere umano da un collasso che appare sempre più vicino.

La scommessa di questo secolo è nel superamento dei modelli sociali sui quali è stato costruito il novecento: capitalismo e socialismo e sul ripensamento delle forme di nazione e di Stato. L’obiettivo è nella costruzione di sistemi integrati e multirazziali, a Nord come a Sud, che garantendo ai più deboli i diritti alla vita ed al progresso possa bloccare le tendenze dominanti di economie di sfruttamento selvaggio edificate su fondamenta ormai fragilissime.

Perchè, come si dice alle fermate degli autobus: “Signora mia, ormai le stagioni non ci sono più” e forse risolvere questo problema dovrebbe, più di qualunque altra cosa, ‘eccitare’ le menti e gli animi dei contemporanei.

Roberto Barbera

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